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Su Newman, la coscienza, il papa e l’obbedienza

Caro Valli,

penso che sia utile osservare come i grandi pensatori cattolici hanno affrontato le questioni più spinose riguardo all’obbedienza al papa.

Il cardinale Newman, nel capitolo quinto della Lettera al Duca di Norfolk, affronta il tema della coscienza morale; più precisamente: l’affermazione del primato della coscienza in relazione all’autorità magisteriale e governativa del papa [munus docendi, munus regendi]. A nessuno sfugge la centralità del tema.

La tesi sostenuta da Gladstone è la seguente: poiché il papa gode di infallibilità in doctrina fidei et morum, poiché ha sui fedeli cattolici giurisdizione piena, la coscienza morale del singolo deve semplicemente eseguire ciò che il papa insegna. La risposta di Newman è articolata e fine. Tutta la sovrana grandezza della coscienza deriva dal fatto che essa è l’organo dell’apprensione della Legge divina. «Questa legge in quanto viene appresa e viene a far parte dello spirito dei singoli individui, prende il nome di coscienza».

La spiegazione del cardinale John Henry Newman è terribilmente bella e vera:

Sembra, dunque, che vi siano casi estremi nei quali la coscienza può entrare in conflitto con la parola del Papa e che, nonostante questa parola, debba essere seguita.

[…] Quando divenne Creatore impresse questa legge [divina], che è Lui stesso, nell’intelligenza di tutte le sue creature ragionevoli. La legge divina è dunque la regola della verità etica; il criterio del bene e del male; un’autorità sovrana, irrevocabile, assoluta, davanti agli uomini e davanti agli angeli. «La legge Eterna», scrive Sant’Agostino, «è la ragione divina o volontà di Dio, la quale comanda l’osservanza e vieta di turbare l’ordine naturale delle cose». «La legge naturale», osserva san Tommaso, «è un’impronta della luce divina in noi, una partecipazione della legge eterna fatta alla creatura ragionevole». Questa legge, in quanto percepita dalla mente dei singoli uomini, si chiama «coscienza» e benché possa subire rifrazioni diverse passando attraverso l’intelligenza di ogni essere umano, non ne viene per questo intaccata al punto da perdere il suo carattere di legge divina. […] La coscienza non è egoismo lungimirante, né il desiderio di essere coerenti con se stessi, bensì la messaggera di Colui, il quale, sia nel mondo della natura sia in quello della grazia, ci parla dietro un velo e ci ammaestra e ci governa per mezzo dei suoi rappresentanti” (Lettera al Duca di Norfolk, cap. 5).

Il referente della coscienza è la legge divina, e il papa esiste per aiutare la coscienza ad essere illuminata dalla divina Verità. Quindi e per il papa e per la coscienza il referente è lo stesso: la luce della divina Verità. Tutti e due guardano nella stessa direzione. Newman non lascia spazio ad alcuna interpretazione:

Se il vicario di Cristo parlasse contro la coscienza, nell’autentico significato del termine, commetterebbe un suicidio; toglierebbe la base su cui poggiano i suoi piedi. Sua autentica missione è proclamare la legge morale; proteggere e rafforzare quella «Luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo». Sulla legge e sull’autorità della coscienza sono fondati tanto la sua autorità in teoria, quanto il suo potere in pratica. […] Io qui esamino il papato nel suo ufficio e nei suoi doveri e con riferimento a quanti riconoscono i suoi diritti. Costoro non sono legati dal carattere personale o dagli atti privati del vescovo di Roma, bensì dal suo insegnamento ufficiale. […] La sua (del Papa) raison d’être è quella di essere il campione della legge morale e della coscienza. La realtà della sua missione è la risposta al lamento di quanti sentono l’insufficienza del lume naturale; e l’insufficienza di questo lume è la giustificazione della sua missione.

In Newman vi è un esempio che oggi purtroppo scandalizzerebbe la maggior parte dei cattolici:

Supponiamo, per esempio, che il Papa ingiunga ai vescovi inglesi di imporre ai loro sacerdoti che s’impegnino con energia nella lotta in favore dell’antialcolismo e che uno dei preti sia profondamente convinto che l’astinenza dal vino e dagli altri alcolici è in pratica un errore degli gnostici e di conseguenza senta di non potere eseguire quell’ordine senza peccare. Supponiamo ancora che il Papa ordini di organizzare delle lotterie in favore delle missioni e che un prete possa affermare davanti a Dio che egli ritiene le lotterie moralmente cattive. Ebbene, questi due preti, sia nel primo che nel secondo caso – abbiano o non abbiano ragione nel loro modo di pensare e quand’anche fossero nell’errore e quindi colpevoli, per non essersi sufficientemente impegnati allo scopo di raggiungere la verità nel loro caso -, questi due preti, ripeto, hic et nunc commetterebbero peccato se obbedissero al Papa” (Lettera al Duca di Norfolk).

Certamente Newman oggi userebbe un esempio con i dubia, piuttosto che l’organizzazione di una lotteria o la bevuta di un buon vino della Franciacorta.

Tra tutti i dubia (parlo dei primi, quelli del 2016) giova ricordare quello più attuale, nel senso che meglio esprime lo stato in cui ci troviamo. Si tratta del dubbio n.5 dell’anno 2017. Il cardinale Caffarra[i] riteneva che fosse il più importante:

“Ecco perché fra i cinque dubia il dubbio numero cinque[ii] è il più importante. C’è un passaggio di Amoris laetitia, al n. 303[iii], che non è chiaro; sembra – ripeto: sembra – ammettere la possibilità che ci sia un giudizio vero della coscienza (non invincibilmente erroneo; questo è sempre stato ammesso dalla Chiesa) in contraddizione con ciò che la Chiesa insegna come attinente al deposito della divina Rivelazione. Sembra. E perciò abbiamo posto il dubbio al Papa”.

È lecito seguire un insegnamento dubbio che, oltretutto, vada contro la coscienza rettamente intesa?

Addirittura si è giunti ad affermare che un linguaggio completamente ortodosso non trasmetterebbe il vero Vangelo di Cristo[iv], provocando ipso facto un vero e proprio corto circuito logico[v].

Questo non è forse “uno scavarsi la fossa sotto i piedi”? Non è forse lasciare libertà che la coscienza distrugga la vera coscienza? Una volta certi, come dobbiamo agire?

È ancora molto utile il pensiero di Newman, presente nel cap. IV della sua lettera, quando cita due grandi autorità, tra cui il cardinal Bellarmino diventato in seguito Dottore della Chiesa:

Il cardinal Torquemada scrive: “[…] Se il Papa ordinasse qualcosa contro la Sacra Scrittura, gli articoli di fede, la verità dei sacramenti, i comandamenti della legge naturale o divina, egli non deve essere obbedito e non bisogna curarsi dei suoi ordini (despiciendus)”.

Tre noticine: questo Torquemada è solo omonimo del famoso inquisitore, il corsivo è nell’originale e la traduzione dal latino di despiciendus è edulcorata da Newman (significa: il suo ordine deve essere disprezzato).

Prosegue Newman:

Il Bellarmino, parlando della resistenza da opporre al Papa, scrive: «Per resistere e per difendere se stessi non è richiesta alcuna autorità… Quindi, come è lecito resistere al Papa se assale una persona, è altrettanto lecito resistergli se assale le anime o turba lo Stato e tanto più se tenta di distruggere la Chiesa. È lecito resistergli, affermo, col non fare quello che comanda e impedendo l’esecuzione dei suoi progetti».

Non basta resistere. Secondo san Roberto bisogna impedire l’esecuzione dei suoi progetti. Il Martello degli eretici reclama la virtù di forza sotto la sua duplice forma: sustinere et aggredi, resistere e attaccare.

Ce n’è abbastanza non solo per riflettere a lungo, ma perché chi di dovere agisca…

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[i] https://www.iltimone.org/news-timone/amoris-laetitia-la-verit-e-la-coscienza-lectio-di/

[ii] «5. Dopo Amoris laetitia n. 303 si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II Veritatis splendor n. 56, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, che esclude un’interpretazione creativa del ruolo della coscienza e afferma che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto?».

[iii] Nell’Amoris laetitia, al n. 303, viene affermato che “la coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio”. In questo caso il dubium chiede una chiarificazione di queste affermazioni, dato che esse sono suscettibili di interpretazioni diverse o addirittura divergenti sia da parte del popolo di Dio che da parte dei vescovi che devono far rispettare tali disposizioni come insegnamenti.

[iv] Il documento programmatico di Francesco, Evangelii gaudium, al punto 41 recita: «[45] A volte, ascoltando un linguaggio completamente ortodosso, quello che i fedeli ricevono, a causa del linguaggio che essi utilizzano e comprendono, è qualcosa che non corrisponde al vero Vangelo di Gesù Cristo. Con la santa intenzione di comunicare loro la verità su Dio e sull’essere umano, in alcune occasioni diamo loro un falso dio o un ideale umano che non è veramente cristiano. In tal modo, siamo fedeli a una formulazione ma non trasmettiamo la sostanza. Questo è il rischio più grave».

[v] La questione è molto delicata anche in riferimento alla nota [45] di EG 41 che riporta la citazione del Discorso nella solenne apertura del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962): «Est enim aliud ipsum depositum Fidei, seu veritates, quae veneranda doctrina nostra continentur, aliud modus, quo eaedem enuntiantur». Però, La citazione in latino, stranamente l’unica in tutta l’esortazione apostolica, è troncata prima della virgola! Ecco quella completa: «Est enim aliud ipsum depositum Fidei, seu veritates, quae veneranda doctrina nostra continentur, aliud modus, quo eaedem enuntiantur, eodem tamen sensu eademque sententia». La parte espulsa recita così in italiano: «sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione», pertanto la parte omessa afferma che qualunque linguaggio si utilizzi deve essere fedele alla formulazione di partenza ossia completamente ortodosso! Per san Paolo la fede viene dall’ascolto (Rom. 10, 17): Fides ex auditu. Come è possibile ricevere la fede integra, senza ascoltare un linguaggio completamente ortodosso? Come è possibile trasmettere un falso vangelo, dare un falso dio con un linguaggio completamente ortodosso?

Lettera firmata

 

 

Aldo Maria Valli:
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