Ecco perché, secondo me, Benedetto XVI dice la verità

Il mio amico Maurizio Blondet (siamo stati quasi compagni di banco ai tempi dell’Avvenire a Milano, nel secolo scorso!) in un articolo pubblicato nel suo sito – http://www.maurizioblondet.it/benedetto-xvi-costretto-mentire/  –  sostiene che nel libro Ultime conversazioni – da me recensito qui: http://www.aldomariavalli.it/2016/09/10/dimissioni-papa-emerito-francesco-la-versione-di-joseph/  –  Benedetto XVI sarebbe stato costretto a mentire.

Secondo Maurizio, infatti, in ciò che dice il papa emerito c’è qualcosa che non torna. Tre i punti problematici: là dove Ratzinger sostiene di aver rinunciato al soglio in base a una scelta libera, là dove ha parole di considerazione e stima per Francesco e la sua linea di governo, e soprattutto là dove afferma che l’allontanamento di Ettore Gotti Tedeschi dallo Ior, nel 2012, fu da lui condiviso e non avvenne a sua insaputa.

Niente di vero, dice Blondet. In realtà, sostiene, Ratzinger rinunciò al pontificato perché sottoposto a pressioni che riguardavano la conduzione economica della Santa Sede. Inoltre le parole di apprezzamento per la linea Bergoglio non appartengono al bagaglio teologico e culturale di Benedetto. Infine, proprio la risposta data da Benedetto all’intervistatore Peter Seewald sullo Ior contiene la prova che il papa emerito sta mentendo.

A sostegno della sua tesi sul caso Gotti Tedeschi, Blondet cita un passo dell’intervista che monsignor Georg Gaenswein, segretario di Benedetto, concesse al quotidiano Il Messaggero il 22 ottobre 2013, nella quale, sostiene Maurizio, Gaenswein rivelò che il papa fu tenuto all’oscuro della cacciata di Gotti Tedeschi, la quale non fu dunque frutto di una sua scelta.

Ma perché nel libro-intervista Ultime conversazioni il papa emerito sarebbe stato costretto a mentire?

Secondo Blondet, la spiegazione sta nelle pressioni che il papa emerito avrebbe ricevuto dall’entourage di Francesco dopo le clamorose dichiarazioni fatte da monsignor Gaenswein nel maggio scorso, circa il pontificato «collegiale  e sinodale, quasi un ministero in comune», al quale ci troveremmo di fronte con la presenza in Vaticano di un papa regnante e di uno emerito. Pressioni forti, lascia intendere Blondet, tali da spingere Benedetto a una sorta di atto di riparazione.

Come sappiamo, la tesi di Gaenswein –  noi ce ne siamo occupati qui:   http://www.aldomariavalli.it/2016/07/07/ratzinger-schmitt-e-lo-stato-di-eccezione/  – ha fatto in effetti sensazione ed è stata anche contestata da chi osserva che non ci possono essere due papi e che Ratzinger, anziché dichiararsi papa emerito, avrebbe dovuto spogliarsi della veste bianca e tornare a essere semplice cardinale.

Ora mi chiedo (e me lo chiedono anche tanti lettori): il mio amico Blondet ha qualche ragione quando sostiene che il papa non dice la verità?

Secondo me, no. Secondo me, nel bel libro Ultime conversazioni, Benedetto non sta mentendo, ma sta dicendo la verità, sia per quanto riguarda la sua rinuncia, sia quando giudica positivamente la personalità e il pontificato di Francesco, sia quando parla della brusca rimozione di Gotti Tedeschi dallo Ior.

Andiamo con ordine. Circa la rinuncia, nell’intervista a Seewald Benedetto XVI ribadisce che la sua scelta fu assolutamente libera, che non subì pressioni né ricatti, che ogni altra elucubrazione è assurda e che, se avesse deciso di rinunciare in un momento di crisi o sotto qualche pressione, la sua sarebbe stata una fuga, cioè qualcosa di assolutamente inaccettabile.

Secondo Blondet, che tuttavia non può portare prove a sostegno della sua tesi, in realtà le pressioni ci furono. Benedetto decise di andarsene «perché le potenze mondialiste avevano tagliato fuori la banca vaticana da SWIFT, il sistema di transazioni finanziarie globali:  ciò che rendeva il Vaticano uno stato-canaglia come l’Iran, e non gli consentiva alcun pagamento se non in contanti». E infatti, dice Blondet, non  «appena  le telecamere ripresero l’elicottero con cui Benedetto XVI si ritirava a Castelgandolfo,   il Vaticano fu ricollegato a SWIFT» e  i bancomat  della Santa Sede ripresero a funzionare.

Bene, la sola idea che Ratzinger, il teologo Ratzinger, l’uomo che ha speso tutta la vita al servizio della Chiesa, abbia deciso, con una scelta di portata storica, di rinunciare al soglio per una questione di banche e di bancomat, mi sembra francamente inverosimile. Non voglio dire che l’economia, anche all’interno delle sacre mura, non abbia giocato e non giochi tuttora un ruolo importante (la storia, soprattutto attraverso le vicissitudini dello Ior, è lì a dimostrare il contrario), ma un papa, e soprattutto un papa come Ratzinger, non prende l’epocale decisione di ritirarsi solo perché il sistema bancario mondiale taglia fuori momentaneamente il Vaticano. Ratzinger, come ha sempre detto, ha rinunciato perché ha avvertito di non avere più le forze per governare adeguatamente. Da cardinale, responsabile della Congregazione per la dottrina della fede, visse in presa diretta la fase finale del pontificato di Giovanni Paolo II, con il papa gravemente malato e del tutto impossibilitato a esercitare le funzioni di governo, e non volle che si potesse ripresentare una situazione simile, con tutte le conseguenze che comporta.

Quanto al giudizio di Benedetto sulla linea Bergoglio, sono certo che Ratzinger la pensa esattamente così. Quando dice di vedere nell’elezione del papa sudamericano, così diverso da lui per provenienza e carattere, la dimostrazione che la Chiesa è viva e dinamica, e quando afferma di apprezzare l’apertura e la disponibilità di Francesco verso le persone, è del tutto sincero. Non dobbiamo dimenticare in quale situazione, sotto molti aspetti drammatica, si trovava la Chiesa alla fine del pontificato di Ratzinger, con il papa e il Vaticano sottoposti a un fuoco di fila di attacchi (secondo me del tutto ingiusti, come ho scritto nel libro La verità del papa, pubblicato da Lindau). Fu allora che Benedetto raggiunse la consapevolezza di doversi fare da parte, per consentire un nuovo inizio. E fu allora che si convinse di un fatto: nella società della comunicazione e dell’immagine (che la cosa ci piaccia o meno), la Chiesa ha bisogno di un papa capace, diciamo così, di stare sulla scena. Lui sotto questo profilo si sentì sempre profondamente inadeguato («forse – confessa a un certo punto – io non sono stato abbastanza in mezzo agli altri, effettivamente»), per cui ora è sincero quando si dichiara felice perché la Chiesa ha un papa che si mostra tanto vicino alla gente.

A un certo punto, con la solita schiettezza, Benedetto non rinuncia a mettere in guardia Francesco (quando dice che se un papa riceve troppi applausi c’è qualcosa che non funziona), ma ciò non toglie che veda davvero in Bergoglio il pontefice giusto per questa fase storica della Chiesa.

Infine lo Ior. Secondo Blondet, qui c’è la prova delle prove: Ratzinger sta mentendo. Circa l’allontanamento di Gotti Tedeschi, nel libro-intervista il papa emerito dichiara infatti: «Bisognava rinnovare i vertici e mi è sembrato giusto, per molte ragioni, non mettere più un italiano alla guida della banca. Posso dire che la scelta del barone Freyberg si è rivelata un’ottima soluzione». Stando a Blondet, la prova decisiva che Ratzinger non dice la verità sta nella dichiarazione fatta da Gaenswein al Messaggero, quando il monsignore raccontò: «Benedetto XVI, che aveva chiamato Gotti allo Ior per portare avanti la politica della trasparenza, restò sorpreso, molto sorpreso per l’atto di sfiducia al professore».

Ebbene, Gaenswein disse veramente quelle parole, ma la sua risposta va letta tutta. Aggiunse infatti: «Il Papa lo stimava e gli voleva bene [sta parlando di Gotti Tedeschi], ma per rispetto delle competenze di chi aveva responsabilità scelse di non intervenire in quel momento. Successivamente alla sfiducia, il Papa, per motivi di opportunità, anche se non ha mai ricevuto Gotti Tedeschi, ha mantenuto i contatti con lui in modo adatto e discreto». Dunque sì, Benedetto fu sorpreso, e anche dispiaciuto, per la dura decisione del board dello Ior contro Gotti Tedeschi, ma, per rispettare la libertà e la competenza di quell’organismo, scelse di non intervenire, e in quel modo di fatto avallò la decisione di licenziare il banchiere piacentino. E a questo proposito posso aggiungere che chi conosce bene Ratzinger sa che un simile comportamento gli si addice perfettamente.

In conclusione, a mio giudizio nel libro Ultime conversazioni c’è un Benedetto autentico, non falso o edulcorato. Un Benedetto che parla, come ha sempre fatto, per amore della verità e della Chiesa, e non perché costretto.

Aggiungo che io non condivido la scelta di diventare «papa emerito», perché, non essendoci una consacrazione a papa, il ruolo viene meno nel momento in cui termina il suo esercizio. Non sono neanche d’accordo con l’idea che ci possa essere un pontificato «collegiale», «sinodale» o «allargato», perché Gesù  ha scelto Pietro e solo Pietro. Quindi, pur con tutto l’amore e il rispetto, non riesco a seguire Benedetto quando dice che,  se il papa si dimette, «mantiene la responsabilità che ha assunto in un senso interiore, ma non nella funzione». No, se il papa si dimette, si dimette e basta, torna cardinale e non mantiene nulla.

Tuttavia queste mie osservazioni non mi impediscono di dire, lo ripeto, che in Ultime conversazioni c’è un Ratzinger autentico e umanissimo. E che chi vuol bene davvero a Benedetto XVI non deve strumentalizzarlo.

Aldo Maria Valli