X

Ritorno in Uzbekistan. Nel Paese delle minoranze sconosciute

di Marco Anca

Sono stato per la prima volta in Uzbekistan nel 1999, e ci sono ritornato molteplici volte, l’ultima all’inizio di quest’anno, facendo base nella capitale Tashkent. Ho trovato un Paese in crescita, ma qui vogli parlarvi delle appartenenze etnico-religiose.

La grandissima maggioranza degli uzbeki è di religione musulmana, in teoria sunnita anche se diversi studiosi definiscono molti musulmani dell’Asia centrale ex sovietica “non denominazionali”, cioè semplicemente musulmani senza una consapevole appartenenza al ramo sciita o sunnita. Sulle montagne, al confine con il Tagikistan, vi è anche una piccola minoranza di ismailiti (sciiti) di etnia tagika.

Sul posto mi hanno parlato di una crescente propaganda sotterranea di matrice islamista rivolta ai giovani. Ufficialmente “non si sa da dove arrivi”, ma in realtà si sa benissimo: sono i soliti anglosassoni che soffiano sul fuoco.

La presenza, oramai quasi autoctona, di alcune minoranze etniche e religiose è stata generata dall’appartenenza all’Impero russo prima e all’Urss poi.

La più nota è una minoranza etnica ma non religiosa, quella dei tagiki, numerosi nelle zone di Samarcanda e Bukhara, città tagike inserite nella Repubblica socialista sovietica (RSS) uzbeka con la catastrofica ed insensata decisione di dividere l’allora ex Impero russo in quindici repubbliche, ognuna contenente minoranze etniche e religiose, una bomba a orologeria tuttora innescata.

Poi ci sono le minoranze religiose, che talvolta sono anche etniche, ancorché moltissimi abbiano la cittadinanza uzbeka, e che finora godono di un clima di tolleranza.

Partiamo dagli ortodossi. Gli slavi orientali prima del 2022 erano circa 800 mila (più i censiti come “altri”), quasi tutti russi, e praticamente tutti ortodossi russi, oltre il 3% della popolazione. Presenti in Uzbekistan dai tempi sovietici, se non addirittura da quelli imperiali, sono i pochi che hanno deciso di rimanere in Uzbekistan e di non tornare in Russia dopo il 1991. Alcuni sono anziani pensionati, altri hanno vari tipi di impiego, anche non specializzato (artigiani, dipendenti degli alberghi eccetera). In diversi casi hanno formato famiglie miste con uzbeki, cosa che però ora non accade più. Molti vivono a Tashkent, pochi a Samarcanda, pochissimi nelle altre aree del paese.

A proposito di Samarcanda (dove ci sono ancora alcuni edifici di epoca zarista) in centro c’è una via in cui si trovano la chiesa ortodossa russa (del 1902), la chiesa cattolica latina (del 1915, costruita dai prigionieri di guerra polacchi e ungheresi) e la chiesa apostolica armena (del 1905); a Samarcanda vi sono inoltre.

Dopo il 2022 a Tashkent c’è stata una fortissima immigrazione di russi, pare oltre 100 mila, giovani professionisti con le loro famiglie che forniscono all’Uzbekistan una serie di professionalità indispensabili e vivono in gran parte concentrati in alcuni nuovi quartieri.

La chiesa ortodossa russa in Uzbekistan è rappresentata dall’Eparchia di Tashkent e dell’Uzbekistan. A Tashkent ci sono la cattedrale dell’Assunzione (costruita nel 1871), più almeno due altre chiese, situate nei due cimiteri russi della città, oltre che un convento e un seminario.

Passiamo agli armeni, immancabili. In Uzbekistan sono circa 80 mila (dato del Dipartimento per la diaspora del governo armeno), di cui 50 mila a Tashkent, 25 mila a Samarcanda e gli altri nel resto del paese. Appartengono alla classe media e medio-alta, e sono gregoriani, cioè apostolici armeni.

A Samarcanda c’è la chiesa della Vergine Maria, a Tashkent la chiesa di San Filippo, di recente costruzione grazie ad un benefattore della comunità armena.

Circa i protestanti, sorprendentemente, ma non troppo, c’è una piccola comunità di tedeschi etnici (le comunità di tedeschi etnici quando si va verso Est si trovano dappertutto) sia a Tashkent sia nel vicino villaggio di Gazalkent.

A differenza dei numerosi tedeschi etnici del Kazakhstan, quasi tutti cattolici, in Uzbekistan sono quasi tutti luterani, e hanno una piccola e poco conosciuta chiesa a Tashkent tuttora attiva, con messa in tedesco e russo, costruita nel 1899.

Poi ci sono le solite sette protestanti ed evangelicali americane, che ramazzano un po’ di disperati a suon di dollari (cosa che stanno cominciando a fare anche in Italia).

Per quanto riguarda gli ebrei, si tratta di una presenza assai interessante. Si è molto ridotta a seguito dell’emigrazione degli anni Novanta, ma è ancora esistente a Tashkent, Bukhara e Samarcanda con diverse sinagoghe e centri culturali.

La comunità ebraica è divisa in due gruppi ben distinti, che non si mescolano tra loro ma restano ben distinti anche nei luoghi di culto e nei centri culturali. Ci sono gli ebrei di Bukhara, numericamente stimati in modo assai approssimativo, originari dell’omonima città, dove c’è il quartiere ebraico. Presenti anche a Tashkent e Samarcanda, sono assolutamente autoctoni e parlano un dialetto tagiko. E ci sono gli ashkenaziti, arrivati con le migrazioni interne dei tempi sovietici, che parlano yiddish e sono “mondo russo”. Comunque tutti gli ebrei in Uzbekistan parlano correntemente il russo (gli ashkenaziti con una sorta di erre moscia, per cui spesso io nelle aree ex sovietiche vengo confuso per uno di loro).

Gli zoroastriani sono una minoranza religiosa ma non etnica, perché sono uzbeki. Lo zoroastrismo è la religione preislamica dell’area (assieme al cristianesimo nestoriano, che invece lì è scomparso), ed ha lasciato, oltre a molti siti archeologici, alcune tracce tuttora presenti nella cultura e negli usi dell’area, in primo luogo il festeggiamento del Novruz, il capodanno zoroastriano che quasi coincide con l’equinozio di primavera.

La comunità zoroastriana si sta ricostruendo lentamente. Tra gli uzbeki c’è interesse, e due anni fa ho conosciuto il suo presidente, autore di una grammatica avestica, la lingua liturgica dello zoroastrismo.

A Tashkent non esiste un tempio del fuoco zoroastriano attivo, ma il presidente della comunità mi ha portato nel sito archeologico in cui la piccola comunità si riunisce per le sue funzioni religiose.

Si dice che tra i villaggi di etnia tagika sulle montagne al confine con il Tagikistan, dove vivono gli ismailiti, ci siano villaggi zoroastriani, e ho già deciso che questa area, poco raggiungibile, sarà la meta del mio prossimo viaggio in Uzbekistan.

La comunità cattolica è presente in Uzbekistan fin dai tempi imperiali. Già nel 1902 fu inviato nella regione, per i bisogni dei cattolici locali, padre Pranaitis, professore all’Accademia teologica imperiale di San Pietroburgo. Il kostyol, la chiesa del Sacro Cuore di Tashkent, chiamata anche “chiesa polacca”, è stata costruita nel 1912, mentre San Giovanni Battista a Samarcanda è del 1915.

La missio sui iuris dell’Uzbekistan, creata nel 1997 distaccandola dall’amministrazione apostolica del Kazakhstan, dove i cattolici sono più numerosi, nel 2005, pochi giorni prima della scomparsa di Giovanni Paolo II, fu elevata ad amministrazione apostolica, con amministratore apostolico il vescovo polacco monsignor Maculewicz, tuttora in carica.

I fedeli sono alcune migliaia, in crescita. Il territorio è suddiviso in cinque parrocchie: Tashkent (messe in russo, inglese e coreano), Samarcanda (messe in russo e inglese), Fergana (messa in russo), Bukhara (messa in russo) e Urgench (messa in russo).

Il personale religioso, composto da presbiteri e suore (bravissime), è in gran parte polacco, ma ci sono nuovi arrivi dall’India. Le Missionarie della Carità sono molte attive, perché la chiesa cattolica in Uzbekistan aiuta davvero tutti, guadagnandosi il rispetto di ogni abitante. La nuova necessità è l’assistenza degli anziani lasciati soli, fenomeno fino a poco tempo fa inconcepibile in un Paese in gran parte musulmano.

Il parroco di Tashkent, padre Piotr, polacco che parla un ottimo italiano, è stato trasferito in Francia, dove andrò a trovarlo la prossima estate. Al suo posto arriverà a breve un nuovo sacerdote, appena consacrato, indonesiano.

Il gruppo cattolico più numeroso è quello dei fedeli di lingua russa, ex sovietici di varia estrazione, sia slavi orientali sia polacchi etnici sia locali, con età media non alta: una realtà in crescita. Poi ci sono i coreani sovietici, chiamati Koryo-saram, numerosi in Uzbekistan perché furono qui deportati e russificati in tutto (hanno anche il patronimico e parlano russo) tranne che nella cucina. E poi ci sono gli espatriati, quelli della messa in inglese, anglosassoni piuttosto arroganti.

A proposito della presenza cristiana, ho notato che mentre i cattolici evangelizzano, i protestanti (specie americani) comprano.

Fine del mio taccuino di viaggio. Con un’avvertenza: se qualcuno dovesse mai proporvi un programma per una visitao in Uzbekistan con le solite cose trite e ritrite, senza farvi vedere e conoscere nulla delle minoranze, ditegli di riscrivere il compitino.

____________________________

Caro lettore, ti ricordo che è uscito il mio nuovo libro:

«Duc in altum. Dieci anni»

Con prefazione di monsignor Carlo Maria Viganò.

Nuova edizione con Indice dei nomi

Lo puoi acquistare cliccando qui.

Aldo Maria Valli:
Post Correlati