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Se il centro-destra si è schiantato sulla 194 è perché non ha una cultura politica

di Stefano Fontana

Il voto del 24 gennaio con cui la Camera (a grandissima maggioranza) ha “congelato” la legge 194 sull’aborto di Stato da ogni tentativo parlamentare non solo di abolirla ma anche di legiferare su quanto da essa disposto ha rappresentato per la maggioranza uscita dalle recenti elezioni politiche uno schianto culturale e politico difficilissimo da recuperare. Si può parlare di fallimento. Dopo questo voto, il centro-destra ha un volto deturpato, o non ha più un volto. Il tema della difesa della vita non è un argomento settoriale della politica, esso è un “principio” e, come tutti i principi, non è negoziabile. Negoziare sui principi o, peggio, negare i principi vuol dire perdere i punti di riferimento fondanti, senza dei quali tutto cade perché diventa in-fondato. E se niente è fondato, tutto diventa manovrabile, cambiabile, sovvertibile, adattabile a seconda delle circostanze e degli interessi. Una maggioranza che non sa difendere nemmeno il fondamento della vita, perde di dignità politica anche in tutti gli altri campi e nei suoi confronti non fidarsi diventa d’obbligo.

In questo frangente il centro-destra ha confermato di non avere una cultura politica. Infatti si è totalmente appiattito sul “fiore all’occhiello” della cultura del post-illuminismo borghese, dell’individualismo narcisistico, dell’emotivismo etico, della cultura postmoderna dei nuovi diritti: l’aborto. Se Meloni e Roccella la pensano come la Schlein su questo punto, che è un punto di luce per tutto il resto, come potranno pensarla diversamente sul resto? Con questo voto in aula, la coalizione che ha vinto le elezioni ha perso sul fronte della cultura politica. La sinistra, che ha perso le elezioni, governa ancora il Paese con le sue idee. La maggioranza di governo ha perso con le proprie mani. La grande questione è: se ne è accorta? Oppure l’assimilazione della cultura neo-borghese ha ormai preso il posto di una cultura di destra assente? Vincere per poi fare quello che dicono gli avversari, pensando per di più di averlo deciso in conformità alla propria cultura, è la peggiore delle sconfitte. Perdere pensando di vincere non ammette riscosse.

La cultura del centro-destra non c’è, a ben pensarci però non c’era nemmeno alle elezioni. La Serracchiani, il giorno successivo all’esito elettorale, disse che nel Paese la sinistra era maggioranza. L’avevano derisa ma aveva ragione. La Meloni ha vinto perché Pd e Terzo Polo non avevano trovato l’accordo. La Meloni non è stata eletta per la cultura alternativa di centro destra che essa esprimeva, perché questa cultura non c’era. È stata eletta per mille motivi (giustissimi) di stanchezza, dopo la recita collettiva a copione prestabilito durata tanti anni. Se almeno la maggioranza leggesse più spesso quanto scrive Marcello Veneziani potrebbe trovare qualche strada, ma dubito che lo faccia. E i cattolici che ora siedono in Parlamento sugli scranni del centro-destra alzano la mano per approvare questa rinuncia pubblica alla verità del fondamento della vita, come nelle precedenti legislature di sinistra l’avevano alzata per la legge Cirinnà e iniziative legislative analoghe.

Nel suo famoso libro del 1981 Dopo la virtù, Alasdair MacIntyre aveva sostenuto che se si rifiuta la possibilità di attingere a fondamenti etici impersonali e oggettivi e ci si rifugia nell’emotivismo secondo il quale la coscienza di ognuno è inconfutabile, si finisce per cancellare qualsiasi distinzione tra azioni sociali manipolative e non manipolative. L’aborto è una azione sociale manipolativa, in quanto l’altro non viene trattato come un fine ma come un mezzo. Con il voto sulla 194 la Camera della Repubblica ha fatto questa scelta, che è poi la scelta di gran parte del pensiero politico vincente nella modernità, secondo il quale “i valori sono creati dalle decisioni umane”, come dicevano in tanti, da Weber ad Aron, da Nietzsche a Sartre, da Moore ad Hare. Ma è proprio da questa visione che una cultura di destra che voglia dirsi alternativa dovrebbe schiodarsi, ritornando invece ad una cultura dei fondamenti, ad una concezione che pone alla base della politica l’adesione ad un ordine impersonale. Proprio quanto con il recente voto sulla 194 non ha fatto.

Nessun aiuto potrà venire in questo senso da Forza Italia, che possiede una (debolissima) cultura neoliberale. Non tutti i liberali sono uguali. Ci sono anche quelli che vogliono una “nuova costituente” o che, ricorrendo magari ad un Locke male interpretato, affermano di aver bisogno di Dio per fondare i diritti. Forza Italia non riesce nemmeno ad immaginare simili avventure intellettuali. Qualcuno poteva sperare qualcosa dalla Lega, che nei tratti originari aveva qualche elemento legato all’ordine naturale. Il punto di forza della coalizione poteva essere Fratelli d’Italia. Non certo per il discorso del fascismo che, anzi, fu storicamente un macro-fenomeno di secolarizzazione dell’Italia e di modernizzazione forzata, ma per il riferimento alla famiglia e alla nazione. Nel frattempo, la cultura politica alternativa alla sinistra modernista ancora attende.

Fonte: vanthuanobservatory.com

Aldo Maria Valli:
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