La Messa tradizionale. L’avevo persa, l’ho ritrovata. E ora, anche se ci hanno confinati nella cappella di una scuola, non intendo rinunciare alla Bellezza

di David Bissonnette

Ricordo bene la Messa in latino della mia giovinezza. Sebbene fossi solo un bambino, dai cinque agli otto anni, potevo percepire la riverenza dei sacerdoti e dei parrocchiani. Dopo la Messa, a casa allestivo un altare e cercavo, come meglio potevo, di replicare la devozione e i movimenti solenni del prete all’altare, voltando le spalle ai pochi amici che avrebbero fatto da parrocchiani.

Sebbene la mia riverenza verso la santa Eucaristia e il Santissimo Sacramento si fosse formata con la Messa tradizionale, passai comunque con relativa facilità alla messa novus ordo, senza sperimentare alcun tipo di evidente impoverimento spirituale. Avevo dieci anni e all’inizio, durante i primi anni Settanta, non avvertii nulla di preoccupante. La nuova Messa, celebrata con riverenza, insieme a direttive pastorali che raccomandavano il sacramento della confessione, l’adorazione, la Messa quotidiana (se possibile) e certamente quella domenicale, rientrava in una cattolicità che per me aveva un senso e rispondeva ai miei bisogni spirituali.

Non ci volle molto però perché nella chiesa dei riti riformati il glorioso canto gregoriano lasciasse il posto alle chitarre e al canto religioso popolare. All’inizio, durante l’adolescenza, pensai che la nuova musica fosse coinvolgente e interessante, qualcosa di rilevante per un giovane alle prese con una rivoluzione sia sessuale sia musicale. Ma dopo aver compiuto i diciotto anni incominciai a perdere interesse per cose come la Messa quotidiana e la confessione. Un certo disordine si fece largo nella mia vita man mano che l’apprezzamento per la musica rock & roll ad alto volume e i film violenti si insinuò nei miei gusti. Intanto la Messa aveva perso il suo mistero. Non riusciva più a trascinarmi in un’introspezione più profonda e ad acquietare i sensi ora pesantemente stimolati dai rumori del mondo, dai suoi sussurri velenosi.

A sorpresa, la struttura stessa della chiesa cambiò: nessuna balaustra davanti all’altare definiva chiaramente il presbiterio, delineando l’area del Santo dei Santi, il Re dei Re, Colui di fronte al quale ogni ginocchio in cielo, sulla terra e negli inferi si deve piegare. Il chierichetto non pose più il piattino sotto il mento dei fedeli alla ricezione dell’Eucaristia. Anzi, durante la Santa Comunione non c’era più bisogno di alcun chierichetto accanto al sacerdote, perché i fedeli si mettevano in fila per ricevere l’ostia in mano e non più sulla lingua.

Da queste pratiche nacque una sottile ma reale diminuzione del senso del sacro e della santità. Che ci piacesse o meno, chiunque poteva attraversare il presbiterio e distribuire la Santa Comunione. Nessuno aveva più alcuna riverenza verso il Signore nel tabernacolo e anzi si vedeva una profonda ignoranza. La dimensione mistica andò perduta e il soprannaturale fu spazzato via. Si lasciò spazio a un nuovo tipo di parrocchiano, contento della musica orecchiabile e delle ciambelle dopo la Messa.

Grazie a Dio, rimasi comunque nella Chiesa come assiduo frequentatore della Messa. Ma fu difficile.

Ero ormai un professionista, sposato con figli, quando, molti decenni dopo, un sabato pomeriggio presi parte a una Messa tradizionale in latino nella nostra parrocchia. Il rito faceva parte di un esperimento diocesano, richiesto da diversi parrocchiani, e per l’occasione il reverendissimo vescovo Harrington aveva concesso un “indulto”, anche se in realtà non era necessario perché nel frattempo c’era stato il Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

Con quel primo ritorno alla Messa tradizionale il mio cuore fu colpito dalla bellezza. Dentro di me chiesi: “Dov’era finita la bellezza in tutti questi anni?”. Ero immerso nella bella cantillazione del sacerdote al Dominus vobiscum, nel canto sillabico del Gloria, nel canto neumatico del Kyrie e del Sanctus, e tutto dava ordine e calma alla mia anima piuttosto inquieta. [1]

Inginocchiato davanti all’altare maggiore, percepii qualcosa della maestà e della regalità di Gesù Cristo, mentre il sacerdote, indossando gli antichi paramenti, si dirigeva egli stesso verso l’altare, intercedendo per noi presso Dio e implorando misericordia: “O Signore, ascolta la mia preghiera. E lascia che il mio grido giunga a te. Mostraci, o Signore, la tua misericordia. E donaci la tua salvezza”.

Per la prima volta compresi il ruolo di intercessione del sacerdote. Avvertii in profondità contrizione e ringraziamento. Ma furono soprattutto i canti melismatici a immergermi nell’etereo, coinvolgendomi quasi nel sublime [2]. Potei solo concludere che ero in prossimità della Bellezza stessa.

Tutto ciò lo percepii intuitivamente, e fu solo più tardi che iniziai a leggere, studiare e capire di più su ciò che stava accadendo.

Padre Ripperger, nell’esaltare il ruolo del canto gregoriano nel calmare la mente e nell’innalzare l’uomo verso Dio, afferma che il canto gregoriano classico “ha un effetto ordinatore sulle facoltà superiori dell’uomo verso Dio”. Il canto gregoriano aiuta i fedeli a orientare i loro pensieri verso le cose di Dio; quindi ha un effetto ordinatore, intrinseco nella Sacra Liturgia, che non può essere ottenuto con chitarre e canti popolari, che sono legati a una visione del mondo tutta antropocentrica. Al contrario, il canto gregoriano aiuta l’uomo a innalzarsi verso la perfezione e la santità. Nel contesto della santa Messa, i fedeli possono entrare in un processo di avvicinamento a Dio e quindi è vitale che nella Messa sia presente un giusto ordine, perché questo ordine, mediante la bellezza, può facilitare l’ascesa dell’uomo e la sua unione con Dio. Ray Sullivan scrive che più grazia santificante riceviamo, più diventiamo simili a Dio. Riceviamo questa grazia santificante come un dono gratuito quando riceviamo i sacramenti e partecipiamo alla Messa. E poiché la Messa è la più santa di tutte le preghiere qui sulla terra, è lì che riceviamo la massima grazia.

Dunque, dov’è finita la bellezza?

Ho cercato risposte. Ho letto degli effetti delle rivoluzioni francese e industriale che hanno eroso la bellezza nella cultura e nella società. La corrosione dell’idea di bellezza è avvenuta di concerto con il mettere in discussione tutti i valori trascendentali: bellezza, bontà e verità [3]. Universalmente esaltata dai filosofi classici, la bellezza, dice Platone, “dà le ali all’anima”. Questo ha senso, se si accetta che quando la verità e la bontà si uniscono lì in mezzo c’è la bellezza [4]. Seguendo questa logica, si può ipotizzare che quando una società inizia a rifiutare e relativizzare la verità e la bontà, l’erosione della bellezza segue rapidamente, ridefinendo lentamente le società stesse, mentre partiti politici, tribunali e legislature governative eliminano dalla pubblica piazza i valori trascendentali che appartengono alla tradizione delle società occidentali. La conseguenza è che finiamo per vivere in una società che non esalta più la bellezza.

Ma grazie a Dio abbiamo riavuto la Messa tradizionale. Grazie a Dio io e la mia famiglia abbiamo trovato questa Messa che ci ha indirizzati verso la Bellezza.

Dopo l’indulto del vescovo Harrington, il nuovo vescovo Barron non ha fatto nulla per cambiare. Anzi, lui stesso ha scritto in lode della Messa in latino: “Il linguaggio reverenziale della liturgia, per esempio, ci convince che ogni facile familiarità è inappropriata nei confronti di Dio… Il teocentrismo radicale della liturgia distoglie noi peccatori dal nostro egocentrismo nativo e ci prepara così a vedere con occhi nuovi [5].

La critica del vescovo Barron alla “facile familiarità” è esattamente ciò che ho sperimentato nella mia vita. Nella Messa tradizionale della mia giovinezza c’era la bellezza e c’era la riverenza. Poi però il “linguaggio reverenziale” è stato rimosso e sostituito dal canto popolare del nuovo rito. Quando ho riscoperto la Messa tradizionale, ho riscoperto quel “teocentrismo radicale” della Bellezza stessa.

In Traditionis custodes papa Francesco afferma che per la Messa in latino non si può più utilizzare una chiesa parrocchiale. Ciò è certamente coerente con quanto la società secolare sta facendo eliminando la bellezza da noi stessi. Cos’, di recente, io e mia moglie abbiamo ricevuto la notifica che la nostra Messa tradizionale sarebbe stata trasferita nella cappella del liceo cattolico locale. Addio Bellezza, eliminata dall’altare maggiore.

Domenica 26 febbraio la direttiva è arrivata ufficialmente dal vescovo Barron. La sua autorità di gestire la Messa tradizionale nella sua diocesi è stata usurpata dal papa, lasciando il povero vescovo con le mani legate.

Qui negli Usa i vescovi hanno di fatto perso ogni capacità di gestire la questione delle Messe tradizionali nelle rispettive diocesi. Il papa ha poi chiarito che tutte le richieste diocesane per continuare con il vetus ordo devono essere presentate a Roma.

Mentre riflettevo su come sarebbe stato, dopo diciassette anni, abbandonare la mia parrocchia, lasciarmi alle spalle la bellezza del nostro altare maggiore e dire addio alla comunità parrocchiale, sono stato indotto a pensare, dolorosamente, che avrei dovuto considerare l’idea di abbandonare la Messa tradizionale per continuare a frequentare la parrocchia con la sua Messa novus ordo. Suppongo che spingermi a questa riflessione sia stato il piano del pontefice fin dall’inizio. Ma la mia grande fame di bellezza, e l’ordine che caratterizza la Messa tradizionale, mi hanno spinto a scegliere la cappella del liceo, per cercare di placare quella fame.

Ora quindi, anche se siamo nella cappella di una scuola, modernamente ristrutturata e del tutto simile a una palestra, offriamo la nostra Messa nel modo più bello possibile, cercando di conoscere la Bellezza stessa.

___________

[1] Ripperger, C. (2022). ” Gli effetti del canto gregoriano nella vita spirituale “, The 2022 International Chant Conference.

[2] Ibid.

[3] Baldovino, JM. (2015). Teoria genetica della realtà. New York: Putman’s

[4] Harden, J. (1980). Dizionario cattolico moderno. New York, NY: libri di immagini

[5] Vescovo Robert Barron, “Forward”, Dietrich von Hildebrand, Liturgy and Personality  (The Hildebrand Project, 2016), XVI, XVII

Fonte: onepeterfive.com

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