Quella straordinaria avventura del “Credo di Paolo VI”

Domenica scorsa, 16 luglio, nella mia parrocchia sono stati battezzati quattro bambini. Cerimonia bella, con l’immersione totale dei piccoli nell’acqua benedetta. Una festa, com’è giusto che sia in questi casi. Ma il momento che mi fa riflettere di più è sempre quello del rinnovo delle promesse battesimali, quando a tutti i fedeli è chiesto di ripetere le formule tanto semplici quanto incisive previste dal rito.

«Rinunciate al peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio?»
«Rinuncio!»
«Rinunciate alle seduzione del male, per non lasciarvi dominare dal peccato?»
«Rinuncio!»
«Rinunciate a satana, origine e causa di ogni peccato?»
«Rinuncio!»
«Credete in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra?»
«Credo!»
«Credete in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, che nacque da Maria Vergine, morì e fu sepolto, è risuscitato dai morti e siede alla destra del Padre?»
«Credo!»
«Credete nello Spirito Santo, la Santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna?»
«Credo!»

Mentre rinnovavo le promesse assieme a tutti gli altri fedeli, pensavo alla nostra fede cattolica, a che cosa ne sappiamo veramente, a come la viviamo, al suo stato di salute in questi nostri tempi e al ruolo che tutti i battezzati, proprio in quanto tali, hanno nella sua salvaguardia, secondo l’insegnamento della santa madre Chiesa.

Mi è tornata così alla mente un’intervista concessa qualche tempo fa da don Nicola Bux, teologo, liturgista e scrittore, autore di «Con i sacramenti non si scherza», «Come andare a messa e non perdere la fede» e molti altri libri.

Nell’intervista, realizzata da  Edward Pentin per il «National Catholic Register», don Bux a un certo punto fa una proposta: di fronte alla grave crisi di fede che sta caratterizzando la nostra epoca sarebbe auspicabile un intervento esplicito del papa, per affermare ciò che è cattolico e correggere quelle prese di posizione ambigue o erronee che spingono molti a interpretazioni non cattoliche. Si dovrebbe trattare quindi di una vera e propria professione di fede (ecco il motivo per cui la proposta mi è tornata alla mente durante il rinnovo delle promesse battesimali), utile per fare chiarezza e dissolvere i dubbi che in questa stagione stanno proliferando.

Ora immagino le obiezioni di coloro secondo i quali il papa non è tenuto ad alcuna precisazione perché tutto è chiaro e limpido e perché il pontefice va sempre ascoltato senza muovere osservazioni né tanto meno critiche. Obiezioni che don Bux respinge spiegando che in realtà è impossibile non accorgersi del dilagare di sconcerto e confusione e ricordando che ogni credente, in quanto  battezzato (e quindi sacerdote, profeta e re), è «defensor fidei» e di conseguenza ha non solo il diritto, ma il dovere di chiedere a ogni pastore, e anche al papa se necessario, di rendere ragione di quanto dice e insegna: «Chiunque pensi che presentare dubbi (“dubia”) al papa non sia un segno di obbedienza, non ha capito, cinquant’anni dopo il Vaticano II, la relazione fra il papa e l’intera Chiesa».

Che cosa significa, infatti, obbedienza al papa? Significa forse accogliere a scatola chiusa tutto ciò che egli sostiene, evitando di esercitare il giudizio? No di certo, risponde don Bux. L’«obbedienza al papa dipende solamente dal fatto che lui è legato alla dottrina cattolica, alla fede che deve continuamente professare davanti alla Chiesa».

Di qui dunque l’idea, lanciata da don Bux, di una professione di fede da parte del papa, sull’esempio di quella che Paolo VI fece in un’altra stagione delicata e complessa per la Chiesa, cinquant’anni fa, quando, di fronte ad alcune interpretazioni quanto meno discutibili del Concilio Vaticano II, Montini avvertì il bisogno di una puntualizzazione. Perché, come hanno spiegato bene Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, anche il papa ha sempre bisogno di conversione, così da poter svolgere il suo compito di confermare e rafforzare i fratelli nella fede, secondo le parole di Cristo: «Et tu autem conversus, confirma fratres tuos».

In seguito all’intervista di don Bux, pensando a quanto può fare un credente laico, in quanto  battezzato, a difesa della fede, sono andato a rivedermi la storia di quella professione di fede di mezzo secolo fa, scoprendo che in effetti, all’origine del testo che il papa propose alla Chiesa, ci fu non un consacrato, non un prete e nemmeno un vescovo o un cardinale, ma proprio un laico.

Andiamo però con ordine e partiamo da quanto papa Montini disse il 19 aprile 1967, durante un’udienza generale.

Rievocando il battesimo amministrato giorni prima a due catecumeni nel restaurato battistero di San Giovanni in Laterano il pontefice sottolineò il significato potente del dialogo che caratterizza il sacramento: «Tu che cosa sei venuto a chiedere alla Chiesa di Dio?». «La fede; sono venuto a chiedere la fede».

Durante il battesimo, notò il papa, la Chiesa non si preoccupa di dare una definizione concettuale della fede, ma oggi, in una realtà umana segnata dall’incertezza circa il senso della vita e dalla mancanza di riferimenti in campo morale, una definizione del genere è importante per ogni persona, perché «dal concetto che uno si fa della fede dipende poi tutta la sua vita religiosa ed anche in gran parte la sua vita morale».

Che cos’è dunque la fede?

Un primo concetto di fede, spiegò il papa, «è quello che assimila semplicemente la fede col sentimento religioso, con la credenza vaga e generica dell’esistenza di Dio e d’un qualche rapporto fra Dio e la nostra vita». In questo caso la fede si riduce a una serie nozioni e formule «che sono come un sedimento residuo d’una istruzione catechistica dimenticata e d’una osservanza religiosa decaduta, ma dotata di qualche occasionale reviviscenza. È questa purtroppo la fede di molta gente del mondo odierno, una fede d’abitudine, una fede convenzionale, una fede non capita e poco praticata, una fede incoerente col resto della vita, e perciò noiosa e pesante. Non è del tutto morta, ma non è per niente viva».

Poi, spiegò il papa, c’è la fede intesa e vissuta a un altro livello, ben più consapevole, come risposta alla Parola di Dio, come dialogo che corrisponde a un «sì» che consente a Dio di entrare in noi e di trasformarci, così che credere ci appare del tutto ragionevole, logico, e la fede «ci fa cogliere come corrispondenti alla realtà le verità che la Parola di Dio ci ha rivelate».

E qui Paolo VI aggiunse un’importante precisazione: «Queste poche e semplici considerazioni ci fanno pensare al lato soggettivo della fede; ma questo nome benedetto si riferisce anche ad un complesso di dottrine, di dogmi oggettivi». La fede, infatti,  «non è solo l’atto per cui noi crediamo; è anche la dottrina a cui noi crediamo; è ciò che abitualmente chiamiamo il “credo”, quello che noi canteremo tra poco, alla fine di questa udienza. Non diciamo di più, per ora. Portiamo con noi la famosa definizione della Lettera agli Ebrei: “La fede è la realtà di cose sperate, e convinzione di cose che non si vedono” (11, 1)».

«Non diciamo di più, per ora». Il papa quel giorno si fermò lì, ma, come le sue parole lasciano intuire, continuò a pensarci, finché il 30 giugno 1968, a conclusione dell’Anno della fede da lui indetto nel diciannovesimo centenario del martirio di Pietro e Paolo, pronunciò una vera e propria professione di fede, «in nome e a impegno di tutta la Chiesa, come “Credo del popolo di Dio”». Fu un «ritorno alle sorgenti», come spiegò, in un momento in cui «facili sperimentalismi dottrinali» incrinavano le certezza non solo dei fedeli ma anche dei sacerdoti.

«Ci sembra che a Noi incomba il dovere di adempiere il mandato, affidato da Cristo a Pietro […], di confermare nella fede i nostri fratelli». Disse così Paolo VI (all’epoca il papa parlava ancora usando il plurale maiestatis) e aggiunse: «Nel far questo Noi siamo coscienti dell’inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all’influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un così gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere di proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell’adempimento dell’indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire – come purtroppo oggi spesso avviene – un generale turbamento e perplessità in molte anime fedeli».

Fu dunque pronunciata la solenne professione di fede, che ricalcò il Credo di Nicea e ribadì, tra l’altro, tre punti che in quel tempo erano sottoposti a contestazione: il dogma del peccato originale («Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa»), la missione della Chiesa al servizio della verità («la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù») e la natura della messa in quanto «Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari».

Mi sembra che il riferimento alla fede come realtà non solo soggettiva ma anche oggettiva, perché composta da norme, leggi e dogmi immutabili, abbia un significato molto importante anche per noi, oggi. Ma proseguiamo.

Come nacque il «Credo di Paolo VI» e chi ne fu l’estensore? Da alcune ricostruzioni storiche siamo venuti a sapere che nell’elaborazione del testo ebbe un ruolo determinante un laico, il filosofo Jacques Maritain, grande amico di Montini, che nel gennaio del 1967 scriveva al cardinale Charles Journet: «Un’idea mi è venuta in mente da parecchi giorni, con una tale intensità e una tale chiarezza che io non credo di poterla trascurare. Era come un tratto di luce mentre pregavo per il papa e consideravo la crisi tremenda che la Chiesa sta attraversando».

Davanti a una crisi così profonda, spiegava Maritain, «solo una cosa è in grado di toccare universalmente gli spiriti, e di custodire il bene, assolutamente essenziale, che è l’integrità della fede»: non «un atto disciplinare, né delle esortazioni, né delle direttive, ma un atto dogmatico, sul piano della fede stessa»; un «atto sovrano dell’autorità suprema che è quella del Vicario di Gesù Cristo».

La necessità di un atto del genere era nell’aria, tanto che anche il teologo domenicano Yves Congar già nel 1964 aveva inviato al papa un progetto di «professio fidei», del quale però non si fece nulla perché Paolo VI non ne restò convinto.

Il progetto di Maritain invece fece strada. Mandato al papa tramite il cardinale Charles Journet, convincerà Paolo VI a tal punto che Maritain, leggendo sul giornale, il 2 luglio 1968, un’ampia sintesi del «Credo» pronunciato dal pontefice vi ritroverà in sostanza il testo da lui inviato a Roma.

All’epoca il clima generale è fortemente condizionato dal celebre, o famigerato, «Catechismo olandese,» presentato dal cardinale Alfrink nell’ottobre 1966. Journet, che ha fatto parte della commissione voluta dal papa per esaminare il documento, esprime un giudizio netto: i vescovi olandesi hanno elaborato uno strumento per «sostituire, all’interno della Chiesa stessa, un’ortodossia a un’altra, una “ortodossia moderna” all’ortodossia tradizionale». E quando poi il papa gli chiede una valutazione sulla situazione della Chiesa, Journet risponde con una sola parola: «Tragica».
Su punti nodali quali il peccato originale, il senso della redenzione, la natura del sacrificio della messa, la presenza corporale di Cristo nell’eucaristia, il primato di Pietro, la dottrina dei sacramenti, il «Credo di Paolo VI» suona in effetti, in gran parte, come una risposta al «Catechismo olandese». Ma qui vorrei sottolineare le parole con le quali Maritain accompagnò la sua bozza, quando la inviò all’amico Journet: «Sono stato contento di farlo: ansioso, allo stesso tempo, di ciò che voi ne penserete; e mortificato e confuso d’aver dovuto, per redigere queste pagine, mettere per qualche istante, con l’immaginazione, un povero diavolo come me al posto del Santo Padre! Non c’è situazione più idiota».

Insomma, se cinquant’anni fa il papa, in circostanze tanto complicate per la Chiesa cattolica, per la tenuta della fede e il rispetto della retta dottrina, fece la sua «professio fidei» fu anche, e anzi soprattutto, grazie a un credente laico che, prendendo sul serio il suo ruolo di battezzato e quindi di sacerdote, profeta e re, pur sentendosi inadeguato e confuso si lasciò guidare dallo Spirito e suggerì al pontefice le parole giuste.

Commenterà molti anni dopo l’allora teologo della Casa pontificia, il cardinale Georges Cottier: «Nello stendere il suo testo, Maritain aveva solo seguito quasi istintivamente il “sensus fidei”, lo stesso che si esprimeva in maniera concorde nelle richieste provenienti dal sinodo dei vescovi e che aveva ispirato Paolo VI nel proclamare l’Anno della fede. Con quella libertà che accompagna sempre le vicende della Chiesa, quando a guidare è il Signore. Al successore di Pietro non restava altro che riconoscere e autenticare quelle formule, che ripetevano semplicemente l’insegnamento ricevuto da Cristo, che attrae i cuori con la sua grazia».
Nel suo taccuino, dopo aver letto i giornali del 2 luglio 1968, Jacques Maritain, che all’epoca aveva ottantasei anni, attribuì il merito di tutto all’amatissima moglie e commentò così quanto gli era successo: «Sono confuso. Travagliato dal fatto di essere stato ingaggiato in un mistero che mi sorpassa così tanto. Per fortuna è Raïssa che ha tutto condotto, che ha fatto tutto, dopo l’inizio di questa straordinaria avventura».
Aldo Maria Valli