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Che fare? / “Il tempo sta per scadere. E saremo chiamati a scelte definitive”

Fabio Battiston, che con il suo articolo È giunta l’ora? Ecco perché sto pensando di farmi scomunicare [qui] ha dato il via a un ampio e appassionante dibattito fra i lettori di Duc in altum sul Che fare, torna in argomento per spiegare ancora meglio la sua posizione e, alla luce delle osservazioni ricevute, delineare una strategia.

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di Fabio Battiston

Il 13 gennaio scorso compariva su Duc in altum un mio contributo [qui] nel quale proponevo (soprattutto a me stesso) una possibile via d’uscita da questa malefica situazione in cui versa la Chiesa temporale e nella quale, come cattolici, sembriamo condannati a dover convivere sino alla fine dei nostri giorni. La sintesi del tema era affidata a un solo concetto/obiettivo: trovare la via della Salvezza cercando, in scienza e coscienza, di ottenere la scomunica da parte di chi si è impossessato della Barca di Pietro.

Il caro Valli, presentando i primi articoli che da quel giorno avrebbero poi alimentato un dibattito sempre più profondo e articolato, scrisse di ritenere il mio contributo come una sorta di “sasso nello stagno”. Un sasso forse sì – lanciato comunque in uno specchio d’acqua già agitato da dubbi, incertezze e confusioni – ma non certo una provocazione. Su una problematica di tale portata, quale è la nostra appartenenza alla Chiesa, non ci può essere spazio per le provocazioni o i colpi di teatro. Nulla può essere affidato a sensazioni o decisioni prese sull’onda emotiva generata da un singolo atto che ci indigna. Per quanto mi riguarda, tutto ciò che scrivo da tre anni a questa parte è solo la punta dell’iceberg di una panoplia di pensieri, riflessioni e analisi iniziate molto tempo prima. Posso dire, con una certa sicurezza, che questo mio cammino cominciò un giorno ben preciso di trentotto anni fa: era il 27 ottobre 1986 quando ad Assisi si svolse per la prima volta la cosiddetta Giornata mondiale di preghiera per la pace, fortemente voluta da san Giovanni Paolo II. Tutti i cattolici praticanti sanno bene (o almeno così dovrebbe essere) di che cosa parlo e di cosa si trattò. Sintetizzo a riguardo il mio punto di vista, brutale forse, ma è ciò che penso: fu un evento di sincretismo religioso nel quale la Chiesa cattolica dette l’iniziale colpo di piccone al Primo Comandamento, formalizzando – nell’inequivocabile simbologia del tavolo circolare – la pari dignità e valore di tutte le religioni, senza più distinzione alcuna. Fu ad Assisi, io credo, che si udirono i primi vagiti della cosiddetta Religione Universale, oggi cavallo di battaglia della malefica coppia Deep State – Chiesa bergogliana. Sono altresì certo che non fosse questo l’obiettivo per il quale il Santo di Wadowice promosse quell’evento, ma tant’è.

A quella prima volta, purtroppo, fecero seguito altre tristi preghiere di questo tipo e – nonostante puntualizzazioni e precisazioni che periodicamente arrivavano dalla Santa Sede – l’impressione che ne ricavavo era (ed è tuttora) sempre la medesima. Il “Non avrai altro Dio fuori di me” prendeva sempre più la forma non già del Comandamento principe, bensì di una parola in disuso, testimonianza di una fede e di una religione antiche che per adeguarsi al nuovo mondo dovevano cambiare, aggiornarsi. Al tempo stesso il continuo, ossessionante, tumultuoso appello al dialogo interreligioso (mi riferisco ovviamente a quello verso i non cristiani, con esclusione dei nostri fratelli ebrei), che a tutti i livelli la Chiesa iniziava a manifestare, non faceva altro che confermarmi nell’impressione di una deriva sincretistica ormai inarrestabile del cattolicesimo moderno. L’impressione di quegli anni si è oggettivamente trasformata in realtà. Tutto questo per far capire quanto ciò che sto personalmente decidendo in questa fase, l’ultima, della mia vita, sia il frutto di un percorso lungo, accidentato – non certo privo di incertezze e contraddizioni – e sempre costellato da quella realtà di peccato che accompagna l’esistenza di ciascuno di noi.

Penso sia anche giusto specificare che la preghiera di Assisi fu l’unica rilevante questione che mi fece entrare in rotta di collisione con la dottrina e la pastorale wojtyliane. Quel tavolo fu, a mio avviso, un grave errore compiuto però tra mille grandi atti e documenti di costante confermazione nella fede e nel pieno rispetto di Tradizione e Magistero. I suoi ventisette anni di papato, visti nel loro insieme, furono in gran parte un fulgido, incredibile esempio di coraggio, forza e fede cristiana, unito a una devozione mariana che credo non abbia avuto eguali nel XX secolo. È per questo che, nonostante il frangente che ho descritto, la figura di san Giovanni Paolo II costituisce per me una delle più grandi testimonianze cristiane e cattoliche cui fare riferimento. Dico questo per sottolineare le differenze capitali con l’odierna temperie. Oggi non siamo di fronte a un errore ma a una strategia di morte con obiettivi sia nel breve sia nel medio lungo-termine.

Ma torniamo al centro della questione che sta alimentando il dibattito in corso. Vorrei in tal modo meglio precisare il mio pensiero. Ritengo non ci sia nulla di scandaloso nel pensare che, se le cose continuano di questo passo, l’ipotesi di farsi scomunicare possa divenire una possibilità concreta. Da chi si verrebbe scomunicati? Da un papa neopagano e da un prefetto del Dicastero per la dottrina della fede auto-riconosciuto autore del libello sexy-teologico e di altre nefandezze. A riguardo, in uno dei numerosissimi contributi pubblicati in questi giorni sul blog, il signor Paolo Menti scrive:

Il proposito di farsi scomunicare per salvarsi l’anima, formulato da Fabio Battiston, mi sembra incongruente. Se infatti Jorge Mario Bergoglio è vero papa, farsi scomunicare comporta piuttosto il perdere l’anima; e se Bergoglio non è vero papa, la scomunica è priva di fondamento, di senso e di utilità.

Queste poche, efficacissime righe racchiudono uno dei focal point della questione in esame. Personalmente non mi ha mai appassionato il tema legato alle dimissioni (vere o presunte) di Benedetto e della conseguente validità (o invalidità) della nomina del suo successore. Il punto è un altro. Delle due l’una. Se la scomunica che cerco mi arriverà da un papa impostore, essa servirà comunque per acclarare il mio totale rifiuto e abbandono di una Chiesa terrena ormai occupata e dominata dal demonio e della quale Jorge Bergoglio è il temporaneo custode, in attesa di prossimi e più crudeli successori. Se, al contrario, Bergoglio è vero papa e, di conseguenza, agisce, pensa, evangelizza, celebra e scrive sotto l’azione diretta dello Spirito Santo ciò significa che tutto ciò di cui siamo diretti testimoni da vari anni a questa parte è in totale sintonia con Tradizione, Scrittura e Magistero. Vuol dire che la Chiesa di Francesco rappresenta a tutto tondo quel Corpo mistico, di cui Nostro Signore Gesù Cristo è il capo, e del quale noi siamo le membra. Significa, ad esempio, che è giusto aver portato in processione un idolo pagano in una chiesa consacrata, che i peccati più gravi sono tali solo se è compiuti contro la natura e l’ambiente o, infine, che occorra isolare e condannare chiunque voglia celebrare la liturgia cattolica tradizionale, vietandone i riti in tutto il mondo. Se la realtà fosse questa (ciò che sto per dire farà certamente rizzare i capelli a molti lettori), allora la scomunica che cerco sarebbe ancora più gradita. Infatti non vorrei mai appartenere a una religione del genere. Se la narrazione santa è quella di questi ultimi dieci anni – una narrazione che, senza andare troppo indietro nel tempo, sconvolge dalle fondamenta il Ministero degli ultimi due pontificati – vorrebbe dire che tutto ciò che mi è stato insegnato nella mia vita di credente o era in gran parte falso oppure io l’ho capito alla rovescia. In questo caso, di una Salvezza garantita da una fede che ai miei occhi si rivela demoniaca non saprei proprio che fare.

Forse non tutti sono al corrente della cosa, ma proprio in questi giorni di dibattito è comparsa su diversi organi di informazione una breaking news che, se fosse vera e nei termini di cui se ne parla, sarebbe di una portata dirompente. Ecco l’incipit della notizia riportato da moltissimi siti cattolici, e non solo, con la consueta e triste tecnica del “taglia e incolla”:

Monsignor Carlo Maria Viganò è stato riconsacrato vescovo da monsignor Williamson (espulso dalla fraternità sacerdotale San Pio X nel 2012). Il nunzio apostolico emerito a Washington ha quindi scelto di allontanarsi definitivamente dalla comunità ecclesiale cattolica, dubitando apertamente della validità degli ordini conferiti all’interno della Chiesa cattolica. Questo gesto lo fa incorrere, evidentemente, nella scomunica latae sententiae.

Non intendo fare nessun insulso e ridicolo confronto tra quest’informazione e il tema del nostro dibattito, per carità. Ad oggi non vi sono state né conferme né smentite ufficiali da parte degli interessati a quanto pubblicato nei giorni scorsi. Tuttavia se la decisione di Viganò fosse confermata, saremmo di fronte a una scelta con cui ciascuno di noi (intendo coloro che guardano increduli e basiti a questa nuova chiesa) dovrebbe in qualche modo confrontarsi. L’auspicio è che quanto prima vengano definitivamente chiariti i termini della questione e, soprattutto, la veridicità di questa notizia.

Come ho più volte ribadito al caro Valli, il suo magnifico L’ultima battaglia è stato forse superato – a destra e a sinistra – dal precipitare vorticoso degli eventi. Credo che la tetra macchina da guerra messa in moto in questi ultimi decenni non sia purtroppo più controllabile da alcuno (almeno su questa terra). Vivere in comunione con questa chiesa temporale, ormai, sta sempre più coincidendo con l’esserne complici. È per questo che non dobbiamo aver paura di quello che, sia pur tra mille dubbi e difficoltà, ci viene talvolta suggerito dalla nostra coscienza. Se lo Spirito Santo ancora si muove per cercare di riportare sulla retta via il signor Jorge Bergoglio, esecutore del diabolico mandante, tanto più e tanto meglio saprà fare con noi, umilissimi peccatori.

Non ho intenzione di rispondere nello specifico a coloro che hanno avuto la bontà e la carità di replicare alle mie considerazioni del 13 gennaio scorso. Questo non è un dibattito tra uno e molti o fra gruppi che appoggiano questa o quella posizione. È un’offerta che ciascuno fa all’altro proponendo indicazioni, riflessioni e chiavi di lettura che lasciano poi il passo, com’è giusto, al rispetto delle scelte individuali. Tuttavia vorrei meglio precisare il mio pensiero nei confronti di quanto ha scritto nel suo primo intervento Investigatore Biblico, un contributo che, esso sì, ha fatto scaturire uno vero tsunami di interventi.

Anzitutto vorrei cortesemente respingere l’accusa di viltà che viene espressa non soltanto rispetto alle mie considerazioni ma anche verso tutti coloro che hanno già messo in atto (come Alessandro Gnocchi, ad esempio) o hanno in animo di concretizzare decisioni orientate a lasciare o ad essere banditi da questa chiesa cattolica temporale. Con tutto il rispetto per il mio interlocutore, non mi convince né la tesi della fuga e dell’abbandono né quella per la quale dovremmo sentirci spinti, come parte di questa chiesa terrena, a restare sotto la croce, vicini a Gesù e Maria, mentre tutti intorno si danno a precipitosa fuga. Le cose non stanno affatto così e, semmai, è vero il contrario.

Io non voglio lasciare solo il Cristo in questa temperie, non ho alcuna intenzione di rinnegarlo, bensì di sostenerlo e difenderlo restando ancorato a quel Corpo Mistico di cui Cristo è il Capo. Ciò che invece desidero con tutto il cuore, da inveterato peccatore ma speranzoso nella redenzione e nel perdono, è lottare per cacciar via i traditori. E non posso farlo continuando a essere in comunione con fratelli rinnegati che dagli scranni più alti, loro sì, hanno lasciato solo il Cristo. E non si tratta solo di un abbandono; essi stanno consapevolmente sposando la causa e gli obiettivi di quel mondo secolare che da duemila anni, e da tre secoli in particolare, cerca di far sparire il Dio Trinitario dalla faccia della terra. E attenzione! Non sto parlando di una lotta per cacciare dei peccatori. Nessuno di noi, io per primo, potrebbe mai avere il diritto di fare una cosa simile. Quelli che noi stiamo combattendo e verso i quali, almeno per quanto mi riguarda, non voglio ci sia il benché minimo sospetto di comunione e quindi di complicità, sono qualcosa di molto diverso e molto più mostruoso di qualsiasi peccatore, anche se in peccato mortale. Essi sono i diretti esecutori di un progetto preciso il cui mandante non è di questo mondo.

Sono dell’idea che una terza via tra il restare in fiduciosa attesa di eventi che forse non vedremo mai nel corso della nostra vita e una fuga fine a se stessa di chi preferisce solo scappare per non vedere e udire, sia possibile. Quello su cui sto riflettendo da tempo è esattamente il contrario di una ritirata e meno che mai di un’azione divisiva ispirata dal demonio. Ciò a cui penso è invece un atto che rappresenti la negazione di un’ignavia (per non dire di peggio) per mascherare la quale alcuni di noi (non sono la maggioranza, per carità) preferiscono affrontare tranquillamente la tempesta protetti dalla sola forza della preghiera e della fiduciosa attesa. Non dico che questo non sia importante, anzi! Tuttavia io penso ci possa essere anche dell’altro. Quando il Signore ci insegna ad amare i nostri nemici ci offre un via di misericordia, fratellanza e perdono su questa terra, difficilissima da percorrere, nei rapporti col nostro prossimo. Ma domandiamoci: chi il peggiore nemico dell’uomo e dell’umanità intera? La risposta è evidente così come è altrettanto evidente che Iddio non ci chiederebbe mai di amare il Demonio, ma di combatterlo con ogni mezzo. Io sto solo cercando di trovare quello più adatto ed efficace per conseguire l’obiettivo. Altro che fuga e viltà. A casa mia questo si chiama affrontare il male quando esso non si presenta nelle forme secolari che connotano l’umano peccare, bensì ogniqualvolta, come nella presente temperie, si manifesta come un attacco diretto alla fede della Chiesa e alla sua Tradizione, Scrittura e Magistero; per di più proveniente dall’interno dell’istituzione. Un attacco che solo la presenza viva del maligno nei più alti scranni della Chiesa poteva progettare ed attuare.

Il tempo sta per scadere. Le marionette dal lezzo di zolfo, agli ordini del peronista senza macchia e senza paura, hanno ormai messo a punto un mostruoso Blob che vuole divorarci per farci “rinascere” a immagine e somiglianza del padrone della miniera. Questo scenario, che oggi è ben più di una minaccia, ci costringerà molto prima di quanto pensiamo a scelte definitive. A quel punto ulteriori considerazioni su scomuniche, scismi e su “chi abbandona chi” diverranno questioni meramente accademiche. Prendiamo il mio caso. Anche se una scomunica ancora non l’ho avuta, anche se non ho chiesto di entrare in alcun gruppo scismatico, la mia separazione da questa chiesa cattolica temporale è ormai nei fatti. Da tempo non entro più nei “loro” templi, non partecipo alle “loro” messe e liturgie, non chiedo aiuto e conforto ai “loro” sacerdoti, non mi confronto con il “loro” laicato trinariciuto, non cerco e non voglio la “loro” benedizione. Ogni giorno, se Dio me ne darà la forza, li ingiurierò e li combatterò cercando di convincere il mio prossimo ad abbandonarli.

E se un giorno non potrò più pregare nelle ormai pochissime chiese vetus ordo che ci sono rimaste (in tutta la città di Roma, se non sbaglio, ne restano soltanto tre) aprirò il messale tridentino a casa mia ed essa diverrà il mio piccolo, ultimo rifugio di preghiera e di fede. Farò questo dal basso del mio essere peccatore e dalla consapevolezza di non essere certamente tra i più buoni e i più giusti. Purtuttavia è questo il modo che ho scelto per restare aggrappato alla Croce del Golgota e ad un piccolo, fragilissimo lembo della barca di Pietro che sta affondando. Nell’attesa, come ha scritto giustamente Aurelio Porfiri, che il Maestro si svegli e faccia qualcosa.

Grazie a Valli, al suo blog ed ai suoi partecipanti per la grande opportunità che mi è data di partecipare a questo confronto.

 

 

 

 

Aldo Maria Valli:
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