E… su! Il sonno, la veglia e la vita delle nostre anime

di Rita Bettaglio

Grotta o non grotta, aprile è sempre aprile. Complice forse anche il cambio dell’ora, il discusso passaggio all’ora legale, qui il dolce dormire reclama i suoi asseriti diritti. E la lotta è serratissima.

Ricordo di aver letto, anni fa, una frase di san Josemaría Escrivá che mi si è scolpita nella mente. Si trova nel libro Cammino, l’unico che il santo aragonese abbia scritto di proprio pugno.

Al punto 206 dice:

Il minuto eroico. È l’ora, esatta, di alzarti. Senza vacillare: un pensiero soprannaturale, e… su! Il minuto eroico: ecco una mortificazione che fortifica la tua volontà e non indebolisce la tua natura.

Il fatto è che l’allungarsi delle giornate e il risvegliarsi della natura (esterna e interiore) portano a trastullarsi volentieri la sera, e la mattina il giaciglio si trasforma in un diavolo tentatore.

Per quanto riguarda me, non è questione di orario, ma è una battaglia più esiziale: a qualunque ora punti la sveglia, il mio essere opporrà sempre una sorda, tenace e pervicace resistenza al risveglio.

Ieri sera ero splendida, con un cervellino lucido lucido che pareva tirato col sidol, che spaccava il capello in quattro e di tutto gusto. Stamattina, invece, un magma vischioso e indifferenziato, dalla densità pari (o forse superiore, chi lo sa?!) a quella di un buco nero.

Che fare? Come risolvere la questione che fa rimordere la coscienza?

Andare a nanna prima, certo, ma chi dorme con gli uccellini che se la raccontano allegramente e fanno volare la fantasia dietro ai loro gorgheggi?

Come di consueto, la Sacra Scrittura ci soccorre, spiegandoci che anche di questo si occupa il Signore. Non solo dei passerotti, non solo dei gigli dei campi, ma anche di noi, novelli bradipi.

Canta il salmo 3: Ego dormivi, et soporatus sum; et exsurrexi, quia Dominus suscepit me, mi coricai e presi sonno; mi levai perché il Signore mi suscitò.

Suscepit: vuol dire che mi ha preso per le braccia e mi ha fatto alzare.

Ecco la buona notizia: il Signore ci desta, non solo nell’anima, ma anche nel corpo. Certo un piccolo atto di volontà da parte nostra ci vuole: un pensiero soprannaturale, e… su!, come precisa san Josemaría Escrivá. Per questo è importante avere un’immagine sacra vicino al letto, in modo che sia la prima cosa che vediamo, quando siamo tentati così fortemente di lanciare la sveglia contro il muro. Possiamo ancora polverizzare la sveglia, dopo aver incontrato gli occhi di san Giuseppe e aver immediatamente ricordato con quale sollecitudine egli prese il Bambino e sua madre, in piena notte, e partì per l’Egitto? Certo, a lui era apparso un angelo, a noi solo la prospettiva di una lunga giornata, magari in un ufficio soffocante. Però gli occhi di san Giuseppe non ammettono scuse né repliche.

“Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò” (Mt 2,13), gl’intimò l’angelo. “Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto”.

A noi non è chiesto un simile atto di fede, ma solo di alzarci e mettere la nostra incipiente giornata sotto la protezione di Dio, della Santissima Vergine e dei suoi santi angeli.

Il sonno è una dimensione ambivalente nell’uomo: momento di riposo, certo, ma anche di fuga dalla realtà, non raramente popolato da sogni e fantasmi. Non a caso l’inno di compieta implora il Signore di allontanare da noi i fantasmi della notte, i noctium phantasmata.

Procul recedant somnia, et noctium phantasmata; hostemque nostrum comprime, ne polluantur corpora: si allontanino i sogni e i fantasmi della notte; schiaccia il nostro nemico, affinché i nostri corpi non ne siano inquinati. Ecco cosa chiediamo al Signore: un riposo tranquillo e, l’ho ascoltato alla Trappa, una morte santa.

A questa prece risponde, sul far del giorno, l’inno (invernale) delle lodi: Surgamus ergo strenue! gallus iacentes excitat, et somnolentos increpat, gallus negantes arguit. Alziamoci, dunque, intrepidi; il gallo scuote i giacenti, rampogna i sonnolenti, accusa i rinnegati. Come non sentirci trasportati nel cortile del pretorio, dove san Pietro per tre volte rinnega il Signore. Poi il canto del gallo e il pianto amaro.

Poche ore prima Gesù, nell’orto degli Ulivi, aveva tristemente constatato che i suoi discepoli più cari, Pietro, Giacomo e Giovanni, non erano stati capaci di vegliare con lui neanche un’ora.

Il sonno e la veglia, figure dell’altalenante vita delle nostre anime, sempre in bilico tra la luce di Cristo e il finto riposo di mammona.

Tutti questi profondissimi discorsi che hanno in comune con la mollezza del nostro risveglio primaverile? Il nostro sopore ci pare cosa innocente, naturale, in fondo nulla di male. In fondo anche le vergini che aspettavano lo Sposo si addormentarono tutte, sia le stolte sia le sagge.

Ma le sagge avevano l’olio nelle loro lampade e poterono accenderle subito. Le stolte no. Noi a quale gruppo apparteniamo?

L’inno di Lodi attribuito a sant’Ambrogio termina così: Tu lux refulge sensibus, mentisque somnum discute, te nostra vox primum sonet et ore psallamus tibi. Tu, luce, splendi ai sensi, e dissipa il sonno della mente, di te risuoni la nostra voce, per te sciogliamo il labbro.

Domattina, quando suonerà la sveglia, pensiamo al miracolo che sta avvenendo: il Signore ci ha regalato un nuovo giorno per lodarlo e cantare a lui.

 

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