Da “Amoris laetitia” all’eresia. Passando per Machiavelli e la massoneria

Torniamo su Amoris laetitia. Anzi, sulle indicazioni che i vescovi dell’Emilia-Romagna hanno dedicato all’esortazione apostolica. Perché tornarci? Perché quelle indicazioni contengono una grave eresia.
A dirlo non siamo noi, che non ne avremmo titolo, ma don Alfredo Morselli, l’indomito sacerdote e teologo bolognese che all’Amoris laetitia e al documento dei vescovi emiliano-romagnoli ha già dedicato studi appassionati.
«Parroco di montagna», come lui stesso si definisce, don Alfredo non ha intenti polemici. Semplicemente desidera smascherare l’eresia. E non solo. Nel saggio che fra poco esamineremo
(qui la versione integrale: https://cooperatores-veritatis.org/2018/07/06/leresia-del-teleologismo-dagli-antichi-traci-alle-indicazioni-dei-vescovi-dellemilia-romagna/)
arriva a concludere che nel documento dei vescovi dell’Emilia-Romagna ci sono affermazioni che conducono dritte dritte fino a Machiavelli e al pensiero massonico, ma non per questo accusa i vescovi di essere eretici, massoni e seguaci di Machiavelli. No, il suo intento, come scrive lui stesso, è «mettere una pulce nell’orecchio» e far riflettere circa le conseguenze che determinate affermazioni hanno sul piano logico, e certamente ben al di là delle intenzioni dei pastori.
Scrive dunque don Alfredo: «Nelle Indicazioni sul capitolo VIII dell’Amoris laetitia, rese pubbliche a nome dei vescovi dell’Emilia-Romagna, si trovano affermazioni inaccettabili da ogni buon cristiano; in particolare, il paragrafo 9 recita: “Il discernimento sui rapporti coniugali, la possibilità di vivere da ‘fratello e sorella’ per potere accedere alla confessione e alla comunione eucaristica, è contemplata dall’AL alla nota 329. Questo insegnamento, che la Chiesa da sempre ha indicato e che è stato confermato nel magistero da Familiaris consortio 84, deve essere presentato con prudenza, nel contesto di un cammino educativo finalizzato al riconoscimento della vocazione del corpo e del valore della castità nei diversi stati di vita. Questa scelta non è considerata l’unica possibile, in quanto la nuova unione e quindi anche il bene dei figli potrebbero essere messi a rischio in mancanza degli atti coniugali. È delicata materia di quel discernimento in “foro interno” di cui AL tratta al n. 300».
Ecco. Questo paragrafo, letto in modo superficiale, a prima vista potrebbe sembrare ispirato da semplice buon senso e perfino da spirito di misericordia. Invece no.
Spiega don Alfredo: «Innanzitutto vengono chiamati “rapporti coniugali” i rapporti sessuali tra non sposi», e poi «viene usata improvvidamente l’espressione “vocazione del corpo”: l’unione sponsale tra un uomo e una donna è simbolo (è stata creata in vista…) dell’unione di Cristo con la Chiesa, e la corporeità è chiamata (analogicamente, si può parlare in questo senso di vocazione) a realizzare questa immagine: ora non è possibile che la più fedele sponsalità in assoluto (Cristo e la Chiesa, appunto) venga anche lontanamente accostata a un rapporto adulterino (cosa presentata invece come possibile)».
«In terzo luogo viene affermato che un certo bene (l’educazione dei figli) potrebbe essere messo a rischio dalla mancanza di un peccato (rapporti adulterini): cioè un peccato potrebbe far bene all’amore».
«In quarto luogo viene indebitamente rimandato a una decisione di foro interno il presunto discernimento circa un atto intrinsecamente (e quindi sempre) cattivo; quando invece a) si usa correttamente la categoria discernimento solo riferendosi alla scelta tra più atti buoni, e non tra un atto virtuoso e un peccato, e b) nessun peccato può essere autorizzato, né in foro esterno, né in foro interno» (si legga in proposito Veritatis splendor, 56).
Dunque, tanti errori in poche righe. Ma qual è l’errore al quale ricondurre tutti gli altri? Risposta di don Alfredo: «Mi pare di ravvedere che esso sia quella eresia che San Giovanni Paolo II ha chiamato teleologismo», ovvero quell’eresia che si può ricondurre al principio «il fine giustifica i mezzi» e che san Giovanni Paolo II in Veritatis splendor (n. 75) descrisse con precisione quando parlò di «consequenzialismo» (la pretesa di «ricavare i criteri della giustezza di un determinato agire solo dal calcolo delle conseguenze che si prevedono derivare dall’esecuzione di una scelta») e di «proporzionalismo» (il riconoscere una proporzione tra gli effetti buoni e cattivi, in vista di un bene più grande o del male minore, in una data situazione).
Ora è facile verificare che nelle indicazioni dei vescovi dell’Emilia-Romagna «atti sempre illeciti – gli atti propri degli sposi compiuti da non-sposi – vengono ammessi in vista di un fine, ovvero evitare di mettere a rischio “la nuova unione e il bene dei figli”», il che si configura proprio come proporzionalismo e consequenzialismo.
San Giovanni Paolo II è chiaro quando in Veritatis splendor spiega che «Se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un’intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla: sono atti “irrimediabilmente” cattivi per se stessi, e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona». In proposito il papa santo cita Agostino e Tommaso, i quali hanno spiegato bene che atti intrinsecamente cattivi e peccaminosi non diventano buoni e non peccaminosi se commessi per «buoni motivi».
Ma che c’entrano Machiavelli e la massoneria?
Partiamo da Machiavelli. Come si sa, anche se non lo scrisse mai in questi termini spicci, il principio secondo il quale «il fine giustifica i mezzi» è ascrivibile a lui, che nel Principe lo dice piuttosto chiaramente: chi ha come scopo l’acquisizione e il mantenimento del potere guardi ai fini e si preoccupi solo di quelli.
E qui don Alfredo introduce un gioco spassoso, ma anche eloquente. Prima cita Machiavelli, poi dimostra come il pensiero del fondatore della scienza politica moderna si possa applicare perfettamente al documento dei vescovi dell’Emilia-Romagna.
Machiavelli: «E hassi ad intendere questo, che un Principe, e massime un Principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose, per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso necessitato, per mantenere lo Stato, operare contro alla umanità, contro alla carità, contro alla religione. E però bisogna che egli abbia un animo disposto a volgersi secondo che i venti e le variazioni della fortuna gli comandano; e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato».
Vescovi: «E hassi ad intendere questo, che una coppia di divorziati risposati non può osservare tutte quelle cose, per le quali – secondo Paolo VI e san Giovanni Paolo – gli sposi sono tenuti buoni, essendo spesso necessitati, per mantenere la nuova unione, operare contro alla castità. E però bisogna che detta coppia abbia un animo disposto a volgersi secondo che le situazioni particolari gli comandano; e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitata».
Machiavelli: «Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati».
Vescovi: «Facci adunque una coppia di divorziati civilmente risposati di vivere e mantenere la nuova unione; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati».
Machiavelli muove da un profondo pessimismo antropologico. Non sapendo che cos’è la Grazia, nell’uomo vede solo necessità e adesione al male (sarebbe bello se gli uomini «fussero tutti buoni», ma non è così e mai potrà esserlo). E lo stesso pessimismo si ritrova oggi nella nuova morale che, a discapito della Provvidenza divina e della Grazia, mette continuamente l’accento sulla natura umana ferita, come se la santità, bella in sé, non fosse però perseguibile, il che corrisponde a una profonda offesa a Dio, il quale non solo chiede la santità a tutti, ma a tutti la concede, in ogni situazione, mettendo a disposizione i mezzi per raggiungerla.
E ora la massoneria.
Il motto «machiavellico» secondo il quale il fine giustifica i mezzi, ma nella forma, molto più antica, «exitus acta probat» (che risale all’Ars amatoria di Ovidio) lo troviamo pari pari nello stemma d’armi della famiglia di George Washington, primo presidente degli Stati Uniti d’America nonché massone fin dal 1752 e poi maestro, maestro venerabile e gran maestro della massoneria.
Ora, perché un massone fa proprio il motto «exitus acta probat»? Semplice: per la sua incompatibilità con la morale oggettiva, cioè con una morale che presupponga valori assoluti, e don Alfredo spiega che per la massoneria, proprio come per i cattolici neo-modernisti, in mancanza di criteri ultimi e oggettivi di valutazione morale di un atto, l’unico possibile metro di valutazione diventa l’esito dell’atto stesso.
Ma le conseguenze di una tale visione sono disastrose, perché lungo questa via, alla fine, tutto è legittimo e legittimato. Ancora san Giovanni Paolo II: «Nella logica delle posizioni sopra accennate, l’uomo potrebbe, in virtù di un’opzione fondamentale, restare fedele a Dio, indipendentemente dalla conformità o meno di alcune sue scelte e dei suoi atti determinati alle norme o regole morali specifiche. In ragione di un’opzione originaria per la carità, l’uomo potrebbe mantenersi moralmente buono, perseverare nella grazia di Dio, raggiungere la propria salvezza, anche se alcuni dei suoi comportamenti concreti fossero deliberatamente e gravemente contrari ai comandamenti di Dio, riproposti dalla Chiesa» (Veritatis splendor, 61).
«Ciò che stabilisce il valore morale di un atto – scrive don Alfredo – non è il suo risultato, ma la risposta alla domanda: “In questo atto, realizzo l’immagine di Dio?”. Gli atti intrinsecamente cattivi non sono dunque deduzioni dei filosofi, ma azioni compiendo le quali l’uomo non potrà mai conformarsi a questa verità concreta, che è Gesù, lo stesso Regno di Dio fattosi vicino nel tempo ora compiuto, per cui dobbiamo convertirci e credere la Vangelo».
Di nuovo san Giovanni Paolo II: «…le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto “soggettivamente” onesto o difendibile come scelta. Del resto, l’intenzione è buona quando mira al vero bene della persona in vista del suo fine ultimo. Ma gli atti, il cui oggetto è “non-ordinabile” a Dio e “indegno della persona umana”, si oppongono sempre e in ogni caso a questo bene. In tal senso il rispetto delle norme che proibiscono tali atti e che obbligano semper et pro semper, ossia senza alcuna eccezione, non solo non limita la buona intenzione, ma costituisce addirittura la sua espressione fondamentale” (Veritatis splendor, 81-82).
Siamo alle conclusioni.
La Chiesa ha sempre insegnato che a volte è lecito tollerare un minor male morale al fine di evitare un male più grande o di promuovere un bene più grande, ma non ha mai in segnato che è lecito fare il male perché ne venga il bene. Se noi cattolici arrivassimo a sostenere una tale posizione dovremmo seriamente interrogarci: siamo ancora cattolici?
Secondo don Alfredo, se fosse stato ancora vivo il cardinale Carlo Caffarra certe indicazioni pastorali non sarebbero mai uscite. E allora, in mancanza del coraggioso cardinale morto l’anno scorso, ecco intervenire il «parroco di montagna», che da Caffarra ha ereditato la teologia morale, ma anche, come scrive lui stesso, «l’amore al Santo Padre e la fedeltà a tutto il Magistero».
«Sottopongo quindi quanto ho scritto – afferma don Alfredo Morselli – al giudizio della Chiesa, ed intendo per ritrattato tutto ciò che, a suo insindacabile giudizio, fosse contrario a ciò che Ella ci propone a credere. Ho sbagliato a scrivere (ah, volesse il cielo che mi fossi sbagliato!)? Punitemi, perché “Chi risparmia il bastone odia suo figlio, chi lo ama è pronto a correggerlo” (Prov 13,24). Accolgo già fin d’ora tutte le sanzioni canoniche che vorrete comminarmi. Ma se non mi fossi sbagliato, allora ricordatevi che “Chi ascolta un rimprovero salutare, potrà stare in mezzo ai saggi” (Prov 15,31). Infine, affido infine questo scritto a Maria Santissima, debellatrice di tutte le eresie, in attesa dell’immancabile trionfo del Suo Cuore Immacolato».
Nota finale del sottoscritto: Giovanni Paolo II è stato canonizzato, ma che fine sta facendo il suo insegnamento?

Aldo Maria Valli