di Maurizio d’Orlando
Caro Valli,
per anni è bastato pronunciare la parola «sedevacantista» per troncare ogni discussione. Chi metteva in dubbio la legittimità del pontefice veniva isolato prima ancora che le sue ragioni fossero esaminate.
Ora, però, la domanda più urticante non viene da un opuscolo sedevacantista. Viene dalle pagine dell’Annuario pontificio.
Non sono un teologo. So però leggere una pagina e accostarla a quella dell’anno successivo. Alla biblioteca dell’Università Cattolica di Milano ho confrontato gli Annuari dal 2017 al 2026. Il risultato non richiede interpretazioni complicate.
Fino all’edizione del 2019, «Vicario di Gesù Cristo», «Successore del Principe degli Apostoli» e «Sommo Pontefice della Chiesa universale» precedevano il nome di Jorge Mario Bergoglio. Dal 2020 compaiono dopo il nome e la biografia, separati da una linea e raccolti sotto una rubrica nuova: «Titoli storici».
Nell’Annuario del 2026 la medesima collocazione è mantenuta per Robert Francis Prevost [1].
Questo è il fatto. Non un commento, non una voce, non una ricostruzione ostile: una modifica introdotta dal Vaticano e confermata dopo il passaggio da Bergoglio a Prevost.
La Sala stampa vaticana offrì una spiegazione. Matteo Bruni dichiarò che l’espressione «Titoli storici» indica il legame con la storia del papato e che l’eletto vescovo di Roma acquisisce anche le qualifiche connesse all’ufficio. Nessun titolo, dunque, sarebbe stato abolito [2].
La precisazione evita un equivoco, ma lascia intatta la domanda. Se quei titoli sono attuali, perché separarli dal nome del pontefice? Perché il «Vescovo di Roma» rimane in primo piano, mentre il Vicario di Cristo, il Successore di Pietro e il Sommo Pontefice vengono spostati in fondo e consegnati alla storia?
Nell’elenco figura persino «Sovrano dello Stato della Città del Vaticano», qualifica certamente vigente. Perciò «storico» non può significare semplicemente decaduto. Significa però che il Vaticano ha scelto di presentare come un insieme storico ciò che prima presentava come l’identità attuale del pontefice.
La contraddizione diventa più evidente negli atti ufficiali. Il 10 maggio 2025 Prevost parlò di coloro che sostengono con la preghiera il «Vicario di Cristo» e si definì il papa, successore di san Pietro. Nel 2026 ha promulgato atti intestati al «Sommo Pontefice Leone XIV» [3].
Nei discorsi e negli atti, dunque, le qualifiche sono attuali. Nell’Annuario restano fra i «Titoli storici». I poteri vengono esercitati; le parole che ne dichiarano la fonte ed il significato vengono arretrate.
E non si tratta di ornamenti protocollari. Il Concilio di Firenze definì il Romano Pontefice successore di Pietro, autentico Vicario di Cristo e capo di tutta la Chiesa. Il Vaticano I ribadì che egli possiede il pieno e supremo potere di giurisdizione sulla Chiesa universale. Il Codice di diritto canonico afferma ancora oggi che il vescovo della Chiesa di Roma «è» Vicario di Cristo e Pastore della Chiesa universale. Non era. È.
Una pagina dell’Annuario non costituisce, da sola, una rinuncia canonica. Nessuna rinuncia è stata dichiarata. Ma proprio per questo l’ambiguità è più grave: Roma afferma che quei titoli valgono, ne esercita i poteri e, nello stesso tempo, li sottrae alla presentazione immediata del pontefice.
Il punto fermo è uno. Dal 2020 il Vaticano ha separato dal nome del papa tre qualifiche che dicono chi egli sia e le ha collocate sotto le parole «Titoli storici». Prevost ha mantenuto la scelta. Questo può essere interpretato in modi diversi, ma non può essere negato.
Se non si è voluto mutare nulla, si ripristini la forma precedente. Se si è voluto mutare qualcosa, si dica che cosa. Continuare a chiamare pienamente attuali quei titoli e presentarli come storici non è una spiegazione. È la contraddizione da spiegare.
Non sono stati i sedevacantisti a modificare quella pagina. È stato il Vaticano.
La Sede è vacante? Roma risponde di no nei propri atti. Ma è Roma, con la propria scelta, ad avere reso inevitabile la domanda.
______________________________
[1]Annuario pontificio per gli anni 2017-2026, Libreria Editrice Vaticana, pagine iniziali dedicate al Romano Pontefice. Confronto diretto effettuato presso la Biblioteca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano l’11 settembre 2026. Fino all’edizione 2019 i titoli pontifici precedono il nome; dall’edizione 2020 seguono la biografia sotto la rubrica «Titoli storici». Nell’edizione 2026 la stessa rubrica compare nella pagina dedicata a Robert Francis Prevost. La rubrica comprende: «Vicario di Gesù Cristo», «Successore del Principe degli Apostoli», «Sommo Pontefice della Chiesa universale», «Patriarca dell’Occidente», «Primate d’Italia», «Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana», «Sovrano dello Stato della Città del Vaticano» e «Servo dei Servi di Dio». «Patriarca dell’Occidente», soppresso nel 2006, è stato ripristinato nell’edizione 2024.
[2]Gianni Cardinale, «Papa Francesco, vescovo di Roma ma non solo», «Avvenire», 3 aprile 2020. Interpellato sulla nuova impaginazione, Matteo Bruni dichiarò che «titoli storici» indica «il legame con la storia del papato» e che l’eletto alla guida della Chiesa di Roma acquisisce i titoli legati alla nomina. https://www.avvenire.it/chiesa/chiesa-italiana/papa-francesco-vescovo-di-roma-ma-non-solo_43985.
[3]Leone XIV, Discorso al Collegio cardinalizio, 10 maggio 2025: «il Vicario di Cristo»; «Il Papa, a cominciare da San Pietro e fino a me, suo indegno Successore». https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2025/may/documents/20250510-collegio-cardinalizio.html. Si veda inoltre, quale esempio dell’uso ufficiale corrente, la Lettera apostolica in forma di Motu proprio Mutua Concordia del Sommo Pontefice Leone XIV, 29 agosto 2026. https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/apost_letters/documents/20260829-mutua-concordia.html.