“E mi sovvien l’eterno”. Dentro la “lectio divina”

di Rita Bettaglio

Io non so se faccio bene la lectio. Lectio divina, intendo: quella che ha plasmato generazioni di monaci, trasformando, insieme all’opus Dei, l’Ufficio divino, la mente e l’anima, permeandola di Parola di Dio.

Tutte (o quasi) le mattine mi metto davanti alla Bibbia, invoco lo Spirito Santo e comincio a leggere la parte assegnata per quel giorno. Ho uno schema che mi dice che brano leggere e questo è già un aiuto perché, sennò, io mi perderei. Immagino che la lunghezza del testo quotidiano sia commisurata alla capacità media di chi intraprende quest’avventura.

Va da sé che leggere è solo il primo movimento di un’armonia che si sviluppa poi in meditatio, oratio e contemplatio. Per la mia limitata e soggettiva esperienza, esse non sono necessariamente fasi susseguenti, che procedono in modo lineare l’una dopo l’altra.

Se si potesse fare una rappresentazione grafica della lectio (intesa come somma dei vari momenti), il suo profilo assomiglierebbe a una catena ininterrotta di monti, ma con valli, crepacci, burroni e passi alpini.

Il Manzoni mi perdonerà se, per descrivere la lectio, prendo a prestito l’incipit dei Promessi sposi.

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte…

Ecco il corso dell’anima che legge la Sacra Scrittura: il pennino del suo sismografo traccia “seni e golfi e, a seconda dello sporgere o del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi”.

Talora il pennino s’imbizzarrisce e sembra preda di un terremoto che, come all’ora della morte del Signore, scuote la terra e squarcia il velo del tempio. Altre volte, invece, gorgoglia come un infantile ruscello, nato al primo tepore dallo scioglimento dei ghiacci: salta come un capretto e gioca come un bimbo che cerchi di acchiappare una farfalla.

Spesso il brano indicato per quel giorno mi appare insormontabile, perché ogni parola, ogni espressione reclama la sua attenzione e apre, senza chiedere permesso, mille sentieri nella mente e nell’anima. E l’acqua fluisce immediatamente e non c’è verso di fermarla. Allora non c’è cosa che si possa fare se non chiudere gli occhi e rimanere lì, senza neppure sapere cosa si stia facendo.

Dopo un po’, come destatami da un incanto, mi rimetto a leggere, ma, sulle prime, la misteriosa seduzione precedente è restia a volatilizzarsi e a rendere la mente capace di cibarsi d’altro. Come un bimbetto pieno di sonno, mi butto giù dal letto di quella parola e ne affronto un’altra.

Per grazia di Dio la mia sensibilità spesso è simile a quella della carta vetro del 10 (mi scusino tutti: questa è un’espressione genovese, ma rende l’idea perché la carta vetro a grana più grossa è del 12), sennò credo che tutta l’ora della lectio trascorrerebbe sul primo versetto e non andrei avanti di un millimetro.

Forse sarà perché utilizzo il testo della Vulgata: il latino di san Girolamo è così pregnante e plastico che ogni versetto distilla una perla.

Ebbene, in quest’avventura quotidiana, sovente, come direbbe il poeta, io nel pensier mi fingo e immagino monasteri nascosti tra i boschi, dove secoli di uomini silenziosi e forti, hanno piegato il cielo a misericordia. Tra quelle mura, impregnate di preghiera, nel silenzio in cui la notte cede alla luce che sorge (ex alto), mi sembra di toccare i pensieri e gli aneliti del cuore di quei monaci, che si fondeva con quello di Dio.

“E mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei”, canta, desolatamente, Leopardi.

Ma per me è l’eterno della presenza di Dio sussurrata negli scriptoria e cantata nell’Ufficio divino. Le morte stagioni sono quelle della natura e del seme che, se non muore, non porta frutto. La presente e viva, e il suon di lei è la stagione dell’anima che s’immerge in Dio, che vibra del suo barbàglio, splendore abbagliante e discontinuo. Non discontinuo per difetto della sorgente, ma per incapacità del recettore.

La lectio è bellissima, ma alle volte mi lascia esausta perché tutto vorrei cogliere e, invece, tutto mi sfugge.

Dice san Benedetto nel Prologo della sua Regola:

Fratelli carissimi, che può esserci di più dolce per noi di questa voce del Signore che ci chiama?.

Questa voce si leva ogni momento dalla Sacra Scrittura e dalle voci di anonimi monaci che cantano l’Ufficio divino. E quando essa si eleva al cielo, acquista vita propria. Perché è Parola di Dio e non umana.

Così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata (Is 58,11).

Ecco perché c’è, ancor oggi, chi sfida il sonno e la pesantezza delle membra per meditare, Signore, la Tua parola giorno e notte. Parola che è legge.

 

 

 

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