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Cronache dalla grotta / Come aquila con i suoi piccoli

di Rita Bettaglio

Sicut áquila próvocans ad volándum pullos suos, et super eos vólitans (Psal 31:15): come un’aquila che provoca, spinge i suoi piccoli a volare e vola sopra di essi. Così il Signore verso il suo popolo: una madre amorevole e attenta ma anche decisa a fare dei suoi figli delle aquile, qual è la loro natura.

Le aquile non sono passerotti che saltellano timidi in cerca di una briciola e si accontentano di una fronda qualunque per fare il nido. Le aquile scelgono luoghi impervi e inaccessibili, alti da dare i brividi: perciò essere spinti giù dal nido a quelle altitudini non è uno scherzo. C’è letteralmente da lasciarci le penne…

Ma l’aquila madre evidentemente sa quando è il momento di snidare i pullos suos, i suoi polli. E non lo fa alla leggera, ma vola intorno a loro per sovrintendere a questo primo, arduo volo.

La Sacra Scrittura è piena di immagini tratte dalla natura e dal mondo animale: esse comunicano prima e meglio di molte erudite spiegazioni. Anche i Padri della Chiesa utilizzavano metafore naturali facendo così mostra di conoscere assai bene (certo più di noi) il Creato e l’intrinseca armonia che lo pervade, nonostante esso gema e soffra nelle doglie del parto (conseguenza del peccato originale).

La cavernicola, azzoppata e messa a riposo forzato, si bea di queste immagini e si perde nel contemplare il brandello di cielo su cui si affaccia la grotta.

Di tutto può accadere nel suo piccolo cosmo o nel mondo, ma basta alzare lo sguardo: ecco il cielo, opera delle dita divine, la luna e le stelle che Dio ha fissato. Sopra le umane cure si stende il cielo sconfinato che smorza le passioni e copre come un velo di silenzio gli animi riottosi e corrucciati.

I cieli e la terra passeranno, ma le sue parole non passeranno, dice il Signore. Dio è fedele alla sua opera e il suo amore è così grande da aver voluto uomini e angeli liberi di corrispondergli o meno. Chi di noi sarebbe in grado di fare questo?

Dio insegna la stabilità, di cui il monaco fa voto: la insegna attraverso la sua fedeltà. Egli fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, lascia crescere la gramigna insieme al buon grano. Pazienta così tanto che noi non riusciamo a comprenderlo e, agitati, sbottiamo: “Signore, non t’importa che noi periamo?”.

Egli fa sorgere il sole ogni giorno: quel sole che è immagine del Figlio suo unigenito, oriens ex alto.

Un tempo le chiese erano costruite in modo che l’altar maggiore fosse rivolto a Oriente, per accogliere i primi raggi del sole che sorge. La prima luce baciava l’altare e illuminava il volto del sacerdote che, all’alba, offriva il santo sacrificio della messa. Eccolo lì: egli alza l’ostia consacrata che rifulge sul mistico calvario, proteso a Dio solo, come un novello Mosè che guida il popolo eletto.

Se siete giunti alla fine di questo sproloquio, siate indulgenti e perdonate alla cavernicola ché, quando contempla le immagini dei salmi, parte per la tangente e, come don Camillo, ha la testa piena di nebbia ma il sorriso sulle labbra.

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Per scrivere alla cavernicola: cronachedallagrotta@gmail.com

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Aldo Maria Valli:
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