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Le confessioni di Francesco

di un Sacerdote

  1. Il Signore dette a me, frate Francesco, di cominciare a far penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, ma il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. Un giorno, mentre cavalcavo nei pressi di Assisi, ne incontrai uno in modo inaspettato. Di primo acchito ne provai forte ribrezzo ma mi sovvenni di ciò che poco tempo prima, mentre stavo in preghiera, mi aveva comandato il Signore: «Lascia ormai i piaceri mondani e vani per quelli spirituali, preferisci le cose amare alle dolci e disprezza te stesso, se vuoi conoscermi». Allora balzai da cavallo e corsi a baciarlo. Dopo avergli dato un denaro, risalii a cavallo, mi guardai tutt’intorno… ma non vidi più nessuno. Me ne andai col cuore ricolmo di una letizia e di una pace sconosciute, che poco tempo dopo mi spinsero ad andare al lebbrosario e a prendermi cura di quegli infelici per amore di Dio, che mi aveva guarito dalla lebbra dell’anima.
  2. Fino allora avevo condotto una vita ispirata alle vanità del mondo, così com’ero stato educato dai miei genitori terreni. Già a quel tempo si era diffuso tra i cristiani il pessimo costume di educare i figli con eccessiva tolleranza e dissolutezza, al punto che questa mentalità funesta si era imposta ovunque, neanche fosse prescritta dalla pubblica legge. Quanto più i desideri dei genitori sono dannosi ai figli, tanto più essi li seguono volentieri! Da una radice guasta cresce un albero difettoso che, una volta degenerato, a stento si può ricondurre al suo giusto stato. Varcata la soglia dell’adolescenza, i ragazzi spezzano i freni di ogni norma: poiché è permesso far tutto ciò che piace, essi si abbandonano senza riguardo a una vita depravata. Anch’io, fin quasi al mio venticinquesimo anno, sciupai miseramente il tempo cercando di eccellere in tutto sugli altri: nei giochi, nei canti, nei banchetti, nelle battute, nelle raffinatezze, nei vestiti eleganti… come se non ci fosse un domani.
  3. Così, circondato da facinorosi, avanzavo altero e compiaciuto per le vie di Babilonia, fino a quando Dio, dal cielo, chinò il suo sguardo su di me e la destra dell’Altissimo, posandosi su questo peccatore, lo trasformò in uomo nuovo; così altri peccatori, per mezzo di lui, avrebbero ritrovato la speranza di rinascere alla grazia. La sua mano mi percosse dapprima con la prigionia seguita alla sconfitta da parte dei perugini; siccome però, appena liberato, m’ero ributtato nella vita spensierata, fui colpito da una lunga malattia, che mi cambiò dentro in profondità. Da allora cominciai a non fare alcun conto di me stesso e a disprezzare ciò che prima avevo tanto ammirato e amato; tuttavia, non ancora del tutto libero dai lacci della vanità, vagheggiando fama e ricchezze mi arruolai per una guerra in terre lontane. Questa volta, Colui che m’aveva battuto con la verga della giustizia mi visitò in sogno con la dolcezza della grazia: poiché ero avido di gloria, mi conquistò col miraggio di una gloria più alta.
  4. Ero già partito, quando una notte, nel dormiveglia, una voce mi domandò dove stessi andando. Io esposi il mio progetto, ma quello replicò: «Chi può esserti più utile: il padrone o il servo?». Risposi: «Il padrone». Quello riprese: «Perché dunque abbandoni il padrone per seguire il servo e il principe per il suddito?». Allora interrogai: «Signore, che vuoi che io faccia?». «Ritorna nella tua città e là ti sarà detto cosa devi fare». Al mattino, ormai tutto cambiato, volsi il cavallo verso Assisi con un solo, ardente desiderio: conoscere la volontà di Dio, indifferente a tutto il resto. Qualche giorno prima, in un accesso di generosità, avevo donato a un cavaliere decaduto la mia tenuta nuova fiammante, che mi avevano appena confezionata. Cominciai a vendere i miei beni e a darne il ricavato ai poveri, che mi sforzavo di servire come potevo; volevo pure imitarne la vita chiedendo come loro l’elemosina in cambio di qualche umile servizio.
  5. Non era più la generosa accondiscendenza che avevo un tempo praticata per vanagloria. Da buon mercante, avevo deciso di vendere tutto per acquistare il tesoro nascosto nel campo, la perla preziosa che, da sola, vale più dell’universo intero. Qualcosa, dentro, mi spingeva invincibilmente verso luoghi solitari e silenziosi, dove provavo l’indicibile dolcezza di dialogare col Padre celeste, ritrovato nel profondo dell’anima; al tempo stesso ero torturato dalla sete di scoprire il suo volere. Un giorno, finalmente, dopo ch’ebbi implorato con tutto il cuore la sua misericordia, mi svelò che mi chiamava a viver da penitente, vestito di sacco, senza nulla in assoluto. Di colpo m’invase una gioia sovrumana; per quanto mi sforzassi di contenerla, non riuscivo a nasconderla al di fuori. Gli amici mi credevano deciso a maritarmi; allora risposi: «Prenderò la sposa più nobile e bella che abbiate mai vista, superiore a tutte le altre in bellezza e sapienza».
  6. Il Signore mi diede tale fede nelle chiese che io, semplicemente, pregavo dicendo così: «Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, qui e in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo». Una volta, dopo aver venduto dei tessuti preziosi, sulla via del ritorno, pensando al modo di liberarmi di quella somma, mi imbattei in una chiesa molto antica, fabbricata sul bordo della strada e dedicata a san Damiano, allora in stato fatiscente. Mi avvicinai e, vedendola in quella miseranda condizione, mi sentii stringere il cuore. Entratovi con riverenza, vi incontrai un sacerdote povero; con grande fede gli baciai le mani consacrate, gli offrii il denaro che recavo e gli manifestai i miei proponimenti. Il sacerdote, che poco tempo prima mi aveva visto far baldoria con parenti e amici, temette una burla e ricusò di prendere il denaro. Allora lo supplicai di credere alle mie parole e gli chiesi di accogliermi con sé a servire il Signore.
  7. Un giorno, mentre pregavo là davanti al Crocifisso, fui toccato dalla grazia in modo straordinario. Tutto commosso, d’un tratto vidi l’immagine muovere le labbra e la udii parlarmi: «Francesco, va’, ripara la mia casa, che, come vedi, è tutta in rovina». Tremante, pieno di stupore, per poco non persi i sensi, ma mi disposi subito al lavoro, pensando che quelle parole si riferissero all’edificio in cui mi trovavo. Non avrei mai immaginato che, quando gli avrei chiesto udienza con i primi compagni, il Papa in persona, prima di ricevermi, mi avrebbe visto in sogno reggere sulle spalle la basilica del Laterano, Madre e Capo di tutte le Chiese. Da quel momento non potei più trattenere le lacrime nel pensare alla Passione di Cristo, al punto che riempivo di gemiti le vie, rifiutando di esser consolato al ricordo delle sue santissime Piaghe. Perché la sacra immagine non rimanesse neppure un istante priva del doveroso onore di un lume, donai al sacerdote una somma per la lampada e l’olio.
  8. In quello stato di beato fervore, dimentico di tutto, non previdi affatto la tempesta che andava addensandosi: mio malgrado, incorsi in una nuova guerra, quella di mio padre. Fuori di sé per il dolore e l’umiliazione causati dal mio cambiamento di vita, cominciò a maledirmi con livore ogni volta che mi vedeva passare vestito da pezzente. Allora, col presentimento di qualche atto insano, allestii una grotta segreta. Un giorno, in effetti, mio padre chiamò parenti e amici e, in tutta furia, si precipitò a San Damiano. Prima che arrivassero, mi nascosi nella caverna, dove rimasi un mese; un membro della famiglia mi portava da mangiare. Come un sepolto vivo, alternavo momenti di sconforto, in cui mi sembrava che le mie aspirazioni fossero svanite, a visite dolcissime del Signore, che mi ricolmava di gioia ineffabile e di mirabili luci interiori. Così un giorno, pentitomi della mia codardia, preso da entusiasmo decisi di uscire e tornare in città, armato della sola fiducia in Cristo.
  9. Appena vedutomi, i conoscenti presero a insultarmi dandomi del pazzo e gettandomi contro pietre e fango. Passai in mezzo a quella tempesta senza farci caso e rendendone invece grazie a Dio. Come seppe che ero tornato, mio padre uscì immediatamente e mi si avventò addosso come un lupo sulla pecora. Fissandomi con occhio torvo e con la faccia contratta dal furore, mi trascinò fino a casa. Là mi rinchiuse per più giorni in un bugigattolo oscuro; quindi fece di tutto, con parole e percosse, per ricondurmi alle vanità del mondo. Io sopportai tutto con pazienza senza lasciarmi smuovere dal mio ideale, anzi rafforzandomi sempre più nei miei proponimenti, finché un giorno che mio padre s’era assentato per un affare urgente, mia madre, non essendo riuscita a stornarmi dalla mia decisione, si fece coraggio e mi liberò. Ritornai a San Damiano irrobustito dai maltrattamenti, che mi avevano reso più sicuro, libero e magnanimo.
  10. Fallito ogni tentativo di farmi cambiare orientamento, mio padre corse allora al palazzo comunale e mi denunciò ai consoli, i quali mi inviarono un araldo col mandato di comparizione. Io risposi gentilmente che, essendomi posto al servizio di Dio, non ero più sottoposto alla loro giurisdizione. Così il genitore si rivolse al Vescovo, il quale mi chiamò perché rispondessi dinanzi a lui della querela. Quel Pastore buono e santo mi accolse con grande gioia; poi, con molto tatto, mi persuase a restituire la somma che intendevo impiegare nel restauro di San Damiano, poiché Dio non voleva che spendessi per la Chiesa denaro non mio, ma mi avrebbe procurato in abbondanza tutto il necessario. Lieto e confortato dalle sue parole, estrassi i soldi e, ritiratomi in una stanza, mi tolsi tutti i vestiti restando col solo cilicio addosso; poi, uscito, dichiarai alla presenza di tutti: «Finora ho chiamato Pietro di Bernardone padre mio; d’ora in poi voglio dire: “Padre nostro, che sei nei cieli”».
  11. Pietro, infuriato, afferrò denaro e vestiti e se li portò a casa. Guido invece, ammirando tanto slancio e intrepidezza, aprì le braccia e mi coprì col suo mantello, prendendomi così sotto la sua protezione. Da vero uomo di Dio, aveva capito chiaramente che agivo per ispirazione divina; perciò cominciò a dirigermi e ad amarmi con grande affetto. Nessun altro, in quel momento, mi capiva. Quando giravo per strade e piazze lodando l’Altissimo col cuore ebbro e chiedendo giulivo pietre per la ricostruzione della chiesa, alcuni si burlavano di me, pensando che mi avesse dato di volta il cervello; altri, invece, s’impietosivano fino alle lacrime, vedendomi passato così rapidamente da una vita di capricci e di piaceri a un’esistenza trasfigurata dall’ebbrezza dell’amore divino. Dio m’aveva dato fin dall’inizio un animo candido e fanciullo, che mi rendeva semplice e immediato in tutto; se ciò rappresentava un pericolo fra le insidie del mondo, ora m’aiutava a sostenere con gioia ogni fatica e tribolazione.
  12. A questo punto il mio stato era del tutto legittimo, una volta approvato dall’autorità ecclesiastica nella persona del successore degli Apostoli cui la Provvidenza aveva affidato la mia guida; nessuno, ormai, avrebbe più potuto costringermi a recedere né calunniare la mia condotta. Ora, al riparo dalle illusioni, ero in grado di respingere senza incertezze anche le insinuazioni con cui il demonio tentava di convincermi che la via da me scelta era follia. Da allora non ho mai smesso di nutrire profonda gratitudine per la Santa Chiesa Romana nonché per Gesù Cristo che l’ha istituita, poiché è grazie ad essa che ho potuto realizzare le invincibili aspirazioni di cui lo Spirito Santo m’ha infiammato il cuore. La riverenza per la Sposa di Cristo mi dà una così gran fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma da lei stabilita che, quand’anche mi perseguitino, voglio ricorrere proprio a loro. Se avessi la sapienza di Salomone e incontrassi un sacerdote poverello, non predicherei contro il suo volere.
  13. Questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori, senza considerare in loro il peccato, poiché in essi riconosco il Figlio di Dio. Faccio questo perché del medesimo altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo fisicamente, in questo mondo, se non il santissimo Corpo e Sangue suo, che essi consacrano ed essi soli amministrano agli altri. Voglio che, sopra ogni altra cosa, il Santissimo Sacramento sia onorato, adorato e collocato in luoghi dignitosi. Dobbiamo pure confessare al sacerdote tutti i nostri peccati e ricevere da lui il Corpo e il Sangue del Signore. Chi non mangia la sua carne e non beve il suo sangue non può entrare nel Regno di Dio; li deve però mangiare e bere degnamente, poiché chi li riceve indegnamente mangia e beve la propria condanna, non discernendo il Corpo del Signore, cioè non distinguendolo dagli altri cibi. Facciamo inoltre frutti degni di penitenza e amiamo il prossimo come noi stessi, evitando almeno di fargli del male.
  14. Dopo che il Signore mi ebbe dato dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma l’Altissimo stesso mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del Santo Vangelo. Io la feci scrivere in poche parole, con semplicità, e il signor Papa me la confermò. «La regola e vita dei frati è questa: vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, seguendo la dottrina e l’esempio di Nostro Signore Gesù Cristo, il quale dice: Se vuoi esser perfetto, va’, vendi tutto quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi; e ancora: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Così, quelli che venivano per abbracciare questa vita distribuivano ai poveri quanto possedevano ed erano contenti di una sola tonaca, rappezzata dentro e fuori, del cingolo e delle brache… e non volevamo avere di più. Era una veste ruvidissima che riproduceva la forma della Croce, talmente grossolana che nessuno ce l’avrebbe invidiata!
  15. Non possedendo nulla, ero ormai tutto di Dio. In quella ritrovata semplicità di cuore, ogni essere m’appariva in una luce d’innocenza. Alberi, fiori, animali e uccelli nelle loro svariate specie, fino al più piccolo vermicello, tutto mi parlava di Lui, della sua bontà infinita e della sua salvifica Passione. Gli agnelli, in particolare, attiravano il mio affetto ricordandomi l’Agnello immacolato che s’immolò per fare di noi, lavati nel suo sangue, la Sposa senza macchia e senza ruga. Non immaginavo ancora, tuttavia, il compito a cui la Provvidenza m’aveva preordinato con quella sapienza in cui ogni sguardo creato resta superato prima di arrivare al fondo: dovevo ricondurre verso il suo Diletto, in sé tranquilla e più fedele a Lui, proprio la Sposa di Colui che, con alte grida, l’aveva sposata col sangue benedetto. Intanto, già un amore bruciante per i figli di Dio e il veemente desiderio della loro eterna salvazione mi spingeva a salutare chiunque incontrassi con queste parole: «Il Signore ti dia pace!».
  16. Circondavo di un amore indicibile la Madre di Gesù, perché aveva reso nostro fratello il Signore della gloria. In suo onore cantavo lodi particolari, innalzavo preghiere, offrivo affetti inesprimibili. Ella è la Vergine fatta Chiesa, la sua vivente personificazione, il modello perfettissimo e sublime di ogni anima semplice, umile e pura che, soggetta ad ogni umana creatura per amore di Dio, desidera diventare sposa, sorella e madre di Nostro Signore Gesù Cristo. Siamo spose quando l’anima fedele si congiunge a Gesù Cristo per l’azione dello Spirito Santo; siamo sorelle quando facciamo la volontà del Padre suo, che è nei cieli; siamo madri quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo mediante l’amore e la pura coscienza e lo generiamo attraverso il santo operare, che deve risplendere a esempio degli altri. Su tutti coloro che si comporteranno in tal modo riposerà lo Spirito del Signore ed Egli farà di loro la sua abitazione e dimora.
  17. Come render grazie all’Altissimo per avermi fatto scoprire l’abisso del suo tesoro, del quale non sono in grado di attingere tutte le ricchezze? La vita intera trascorsa al suo servizio come cavaliere di Cristo, tutti i cantici e le laudi a Lui innalzati come trovatore di Dio, qualsiasi opera apostolica e tutte le prediche del mondo… nulla basterebbe a ricambiare una sola goccia del suo Sangue prezioso e un solo bacio del suo ineffabile amore. So io che cosa posso donargli in contraccambio: qualcosa che mi renda un po’ meno dissimile da Lui, che ha patito per me l’atroce morte di croce. È il dolore immenso che mi fa vagare su questo monte selvaggio, fra selve inabitate, levando gemiti strazianti e versando lacrime inesauste, prima che i segni della sua Passione mi s’imprimano anche nel corpo, come un giorno, a San Damiano, mi si stamparono nell’anima. Lo spasmo che mi tormenta notte e giorno è quest’unico pensiero: l’Amore non è amato!

Liberamente tratto dalle Fonti Francescane

in onore del Poverello d’Assisi per l’VIII centenario del suo beato Transito

 

Aldo Maria Valli:
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