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Vescovi che lavorano per le strutture, non per la fede. Il caso tedesco (che non è solo tedesco)

di Martin Grichting

Chi vuole capire cosa sta succedendo attualmente nella Chiesa nei paesi di lingua tedesca – e in modo analogo anche in altri paesi – dovrebbe leggere Heinrich Heine. Questo geniale satirico non è certo un autore di riferimento cattolico. Ma i pazzi spesso hanno detto la verità. Nel suo scritto «Die romantische Schule» (La scuola romantica) del 1833, lo scrittore ricorda i «vecchi gesuiti». Con questo termine si riferisce a quei teologi sofisti della metà del XVII secolo che Blaise Pascal ha criticato nelle «Lettres provinciales». Questo matematico e filosofo francese li ha accusati di indebolire la dottrina morale della Chiesa con sofismi demagogici, al fine di renderla gradita ai potenti. Heine osserva: «Lo spirito umano non ha mai ideato combinazioni più grandi di quelle con cui i vecchi gesuiti cercavano di preservare il cattolicesimo. Ma non ci riuscirono, perché erano entusiasti solo della conservazione del cattolicesimo e non del cattolicesimo stesso. A quest’ultimo, in sé e per sé, non tenevano molto; perciò talvolta profanavano il principio cattolico stesso, solo per portarlo al potere; si accordavano con il paganesimo, con i detentori del potere sulla terra e favorivano i loro desideri» (cfr. libro II, III, ultimo paragrafo).

Non è difficile riconoscere che oggi la maggior parte dei vescovi dell’area germanofona si è reincarnata nei «vecchi gesuiti». Esistono anche in alcuni altri paesi. Non sono tanto interessati all’integrità della fede, quanto piuttosto al mantenimento delle strutture che essa ha creato in passato. Per questo motivo cercano di fraternizzare con «il paganesimo e con i detentori del potere sulla terra», compresi quelli del quarto potere, i media, a scapito di ciò che dovrebbero effettivamente rappresentare in quanto testimoni di Gesù Cristo.

Contrastare questa politica con argomenti teologici, come fa ad esempio l’iniziativa denominata «Neuer Anfang» (Nuovo inizio) in Germania, non è solo lodevole, ma anche necessario. Ma in questi dibattiti teologico-morali non bisogna dimenticare il quadro generale, the big picture. Altrimenti ci si perde nei dettagli.

La situazione è più complessa di quanto si possa pensare. Infatti, nell’opinione pubblica attuale, la Santa Sede si oppone alla maggioranza dei vescovi tedeschi quando si tratta del «cammino sinodale». Ma sorge la domanda: chi ha nominato i vescovi che remano contro la Santa Sede? Esatto: la Santa Sede. Solo la nomina dei vescovi di Basilea e San Gallo (Svizzera) non può essere imputata al papa. Infatti, in questi casi egli può solo approvare la scelta della persona che gli viene presentata dal capitolo della cattedrale.

In realtà, la Santa Sede non è un monolite. È essa stessa divisa, cosa che viene nascosta il più possibile all’esterno. Tuttavia, la frattura è diventata visibile nella storia recente della Chiesa, durante il conflitto sulla consulenza tedesca in materia di gravidanza negli anni Novanta del XX secolo. La trappola che lo Stato ha teso alla Chiesa era la seguente: l’aborto rimane impunito se la donna può dimostrare con un certificato di aver ricevuto una consulenza preventiva. Questo «certificato di consulenza» («Beratungsschein») non equivale all’aborto, ma costituisce un presupposto essenziale affinché esso possa avvenire impunemente. La Chiesa è stata invitata e sollecitata dalle forze politiche decisive a rilasciare questo «certificato» nei suoi centri di consulenza. La Chiesa sarebbe così rimasta in accordo con lo Stato. Ma dal punto di vista della teologia morale era chiaro: con la sua collaborazione, la Chiesa avrebbe indirettamente approvato l’aborto e collaborato con il male.

I media hanno presentato il conflitto, portato all’interno della Chiesa con il certificato di consulenza, non solo come un conflitto tra i vescovi (l’arcivescovo di Fulda di allora, Johannes Dyba, contro il resto della Conferenza episcopale tedesca), ma anche come un conflitto all’interno della Santa Sede: Ratzinger contro Sodano. E in effetti: il timore che un rifiuto della soluzione fittizia del certificato di consulenza potesse mettere a repentaglio i concordati e la tassa ecclesiastica era diffuso nel dipartimento diplomatico della Santa Sede, ovvero tra i «Sodano». E per questo molti dei «Sodano» erano disposti a compromettere gravemente la Chiesa dal punto di vista della teologia morale. Alla fine, il santo papa Giovanni Paolo II ascoltò il cardinale Ratzinger. Le diocesi tedesche non furono autorizzate a rilasciare i certificati nei loro centri di consulenza. (E la temuta rottura con lo Stato non si verificò affatto).

Oggi i «Sodano» e i «Ratzinger» si trovano nuovamente uno di fronte all’altro. I primi sono numerosi e influenti in Vaticano come in passato. I secondi sono indeboliti, non da ultimo perché il cuore del prefetto del Dicastero per la dottrina della fede non batte tanto per la purezza della dottrina, quanto piuttosto perché è ossessionato da altro. Negli ultimi mesi, papa Leone XIV ha quindi incontrato ripetutamente rappresentanti dei «Ratzinger» che provengono dall’esterno della Curia: i vescovi tedeschi Stefan Oster e Rudolf Voderholzer, la professoressa Katharina Westerhorstmann, i rappresentanti del «Neuer Anfang» e del quotidiano «Die Tagespost», che non è solo formalmente cattolico.

Ma il dilemma di una Santa Sede divisa rimane. Infatti, anche se il Dicastero per i vescovi propone al papa i vescovi da nominare, le procedure di nomina dei vescovi passano attraverso il rispettivo nunzio apostolico, il rappresentante dei «Sodano». Tra i nunzi ci sono senza dubbio anche quelli che appartengono alla squadra di «Ratzinger». Si tratta di figure coraggiose ed eccezionali come monsignor Nikola Eterović (nunzio apostolico in Germania). Ci si può chiedere se negli ultimi anni egli sia stato davvero ascoltato dalla Santa Sede o solo utilizzato. Ma a prescindere da ciò, l’intero apparato di cui fanno parte i Nunzi è orientato ai contatti e agli accordi con i governi. Di conseguenza, da tempo i vescovi vengono scelti essenzialmente in base al criterio se garantiscono il mantenimento della pace – spesso solo apparente – con «il paganesimo, con i detentori del potere sulla terra». Papa Benedetto ha cercato di modificare le priorità del questionario che viene inviato prima della nomina di un vescovo. In passato, dopo le domande generali sulla persona, si chiedeva innanzitutto se fosse accettata dalla corrente principale della Chiesa e della società. Ora si indaga prima di tutto sull’ortodossia del candidato. Si tratta di una modifica cosmetica, che però indica le priorità. Nel frattempo però, il populismo più radicale è tornato a essere la massima priorità.

Questo porta a un episcopato come quello che si conosce nei paesi di lingua tedesca. È nominato dalla Santa Sede e poi lavora contro di essa per quanto riguarda la dottrina della fede e la morale. È assurdo, ma è così. Le conseguenze sono tuttavia drammatiche. Esse portano di fatto a uno scisma orizzontale. Infatti, i vescovi che nei paesi di lingua tedesca agiscono in maniera sinistra-verde-arcobaleno per paura e opportunismo perdono sempre più il rispetto dei sacerdoti e dei fedeli delle loro diocesi. Ci si può chiedere chi li ascolti ancora. Con il loro calcolo e la loro codardia, spesso mascherata da «saggezza», allontanano coloro che vogliono rimanere fedeli nelle società post-cristiane. Il risultato è l’emorragia delle diocesi, dei seminari e delle parrocchie. Chi può salvarsi fugge come laico verso parrocchie o sacerdoti che cercano di mantenere la rotta a livello locale. Altri, anche seminaristi, si rivolgono a comunità religiose che riescono meglio a sottrarsi alla linea episcopale. Oppure si rivolgono al mondo della forma straordinaria, dove la liturgia aiuta meglio a preservare la fede. I laici stanno inoltre iniziando a partecipare sempre più a iniziative protette dal diritto civile contro i vescovi, ad esempio nel campo del diritto alla vita o in iniziative mediatiche private. Questo è prezioso. Ma dimostra che i vescovi dei paesi di lingua tedesca rischiano di perdere i fedeli rimasti. Allo stesso tempo, la strategia di ingraziarsi i post-cristiani adottata dai vescovi sta fallendo, come è successo con i «vecchi gesuiti». Disprezzano segretamente i vescovi per il loro opportunismo, e in alcuni casi lo fanno ormai anche pubblicamente.

Da «pragmatici», per dirla con cautela, i «Sodano» dovrebbero rendersi conto che diventeranno irrilevanti se la Chiesa continuerà a dissanguarsi sotto la loro politica. Già solo per interesse personale dovrebbero correggere la loro rotta rovinosa. Tuttavia, come dimostrano le nomine vescovili ben oltre l’area di lingua tedesca fino a tempi recenti, non si intravede alcun segno di comprensione.

Come andrà avanti sotto Leone XIV è ancora da vedere. Essendo statunitense, proviene da un contesto in cui la Chiesa di Stato e la lotta per la sua conservazione sono concetti estranei. Questo potrebbe essere significativo, perché anche lui si trova tra i «Ratzinger» e i «Sodano». Non dovrebbe sfuggirgli che la Chiesa negli Stati Uniti continua a prosperare, rispetto a quella dell’area di lingua tedesca, sebbene entrambe vivano in società corrose dal liberalismo woke di sinistra. Il motivo è che negli Stati Uniti, a causa della separazione tra Stato e Chiesa, non ha senso appoggiarsi sui «vecchi gesuiti». E la realtà dimostra anche oggi che è la testimonianza intrepida della fede ad attrarre, non la posizione fedele al governo e nei confronti della sinistra verde e woke. A suo tempo, Heinrich Heine lo ha espresso così: «Dalla menzogna non può sbocciare la vita. E Dio non può essere salvato per mezzo del diavolo».

Aldo Maria Valli:
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