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L’Avvento, l’attesa, i santi e gli animali. Una favola vera

Cari amici di Duc in altum, Michela Di Mieri, autrice del contributo che vi propongo, sta lavorando a una nuova rubrica per il blog: riguarderà i santi e gli animali. Intanto, ecco questa sua riflessione scritta l’8 dicembre, nel giorno dell’Immacolata. Quando, nonostante tutto, in tante case ancora si aprono gli scatolini con dentro i personaggi del presepe. 

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di Michela Di Mieri

Caro Valli,

mentre scrivo è l’8 dicembre, solennità dell’Immacolata concezione della Santissima Madre di Dio.

Lo so dove viviamo. So che oramai nella coscienza di massa non si va oltre la locuzione “ponte dell’Immacolata” per indicare quella sparuta manciata di giorni in cui le scuole e un sacco di altre robe sono chiuse; e dunque ben venga questa strana festa non meglio decifrata che ci fa dormire un po’ di più sotto il calduccio dei piumoni, in queste mattine fattesi gelide, e che apre ufficialmente le danze delle palle colorate e delle lucine intermittenti. Lo so che, se mai si chiedesse in giro cosa si festeggia oggi, bene che vada ci si può aspettare di sentirsi rispondere che è la concezione Gesù; cosa che, per altro, credevo anch’io fino a qualche annetto fa.

E poi so anche tutto il resto. Sono ben conscia dell’oceano di follia nel quale tutti ci barcameniamo, la cui ultimissima manifestazione è l’apertura delle gabbie dei segugi da stano e dei molossi trancia garretti, che ringhiano scatenati, dalle scuole alle strade, al comando di patriarcatus delendus est. E lo so che quei latrati alti e implacabili, “non una di meno, distruggi tutto, cultura dello stupro”, non si sono levati, perché le gabbie erano ben chiuse e le mute d’assalto stavano a cuccia come mansuete giumente, quando, all’ombra di un casolare diroccato, la nostra Bassa emiliana profonda sgorgava ancora rosso sangue, mentre Saman Abbas veniva fatta fuori dalla sua patriarcalissima e islamicissima famiglia al completo, per aver osato rifiutare un matrimonio combinato in Pakistan con un lontano cugino. (Come, tanto per ricordare, non si sono aperte, e non si è gridato al fascismo, quando non si poteva andare a scuola, o a giocare, che so, a pallavolo, se non unti dal sacro siero, ed era permesso entrare in un bar a prendere un caffè, ma solo in piedi, in quanto è a chiunque ben nota la capacità dei tavolini di propagare morbi terribili e letali, o quando si sono elargiti armi e denari ad un regime che si ispira ad un collaboratore nazista e che nelle squadracce naziste ha il suo fiore all’occhiello armato).

Lo so che avremmo anche una madre, augusta, venerabile e bimillenaria, ma che balbetta anestetizzata dall’oppio del secolo, quando un tempo la si accusava di essere lei la dispensatrice di soporiferi papaveri per il popolo sfruttato, e perciò non è più in grado di levare a tali propositi una parola che una degna del suo antico appellativo di magistra, mentre, invece, ce ne sarebbe un disperato bisogno, per la povera Giulia, per tutte le donne e tutti gli uomini vittime di un’antropologia che ha perso il ben dell’ordine naturale e sociale, nonché dell’intelletto, e si limita a pappagallare la sua necessaria demascolinizzazione, per non perdere il treno dell’ultima parola d’ordine.

Nondimeno anche oggi, come ogni 8 dicembre, in casa mia, e in quelle di tanti, da impolverate scatole addormentate nei ripostigli è stato tirato fuori l’occorrente per fare il presepe, con le statuine dei protagonisti di questo rito plastico, san Giuseppe, la Madonna, il Bambinello, il bue e l’asinello, e poi il corredo di pastori, fruttivendoli, ciabattini, fornai e lavandaie, il muschio, le capanne e le stelle comete, gli angioletti e le pecorelle. E poi, mani alacri e creative hanno plasmato rappresentazioni più o meno artistiche, ricercate, variegate, minimali o sontuose, fin quasi a riprodurre degli spaccati sociologici della Palestina rurale di duemila anni fa. Ma, sia come sia, in tutte le sue quasi infinite varie forme e tipologie, immancabilmente, il cuore pulsante è quella capanna, all’interno della quale si rimane meravigliati e increduli davanti alla Luce del mondo.

È l’Avvento, l’attesa, il conto dei giorni che mancano al 25, la sospensione dell’ordinario computo del tempo.

E, di colpo, si torna tutti un po’ bambini, e, anche a noi, disillusi e smaliziati uomini della post modernità, diventa lecito lasciarci cullare da una percezione e da un’aspettativa dolce e rarefatta, che riesce ad accantonare le brutture e le follie di questi nostri tempi.

Il secolo chiama tutto questo “la magia del Natale”; e brucia montagne di incensi all’aconfessionalità della pecunia e del nuovo ordine mondiale, trasformando la nascita del Salvatore nella festa delle luci e della coccolosità, con la produzione a profusione di moderne favole barluccicanti fatte di biscotti al cacao testimoniati da una riccioluta bimbetta in pandan con il loro colore, o di slitte tintinnanti, trainate da renne agghindate come attaccapanni, su cui zampettano elfi e gnomi, zeppa di scatole tralsucide, che emanano polvere di stelle davanti agli sguardi in deliquio di teneri pargoletti, mentre il grassone barbuto rossovestito, che ha soppiantato San Nicola di Mira, gongola trangugiando Coca Cola.

Ma noi cristiani, per quanto adulti e rotti allo spirito del mondo, ai quali le fiabe, le poesie, i simboli non sanno più parlare, sappiamo che questa, per quanto abbia l’atmosfera di una favola, è una favola vera, più reale della realtà della materia, la cui magia è miracolo capace di andare oltre le leggi della natura e di spiazzare il destino di morte e nulla in cui ci balocchiamo.

E così, vorrei approfittare di questo periodo, in cui ci permettiamo di addentrarci in una dimensione del cuore e della mente, che ignoriamo pressoché totalmente per i restanti trecentoquaranta circa giorni dell’anno, per inaugurare una rubrica dal sapore quasi della favola, ma che non racconta favole, che avrà come oggetto i santi e gli animali. Perché quella lettura allegorica della realtà, cui erano avvezzi i nostri avi del sempre vituperando Medioevo, per cui la materia è simbolo di una sostanza spirituale che necessariamente deve essere percepibile dai sensi, affinché noi umani possiamo comprenderne i messaggi, anche se magari ci vergogniamo ad ammetterlo, riesce ancora a penetrare secoli di sofismi e sovrastrutture e ad addolcire ed allargare la visuale di un orizzonte fattosi via via sempre più plumbeo e limitato.

Non ne conosco certo il motivo, ma so che, quando il Signore della storia ha deciso di farsi Storia, lo ha fatto al tepore del fiato di un bue e di un asino, tra i belati delle greggi con i loro agnellini, che immancabilmente accompagnavano i pastori, con i quali ci saranno stati senza dubbio i cani, quelli da guardiania e quelli da conduzione (i nostri maremmani e border collie, tanto per capirci). E, immagino, dietro le montagne si saranno celati lupi, linci, volpi, e predatori vari in agguato, pronti a balzare sull’agnello al minimo cenno di distrazione del bianco guardiano. Davanti a ciò, posso forse pensare che tutto questo pullulare di creature attorno a Lui sia un puro caso? Il Signore della vita ha scelto di venire al mondo in mezzo ai peli, lanuggine, orme, impronte di tanta varietà di creature, ha voluto essere aiutato a scaldarsi dal respiro di due di esse, così come molte di loro aiutano Adamo, oramai da decine di migliaia di anni, nei lavori, nelle fatiche, nella sopravvivenza, ed oggi, nelle solitudini e depressioni tanto occidentali. E, altrettanto, la nostra storia, la storia cristiana, è piena di santi che hanno ammansito fiere, a cui gli animali, dal corvo al cane, dall’orso al lupo, hanno fatto da spalla, portavoce, collaboratori, compagni, ausiliari, al punto da rimanere spesso scolpiti nell’iconografia insieme ad essi, quasi fossero uno inscindibile dall’altro, quasi che la loro mera presenza possa parlare a chiunque si soffermi a guardarne l’immagine, raccontando a quel bambino, che pur sempre seguita a vivere in noi, le prodezze che si possono compiere, quando un imitatore di Cristo sa ricomporre quell’antica armonia della Creazione, irrimediabilmente infranta un brutto giorno nel Paradiso perduto.

E devo ascrivere tutto questo ad una fortuita coincidenza? Io, vecchia cariatide medievale, credo proprio di no.

Buona lettura e buona favola vera.

 

Aldo Maria Valli:
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