Trent’anni fa la “Veritatis splendor” di Giovanni Paolo II. Dimenticata e tradita da “Amoris laetitia”

di Richard A. Spinello*

La Veritatis splendor,  l’enciclica di Giovanni Paolo II sulla teologia morale (6 agosto 1993), ha compiuto trent’anni, ma oggi ai più alti livelli della Chiesa molti ignorano o addirittura rifiutano i suoi insegnamenti.

L’enciclica, che non ha perso nulla della forza intellettuale e della profonda saggezza, è più che mai attuale. Eppure già quando apparve fu accolta da una corrente di ostilità da parte di numerosi teologi morali della Chiesa.

Bernhard Häring (il teologo morale prediletto da papa Francesco) si disse “molto scoraggiato” dopo aver letto l’opera di Giovanni Paolo II. Non è una sorpresa, poiché il papa stava correggendo gli errori che Häring e altri teologi revisionisti avevano propagato nella Chiesa dalla fine del Vaticano II. Come scrive Giovanni Paolo II, non si trattava di un dissenso isolato o limitato, ma di una “messa in discussione sistematica della dottrina morale tradizionale” (4).

L’opzione fondamentale, il proporzionalismo, la sovranità della coscienza e il soggettivismo morale: tutte queste dottrine eterodosse nell’enciclica sono state accuratamente confutate attraverso argomenti intessuti di ragionamenti di principio. Per un certo periodo, sembrava che il papa-filosofo fosse riuscito nel suo erculeo sforzo di rinnovare la teologia morale. Ma poi è arrivato il pontificato di papa Francesco, che ha costantemente cercato di emarginare e minare i principali insegnamenti morali contenuti nel documento.

La Veritatis splendor è ora praticamente ignorata al Pontificio istituto teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia. Al contrario, i nuovi docenti, assunti dall’arcivescovo Paglia, tengono a sottolineare come la legge morale debba essere costantemente modificata e aggiornata in risposta all’evoluzione culturale e all’esperienza storica. In una conferenza sulla teologia morale tenutasi lo scorso anno a Roma, alcuni teologi hanno espresso il loro totale disprezzo per la Veritatis splendor, sostenendo la necessità di correggerla.

Padre Julio Martinez, professore di teologia morale all’Università pontificia di Comillas, ha affermato che è necessario “sciogliere i nodi che Veritatis splendor ha creato nella morale cattolica”. Veritatis splendor, ha detto, ha avviato “uno sviluppo molto profondo nella teologia morale con l’introduzione del concetto che chiamiamo male intrinseco”, tuttavia, secondo padre Martinez, si tratta di un “concetto filosofico controverso che ha portato serie difficoltà alla teologia morale”.

Naturalmente, è ridicolo suggerire che la nozione di male intrinseco sia stata scoperta solo trent’anni fa da Giovanni Paolo II. Al contrario, questa dottrina è stata difesa da filosofi come Aristotele, affermata dai Padri della Chiesa con sant’Agostino e san Tommaso d’Aquino, e insegnata senza obiezioni nella Chiesa cattolica per molti secoli.

Da parte sua, il nuovo capo del Dicastero per la dottrina della fede, l’arcivescovo Victor Manuel Fernández, ha chiarito con le parole e con i fatti che la Veritatis splendor gli serve a poco. In una delle sue recenti interviste, non ha nascosto la sua opinione negativa su questa enciclica, colpevole, a suo giudizio, di voler “fissare alcuni limiti”. Quindi, secondo Fernández, essa “non è il testo più adeguato per incoraggiare lo sviluppo della teologia”.

La valutazione riduttiva del vescovo, tuttavia, è decisamente fuori strada. Veritatis splendor fa molto di più che stabilire limiti morali, anche se questo compito non è certo estraneo alla teologia morale. Gesù stesso non era contrario al porre limiti al nostro comportamento. Giovanni Paolo II presenta una visione olistica della teologia morale, una brillante sintesi dell’insegnamento biblico cristiano, della filosofia e della teologia che copre un’ampia gamma di argomenti interconnessi, tra cui la libertà umana, la legge divina e naturale, la natura umana e il ruolo della coscienza nel processo decisionale morale.

Il famoso filosofo cattolico Alasdair MacIntyre ha elogiato Veritatis splendor come un importante intervento nel dibattito morale e un “contributo sorprendente all’indagine filosofica in corso”. A suo avviso, l’enciclica forniva chiaramente una piattaforma praticabile per lo sviluppo creativo della teologia o della filosofia. Ma i teologi liberali che all’epoca dominavano nel mondo accademico semplicemente non erano interessati. E non si può certo rimproverare a Giovanni Paolo II il fatto che nel 2023 non abbiamo teologi della stessa statura di Karl Rahner o Joseph Ratzinger.

Il tema principale della Veritatis splendor è abbastanza semplice e dovrebbe essere incontrovertibile: la fede cristiana include specifiche esigenze morali perché è “sul cammino della vita morale che la via della salvezza è aperta a tutti” (3). E queste esigenze sono chiaramente enunciate nel Decalogo che viene riproposto nel Nuovo Testamento.

L’enciclica si apre con un’esegesi del dialogo di Gesù con il giovane ricco nel Vangelo di Matteo (capitolo 19). Gesù richiama l’attenzione di quest’uomo sulla centralità dei precetti del Decalogo. Così, “dalle labbra stesse di Gesù, il nuovo Mosè, l’uomo riceve nuovamente i comandamenti del Decalogo” (12). Uno di questi comandamenti viene riaffermato con forza, con un riferimento all’ordine originario della creazione, nell’insegnamento di Gesù sull’adulterio (Marco 10,4-12).

Dio ha trasmesso al suo popolo questi stessi requisiti morali specifici come legge morale naturale che proibisce alcuni comportamenti quali l’adulterio, il furto e l’uccisione di una vita innocente. Questi “limiti” che sembrano disturbare tanto l’arcivescovo Fernández proteggono i beni fondamentali della natura umana come il matrimonio e la vita. Essi rappresentano anche il “percorso che implica un cammino morale e spirituale verso la perfezione” (15).

Ma, con poche eccezioni degne di nota, la teologia morale post-conciliare si è incentrata su un tentativo imprudente e fuorviante di mitigare i divieti presenti nella Scrittura e nella legge naturale. I teologi revisionisti hanno proposto teorie come il proporzionalismo (una variante dell’utilitarismo) che consentono eccezioni alle norme morali purché si realizzi l’obiettivo di un bene maggiore o almeno di un male minore. Niente è intrinsecamente cattivo o buono, perché tutto dipende dal contesto. E hanno suggerito che i precetti negativi che proibiscono certe azioni espressi nelle Scritture sono meno che assoluti.

Giovanni Paolo II insiste invece sul fatto che negare la verità di assoluti morali come il divieto di adulterio è filosoficamente insostenibile perché apre la porta al soggettivismo morale. È anche incoerente con la Rivelazione, perché “Gesù stesso ribadisce che queste proibizioni non ammettono eccezioni” (52). Mentre qualcuno può non essere soggettivamente colpevole per aver commesso un atto adulterino (per ignoranza o costrizione), l’adulterio è sempre oggettivamente sbagliato, indipendentemente dalle circostanze.

Ora, se questa enciclica deve essere “corretta” e messa da parte, quale tipo di teologia morale prenderà il suo posto? L’alternativa ai principi della Veritatis splendor emerge dalla lettura dell’ambigua esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco, scritta in parte proprio dall’arcivescovo Fernández. Infatti, l’esortazione di papa Francesco si schiera chiaramente con i revisionisti quando si tratta di questioni come il male intrinseco. Nel capitolo otto spiega che:

È riduttivo considerare semplicemente se le azioni di un individuo corrispondono o meno a una legge o regola generale, perché ciò non è sufficiente per discernere e assicurare la piena fedeltà a Dio nella vita concreta di un essere umano…. È vero che le regole generali stabiliscono un bene che non può mai essere disatteso o trascurato, ma nella loro formulazione non possono prevedere in modo assoluto tutte le situazioni particolari (304).

Papa Francesco insiste sulla sua fedeltà a san Tommaso d’Aquino quando dichiara che “quanto più scendiamo nei dettagli, tanto più frequentemente incontriamo l’incertezza” (304). Ma per l’Aquinate l’ambiguità morale emerge solo quando sono in gioco norme affermative. Amoris laetitia ignora completamente l’essenziale distinzione tomistica tra precetti affermativi (come “bisogna restituire gli oggetti presi in prestito”), che si applicano sempre ma non in ogni situazione, e alcuni precetti negativi (“non commettere adulterio”), che sono validi senza eccezioni.

Secondo l’Aquinate, mentre non possiamo sempre determinare cosa si debba fare in base a un precetto affermativo, possiamo determinare cosa non si debba fare in base a precetti negativi (Summa theologica, II-II, q. 140, a. 1). Quando si tratta di alcune norme negative come “non commettere adulterio”, non c’è mai incertezza o confusione morale, per quanto ci si immerga nei dettagli.

Veritatis splendor segue questa linea di ragionamento tomista e sostiene l’importanza decisiva di queste norme morali negative come necessaria salvaguardia contro l’invasione del relativismo morale.

Secondo padre Martinez, papa Francesco ha sciolto quei “nodi” concepiti da Giovanni Paolo II introducendo il discernimento come metodo per guidare il processo decisionale morale. Come osserva, “porre l’accento sul discernimento per trovare il bene è una cosa davvero nuova nella teologia morale”.

In effetti, Amoris laetitia equipara il funzionamento della coscienza al processo di discernimento piuttosto che alla formulazione di giudizi capaci di applicare principi morali stabili a situazioni specifiche. Addirittura si può “discernere” che una particolare azione, anche se viola uno dei comandamenti, è ciò che “Dio stesso chiede nella concreta complessità dei propri limiti” (303). Ma, come sottolineano John Finnis e Germain Grisez nella loro critica ad Amoris laetitia, la visione tradizionale del discernimento presentata da sant’Ignazio Loyola e altri è ben diversa: non riguarda ciò che è moralmente giusto o sbagliato, ma la scelta tra due possibilità moralmente accettabili.

La Veritatis splendor è radicata nelle certezze morali contenute nelle Sacre Scritture e nella sana filosofia di pensatori senza pari come l’Aquinate: ci arricchisce sia con la sua saggezza sia con la sua prescrizione morale. Amoris laetitia, invece, distorce o rifiuta la saggezza di santi come Agostino e l’Aquinate e favorisce un paradigma più rilassato in cui praticamente ogni regola morale è soggetta a eccezione dopo un processo di discernimento. Privilegia il sentimento e il ragionamento pragmatico rispetto alla verità e alla coerenza morale. Poiché il terreno morale è offuscato dalle sfumature di grigio, i principi morali non possono fare altro che darci un senso generale di direzione. La coscienza deve fare il resto del lavoro, discernendo creativamente il giusto corso d’azione.

Mentre Veritatis splendor è in continuità con la Scrittura e la Tradizione, Amoris laetitia rappresenta una rottura radicale con entrambe. I cattolici devono decidere quale opzione preferire. È una scelta cruda: da una parte la chiarezza mentale e la coerenza di papi come Giovanni Paolo II, dall’altra la rete di incongruenze e discontinuità che si trovano in documenti papali come Amoris laetitia.

*docente di Management Practice al Boston College e professore a contratto del St. John’s Seminary di Boston

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Fonte: crisismagazine

 

 

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