Nell’ora delle tenebre

di Rita Bettaglio

Questa mattina ho lasciato di buon’ora la mia grotta per assistere all’Ufficio delle Tenebre.

La luce delle candele che, sole, illuminavano la chiesa, il tabernacolo aperto e vuoto, il canto del mattutino, la piccola candela che ho dovuto accendere per poter leggere (e cercare di trattenere) i salmi e le lezioni, mi hanno trasportato nella vera realtà. La realtà che ci affanniamo a tentare di occultare sotto strati di chincaglierie e lustrini di latta: se non ci fosse la luce, che è Cristo, saremmo completamente al buio.

L’uomo, nelle sue tenebre, canta al suo Dio: un umile canto di pentimento, perché è il nostro peccato la causa delle tenebre e dei patimenti di Cristo.

Jerusalem, Jerusalem, convertere ad Dominum Deum tuum: Gerusalemme, Gerusalemme, convertiti al Signore Dio tuo!

La bellezza dei testi, dei salmi, delle lezioni, dei responsori, mi sovrasta ed io non posso far altro che seguirli de longe, da lontano, come san Pietro: Petrus autem sequebatur eum de longe, Pietro lo seguiva da lontano.

Eh, già! Siamo sempre troppo lontani da Gesù, anche se il suo sguardo si posa costantemente su di noi e ci ama. Ma nel ciarpame che ingombra le nostre vite e le nostre anime è difficile muovere passi. Bisogna fare un repulisti (come diceva mia nonna), interiore ed esteriore. Per avvicinarci di più, dobbiamo spogliarci, purificarci, deporre tutto ai piedi degli Apostoli, come leggiamo negli Atti. Molta, infatti è la nostra zavorra e, se non chiediamo e coltiviamo il dono del discernimento, imbarchiamo sempre più peso sul sottile legno della nostra navicella.

Vorrei che ogni giorno del Triduo Santo durasse almeno una settimana per poter gustare i testi dell’Ufficio, in particolare l’oceano che si schiude ogni giorno nel mattutino. Ma non si può. Bisogna lasciare che ci scorrano addosso e dentro. Ce ne inzuppiamo in un attimo e la nostra piccola spugna non è in grado di assorbire altro. È un limite che dobbiamo umilmente accettare: non possiamo trattenere e comprendere il mistero di Dio e della sua Parola. Ma possiamo (ed Egli ci chiama) immergerci in esso con l’ascolto silenzioso, come fanno i monaci.

Vivus est enim sermo Dei, et efficax, et penetrabilior omni gladio ancipiti: viva è la parola di Dio, ed efficace, e più tagliente di una spada a due tagli, dice la Lettera agli Ebrei, che abbiamo letto questa mattina.

Pertingens usque ad divisionem animae ac spiritus: penetrante sino a dividere l’anima e lo spirito…et discretor cogitationum et intentionum cordis: e scrutatrice dei sentimenti e dei pensieri del cuore.

Ce ne accorgiamo, seppure oscuramente, ogni volta che vi ci accostiamo. Il contatto continuo, quotidiano con essa, ci cambia, ci modella. Allora potrà avvenire quello che san Benedetto auspica e promette ai suoi figli nel Prologo della Regola: dilatato corde inenarrabili dilectionis dulcedine curritur via mandatorum Dei, dilatato il cuore con indicibile soavità d’amore, si corre la via dei comandamenti di Dio (Prol 49).

Allora, come alla morte di Gesù, il velo del tempio si squarcerà, e la terra tremerà. I sepolcri si apriranno e i corpi dei santi risorgeranno. Accade il venerdì santo e può accadere nelle nostre anime.

Dalla grotta un caro saluto.

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