A proposito del libro “Habemus papam?” / Viglione risponde al professor de Mattei

di Massimo Viglione

Il 1° febbraio 2024 il professor Roberto de Mattei ha recensito, sul periodico da lui diretto [qui] il mio libro, appena edito, Habemus papam? Papa eretico. Rinuncia. Sede vacante. L’insegnamento del passato e il dibattito dopo l’11 febbraio 2013 (Edizioni Maniero del Mirto, 2024) [qui l’intervista che mi è stata fatta in proposito da Duc in altum].

Nel ringraziare il professore per la sua attenzione al mio lavoro, mi trovo costretto ad avanzare chiarimenti su alcune sue affermazioni che ritengo errate e su alcune dichiarazioni non rispondenti al vero. Anche perché, come potremo vedere, dalla sua trattazione si potrebbero evincere conclusioni sul mio conto non rispondenti alla realtà, ed è quindi doveroso per me chiarire nero su bianco la verità.

Siccome una trattazione approfondita della questione richiederebbe un altro libro, mi limito a un veloce schema per chiarire le principali problematiche.

Punto primo

De Mattei scrive: «Se per Cionci Ratzinger è un “genio del bene”, per Viglione, è un “genio del male”, “dialetticamente perfetto” (p. 247)».

E questo non risponde al vero, perché le parole riportate, estrapolate dal contesto in cui sono scritte, riescono fuorvianti. Io affermo, al contrario, sulla scia di altri autori da me esaminati nel libro che sostengono altrettanto, che il dottor Cionci, e con lui il suo numeroso e chiassoso seguito, non si rendono conto che qualora il cosiddetto “Codice Ratzinger” fosse vero, Benedetto XVI sarebbe sì un genio, ma non del bene, bensì del male, a causa dell’inganno perpetrato, fino al giorno della morte (quindi per dieci anni), all’intera cattolicità (e non solo) e che solo un giornalista italiano sarebbe stato in grado di scoprire. Ecco, a riprova di quanto detto, le mie testuali parole: «Inoltre, condividiamo quanto Patruno, don Di Sorco e altri autori del dibattito hanno espresso: ovvero, il fatto che se veramente Ratzinger avesse fatto quello che dice Cionci, avrebbe ingannato l’intero orbe cattolico (e non solo), sarebbe sì un genio, ma del male, non del bene. Tutto il mondo caparbiamente ratzingeriano nemmeno si rende conto di questa palese evidenza» (p. 238). Dispiace questo uso non corretto delle mie parole.

Siccome credo che il Codice Ratzinger non risponda a verità, non si può affermare che io ritenga essere stato Joseph Ratzinger un genio del male. Lo riterrei tale se il Codice Ratzinger fosse vero, ma non credo sia vero. Ritengo di contro, come spiegato nel libro, che sia stato influenzato nella sua scelta dalla sua visione teologico-filosofica dialettica, di radice tanto hegeliana per un verso che ranheriana per un altro, questo sì. Ma dal mio libro non si evince in alcun modo che io lo possa ritenere un “genio del male”. Basta leggere il libro per verificare.

Punto secondo

Veniamo ora al punto dolente del ragionamento del professor de Mattei, che pone in dubbio il mio diritto ad andare a Messa una cum: sembra quindi che il professore avalli nei miei riguardi una sorta di accusa di “scisma”, con tutte le conseguenze che ne seguono.

Mi sembra che il professor de Mattei non abbia colto il senso profondo e ultimo del mio ragionamento: ovvero, l’impossibilità oggettiva di possedere una certezza assoluta sulla situazione dell’autorità nella Chiesa odierna. Quasi tutto il libro è in fondo la dimostrazione di questo assunto (a mia opinione, ciò è inconfutabile, per altri ovviamente non è così, ma certamente non la si può liquidare con le illazioni sulla altrui coscienza personale), basata esclusivamente sulla evidente ricostruzione dei fatti. Tutta la IV parte del libro dimostra tale impossibilità e comunque dimostra che questo è il mio pensiero: basta leggere il libro per verificare.

Ora, se ritengo impossibile avere certezza, è evidente che non ho certezza. Siamo ovvero nel dubbio, sebbene, come ho scritto, possa ritenere “fortemente probabile” una delle due soluzioni per le tante ragioni esposte nel libro. Ma “fortemente probabile” non corrisponde a certezza assoluta, né nella lingua italiana né nella teologia. Se non vi è certezza assoluta, non vi è “piena avvertenza” dell’eventuale peccato, e quindi non v’è peccato (perché lo scisma è un peccato), in quanto manca il deliberato consenso (ovvero, nella fattispecie, la volontà stessa di essere “scismatico”). Né si può parlare di “spirito scismatico”, per il semplice motivo che non sto ponendo questi problemi – quasi fossi un pazzo scatenato – sotto il pontificato di Pio XII o prima ancora, né li sto ponendo per primo (ma sono in una lunga schiera…), ma nella quotidiana tragedia assoluta, evidente agli occhi di tutti coloro che non sono ciechi o mentitori, della Chiesa attuale. E la riprova è che, oggi, stanno arrivando finalmente anche le denunce di tanti prelati, cardinali compresi.

Nel libro, a p. 251, dopo aver descritto tutte le possibili motivazioni – oggettive in sé o esposte da altri autori o dedotte dall’insegnamento perenne della teologia (come il problema del papa dubius, solo per fare un esempio possibile fra i tanti che trattiamo) – che spingono a dubitare sulla legittimità della Sede attuale, scrivo testualmente: «Perché tutto quanto descritto in questo libro non dipende da noi, non spetta a noi alcuna decisione in merito alla questione dell’autorità nella Chiesa: al massimo ragionarci sopra pubblicamente, fare video o articoli o libri, allo scopo di porre il problema alle legittime gerarchie ecclesiastiche e aprire gli occhi a chi ricerca la verità senza ancora trovarla, ma niente più di questo. Di contro, possiamo solo “sospendere il giudizio” e attendere che i responsabili agiscano o i fatti dipanino la situazione o Dio stesso intervenga. Fino a quel momento, noi siamo semplici e fedeli figli della Chiesa nel momento storico e nelle condizioni in cui il Signore ci ha voluto far vivere. E questo è esattamente quanto io, Massimo Viglione, semplice laico cattolico, faccio e a questo mi sono attenuto con questo libro».

Anche questa volta, quanto scrive il professor de Mattei («E’ vero che egli non considera questa sua convinzione come “una oggettiva certezza assoluta”, ma se è una certezza morale, sia pure soggettiva, egli dovrebbe astenersi dall’assistere alla Messa una cum un Papa che non è tale»), non risponde al vero. Sia perché io non parlo di “certezza morale” bensì di un’opinione personale che ritengo “fortemente probabile” (e, ancora una volta, non è la stessa cosa, come è evidente oggettivamente), sia perché – lo ribadisco – la struttura che tiene su il mio ragionamento è la mancanza di certezza, e sarebbe una contraddizione in termini (questa sì!) avere quella “certezza morale” che de Mattei mi attribuisce forzosamente e che invece non ho.

Faccio anche notare che, tra gli autori, riporto, dichiarando di condividerlo in pieno, quanto affermato da un sacerdote che purtroppo ha voluto restare anonimo in un suo articolo pubblicato sul blog di Aldo Maria Valli Duc in altum [qui], il quale afferma testualmente che, dinanzi alla folle situazione odierna, si può solo: «a) rimanere saldamente nella Chiesa cattolica, per mezzo di una fedeltà effettiva a ciò che essa ha sempre insegnato; b) “accontentarsi” di eventuali iniziative ponderate e argomentate, prese da cardinali e vescovi autorevoli; c) assumere, nel segreto della propria coscienza, una posizione sempre più chiara e decisa contro un certo magistero folle di Bergoglio. (…) E chi sono io per impedire valutazioni soggettive di questo tipo, specie quando sono frutto di un discernimento lungo e sofferto sulla situazione generale della Chiesa e sul comportamento pertinace di coloro che la guidano? (…) Un giudizio di questo genere però, anche se comprensibile, ha un carattere totalmente privato e soggettivo; e quindi non può essere considerato come ufficiale e definitivo, né può essere imposto agli altri in modo imperativo. La completa chiarificazione del “problema-Bergoglio” non spetta alla base della Chiesa, ma al suo vertice più alto; e ciò si potrà realizzare nei tempi e nei modi che solamente la Divina Provvidenza è in grado di decidere e di attuare», facendo capire che è bene che la parabola decrescente di Bergoglio giunga fino al termine, proprio perché sia chiaro a tutti l’abisso in cui è precipitato e sta facendo precipitare la Chiesa.

Ecco, questo è esattamente ciò io faccio.

Casomai, si può dire che è proprio il professor de Mattei, il quale in passato aveva tra i primi, fin dal 2014, avanzato dubbi sulla legittimità della rinuncia di Benedetto e proprio della stessa natura di quelli da me avanzati (inaccettabilità della scissione dialettica “hegelian-ranheriana” del papato) [qui], poi ribaditi ancora nel 2020 [qui], che dà per scontato ciò che invece è il punto che necessita di verifica e chiarimento. Perché non ha mai dato una spiegazione risolutiva di tali dubbi allora espressi, e assume come certezza assoluta – ovvero che non richiede dimostrazione alcuna, quasi fossimo sotto Pio XII o Innocenzo III – che Francesco è papa, impartendo continue e ormai pedisseque e immancabili lezioni di galateo comportamentale sulla devozione formale che si deve al papa (lo fa ancora in questa sua recensione per l’ennesima volta), come se questo punto fosse il vero cuore di tutta la tragedia attuale della Chiesa Cattolica. Ed è inutile dire come tale pedissequo atteggiamento formale favorisca il sospetto di una volontà apoditticamente “normalizzatrice”, in pieno stile conservatore, anche per quanto concerne la tragedia attuale della Chiesa Cattolica.

Terzo punto

De Mattei poi mi avvicina ai “sedeprivazionisti” (la cosa, per chi conosce le vicende del mondo tradizionalista italiano, è quasi comica in sé, visto il disprezzo di cui godo in quegli ambienti), anche se poi correttamente riporta le mie parole di pieno distacco dalle loro posizioni. Pertanto, anche in questo caso, ho già risposto con il mio libro. Tengo solo a precisare che quando egli scrive che io dovrei ritenere invalide le consacrazioni riconducibili a Jorge Mario Bergoglio, esprime una sua opinione personale non sorretta dai fatti. In realtà io ho chiarito che, nell’evenienza che Bergoglio non sia papa legittimo (evenienza che ritengo fortemente probabile, ma non assolutamente certa) solo la Chiesa potrà in futuro pronunciarsi definitivamente, anche in base al principio della sanazione in radice. Pertanto, è una questione rispetto alla quale non spetta a me avere una posizione apodittica.

Quarto punto

Scrive testualmente il professor de Mattei: «L’unica posizione che il prof. Viglione nel suo libro non critica, ma anzi sembra fare propria, è quella dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò». E questa, duole dirlo, è un’affermazione completamente e gravemente falsa e non si comprende proprio come possa sostenerla. Chiunque ha letto o leggerà il libro può verificare direttamente la mia ultima sentenza. Ad esempio, io elogio il sacerdote anonimo a cui prima ho fatto cenno; elogio il canonista Michielan e particolarmente il canonista Patruno, del quale condivido pienamente il ragionamento, non condividendo affatto invece il titolo del libro scelto dalle Edizioni Fede & Cultura (Non era più lui, riferito a Benedetto XVI, intesa quindi come apodittica affermazione di certezza sul fatto che Francesco sia papa), che non rispecchia fedelmente quanto affermato dai canonisti. Forse di Michielan sì, sebbene anch’egli qualche problema canonico lo ponga, ma specialmente di Patruno, il quale ha confermato i suoi dubbi in merito in un’intervista con Francesco Toscano [qui].

È interessante notare al riguardo che il professor de Mattei, che spesso elogia i due canonisti del libro di Fede & Cultura come esempio di professionalità (e ha ragione, sia chiaro), non si sia però per nulla avveduto del fatto che almeno Patruno è in netta antitesi con le sue opinioni “legittimiste”. Tornando al punto: ho elogiato l’impostazione del professor Radaelli; ho condiviso fin dall’inizio le posizioni del teologo Arnaldo da Silveira sulla questione del papa eretico; ho anche apprezzato il “gruppo dei nove” con il loro “sedemenefreghismo” (pur con qualche doverosa specifica in merito). E, in fondo, almeno in linea generale, anche quanto affermato da Socci prima maniera nel suo primo libro Non è Francesco.

Ma anche quando sono giunto a una conclusione differente, come nel caso del libro di don Daniele Di Sorco (FSSPX) Parole chiare sulla Chiesa, ho scritto testualmente di condividere ogni sua affermazione riguardo lo “smontamento” (mi si passi il brutto termine) delle varie ipotesi di Cionci (pp. 240 e segg.), sebbene poi la mia conclusione sia differente da quella della certezza assoluta espressa dal sacerdote sulla legittimità di papa Francesco.

E anche quando ho criticato alcune affermazioni o posizioni di alcuni autori e teologi, ho comunque messo in risalto anche l’identità di vedute su altri punti. Pertanto, è completamente falso affermare che io abbia condiviso solo la posizione di monsignor Viganò sul vizio di consenso, sulla quale peraltro specifico che, pur ritenendola assolutamente vera in sé, dichiaro che non è di per sé foriera di certezza assoluta sulla vacanza della Sede (come per altro, saggiamente, lo stesso arcivescovo chiarisce ponendola come ipotesi di valutazione ai suoi confratelli e ai cardinali). E non è possibile non notare, nelle parole di de Mattei, una malcelata forzatura nel volermi far apparire come aderente al mondo della “Resistenza” (visto anche il pubblico e costantemente ribadito contrasto – e usiamo un termine “moderato” – che egli nutre verso monsignor Viganò), prima affermando una cosa nettamente falsa in sé come appena dimostrato (l’unico che avrei elogiato sarebbe monsignor Viganò), poi parlando immediatamente dopo dei presunti legami di quest’ultimo con quel mondo.

Insomma, potrei errare, ma non posso nascondere come appaia ai miei occhi alquanto evidente il tentativo del professor de Mattei di farmi a tutti i costi passare per “scismatico” o qualcosa del genere. Almeno secondo i suoi criteri: prima dandomi certezze morali che non ho e che mi toglierebbero il diritto di partecipazione alla Messa una cum, poi collegandomi con i sedeprivazionisti, infine con la “Resistenza” (poi si sono esaurite le possibilità con cui collegarmi). Io non esprimo alcun giudizio in merito alla eventuale “scismaticitià” di questi gruppi di prelati e fedeli: ma dico semplicemente che non appartengo né agli uni né agli altri. E nessuno al mondo può affermare il contrario. Sono sempre andato, in tutta la mia vita, alla Messa una cum, e questo intendo continuare a fare, almeno finché non si avrà certezza assoluta della vacanza della Sede. Inoltre, ho dedicato un paragrafo specificamente a questo problema, denunciando il male compiuto da chi invita a disertare le Messe una cum e dando le ragioni per le quali invece è lecito parteciparvi. Quindi, anche in questo caso, la verità è l’esatto contrario di quanto affermato dal professor de Mattei.

Quinto punto

Infine, una breve puntualizzazione. Il professor de Mattei inizia la sua disamina del mio libro scrivendo: «Pur non essendo rivolto agli specialisti…». Il mio libro in effetti non è rivolto agli specialisti (suppongo che per “specialisti” de Mattei intenda teologi e canonisti), ma al contempo non è non rivolto agli specialisti, nel senso che è rivolto a tutti. Certamente io l’ho condotto con metodologia storica (e questo il professore lo riconosce), e al contempo non sono un teologo di professione e tanto meno un canonista: ma ritengo che il libro, proprio per la ricostruzione storica dell’intera questione (compreso il dibattito plurisecolare sul papa eretico) e per il fatto di aver dato la parola direttamente agli autori, possa essere utile strumento anche per gli “specialisti”.

Certamente, è utile per tutti coloro che, privi di prevenzioni di natura sia sentimentale che teologica, o di accecamenti per cause di convenienza personale, sono sinceramente desiderosi di arrivare a comprendere la realtà delle cose per quella che è, anche se potrà non piacere.

Quanto esposto nel libro fornisce la ricostruzione del grande mosaico, conditio sine qua non per la retta comprensione dell’intera questione. E, per quel che concerne le mie posizioni sulle varie delicate e complicate problematiche trattate, invito alla lettura diretta delle mie parole. Così che ognuno possa avere esatta contezza di quanto da me scritto.

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