Che fare? / La vera questione fondamentale

di Aurelio Porfiri

Non possiamo negare di vivere in un momento storico particolarmente difficile e travagliato, anche all’interno della Chiesa, eppure se crediamo che essa in realtà non è nelle mani di quel papa o di quel vescovo, ma di Gesù, forse possiamo vedere le cose sotto un’altra prospettiva e non cercare facili etichette che servono solo a rassicurarci. In queste situazioni storiche la nostra fede è scossa, vacilla in modo terribile. Siamo sicuramente nella situazione in cui ci viene da dire con i discepoli: “Maestro, Maestro, affondiamo!”. Eppure non è rifugiandosi altrove che troveremo la salvezza.

Come ha detto bene san Paciano di Barcellona, noi dovremmo dire Christianus mihi nomen est, Catholicus cognomen: dovrebbe essere sufficiente, senza cercare rifugio in etichette che forse ci rassicurano ma che non chiariscono la vera situazione.

Capisco perfettamente la battaglia di tanti nel mondo tradizionalista e quando leggo testi di esponenti di questo mondo la maggior parte delle volte mi dico che anch’io la penso come loro. Eppure non bisogna rischiare di far diventare il tradizionalismo (poi quale?) una casa. Credo che l’atteggiamento più onesto sia proprio quello dei discepoli che gridavano “Maestro, Maestro, affondiamo!”, perché sono sicuro che è questo che ogni tradizionalista, qualunque sia la sua connotazione particolare, sente nel suo cuore.

Questo grido lo faccio anche mio, ed è in effetti un grido drammatico che lacera la nostra esistenza. La sensazione di essere esuli in patria è veramente terribile, ne ho parlato in un libro che ha avuto un certo successo, scritto con Aldo Maria Valli e che si intitola Sradicati. Eppure, dobbiamo evitare la tentazione, pur forte a volte, di “sradicarci” da Gesù.

Un importante e controverso teologo come Henri de Lubac nella sua Meditazione sulla Chiesa diceva: “Ma queste deviazioni non possono intaccare la Chiesa. Gli uomini possono certo venir meno allo Spirito Santo: però lo Spirito Santo non verrà mai meno alla Chiesa. Le nostre peggiori infedeltà non la separeranno giammai dalla carità di Dio che è in Gesù Cristo. Con la sua testimonianza e con i suoi inalienabili poteri, essa sarà sempre il Sacramento di Gesù Cristo. Sempre ce Lo renderà realmente presente. Per mezzo dei migliori tra i suoi figli, essa non cesserà mai di rifletterne la gioia. Quando sembra dar segni di stanchezza, una segreta germinazione le prepara nuove primavere, e malgrado tutti gli ostacoli che noi frapponiamo, i santi rinasceranno sempre”.

Ecco, quello a cui dovremmo aspirare non è di essere tradizionalisti, ma “i migliori dei suoi figli”, che non significa necessariamente i più buoni, perché siamo consci della nostra imperfezione, ma significa coloro che trasformano la paura per la nave che sembra affondare in coraggio, coloro che comunque sentono che il Maestro prima o poi si sveglierà e farà qualcosa.

“E voi chi dite che io sia?” (Matteo 16, 15), ecco la vera questione, al centro di quel grande libro che è Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori. Certo, non nego che sia importante la figura del pontefice e tutto quello che ne consegue, ma alla fine la questione fondamentale è Gesù, è la nostra fede. Allora, “i migliori dei suoi figli” dovrebbero accettare di abitare il grido dei discepoli, “Maestro, Maestro, affondiamo!”, e cercare la fedeltà, anche se in alcuni momenti ci sembra così difficile.

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