Cittadini o sudditi? Il problema dell’autorità politica

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non si è posto la domanda: ma è proprio necessario avere un governo? Ed è proprio necessario che esista lo Stato?

Può essere che simili dubbi entrino soprattutto nella mente bizzarra di chi coltiva tendenze libertarie e anarchiche, ma forse un po’ tutti noi, specie davanti a certe malattie dei governi e a certe disfunzioni degli apparati statali, ogni tanto ci interroghiamo. E se lasciassimo fare ai cittadini? Se l’unico contratto valido non fosse quello che chiamiamo “sociale”, e che è poi un’astrazione, ma quello concreto e diretto fra chi ha determinati bisogni e chi è in grado di dare una risposta? E se fossero i singoli cittadini, attraverso la loro libera iniziativa, a intervenire di volta in volta, escludendo quella “mano pubblica” che tanto spesso si dimostra incapace, inefficiente e perfino truffaldina?

La questione, me ne rendo conto, è alquanto complessa e qui si sta semplificando oltre misura, ma il problema esiste. Lungo i secoli ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro da parte di pensatori, filosofi e politologi, e ancora oggi il dibattito è ben vivo, come dimostra Il problema dell’autorità politica. Un esame del diritto di obbligare e del dovere di obbedire (Liberilibri, 544 pagine, 22 euro) del filosofo Michael Huemer, docente dell’Università del Colorado, che si pone una domanda: “Che gli anarchici siano estremisti può essere vero. Ma se fossero estremisti ragionevoli?”.

Con arguzia e determinazione, Huemer smonta alcuni concetti che nel corso del tempo sono diventati altrettanti dogmi. Chi ha detto che difesa, istruzione e sanità debbano essere nelle mani di un’entità chiamata Stato e nutrite attraverso la tassazione obbligatoria? In base a quale principio uno Stato si arroga il diritto di chiederti soldi (nel caso dell’Italia, tantissimi soldi), e di punirti se non glieli consegni?

Huemer, classe 1969, è americano, e al di là dell’Oceano certe provocazioni sono molto più diffuse di quanto non succeda nella vecchia Europa, culla degli Stati nazionali centralizzati. Tuttavia i suoi argomenti meritano di essere presi in considerazione. Parlando di “illusione dell’autorità”, Huemer mostra che dietro ogni forma di statualità, per quanto abbellita da una coperta di nobilissimi principi, si nasconde una concretissima coercizione, di fronte alla quale il singolo individuo è messo con le spalle al muro.  Cosicché, se volessimo chiamare le cose con il loro nome, non dovremmo più parlare di cittadinanza ma di sudditanza.

Ma allora, direte voi, che fine farebbe la democrazia? Anche in questo caso si tratta di andare controcorrente: democrazia e Stato non sono la stessa cosa, tanto è vero che uno Stato può essere benissimo antidemocratico e perfino autoritario. Può esserci allora democrazia senza Stato? Certo che sì. Anzi, spesso lo Stato, pur dicendosi a favore della democrazia, nei fatti la ostacola, come si vede bene in tutti i casi in cui la burocrazia statale rende difficile se non impossibile il godimento di alcuni principi democratici. Ma il grande problema resta la tassazione, che a volte assume la forma di una rapina. Forte con i deboli e debole con i forti, lo Stato pretende ma non restituisce nulla, oppure restituisce in minima parte o restituisce male. E il cittadino-suddito, sottoposto alla vessazione, non ha alcuna possibilità di far valere le sue ragioni.

E vogliamo parlare del principio di responsabilità? Ogni volta che invochiamo l’intervento dello Stato, di questa astrazione senza forma né volto, non facciamo che alimentare un mito e rinforzare l’idea secondo cui qualcuno, non si sa bene chi né dove, debba risolverci i problemi. Così cresce l’inerzia, così  si favorisce l’irresponsabilità personale.

Naturalmente ogni tesi sostenuta da Huemer può essere contestata. Se parliamo di leggi e di ordine sociale, per esempio, è molto difficile per noi (specialmente per noi italiani) immaginare forme di convivenza in cui non esista un tutore sotto forma di ordinamento giuridico condiviso e di strutture statali in grado di farlo rispettare. Però guardiamoci attorno: a forza di delegare, ci siamo dati sistemi sociali in cui la legge ha raggiunto gradi incredibili di complessità, invadenza e prepotenza. Abbiamo leggi per tutto e la nostra vita è regolata sotto ogni minimo aspetto. Ma possiamo davvero dire di essere liberi, felici e tutelati? O non siamo invece, anche in questo caso, tenuti a bada come bambini sconsiderati e immaturi, costantemente sottoposti alla minaccia della punizione? Questa sarebbe libertà? E non siamo resi tutti più litigiosi? E non alimentiamo, anche in questo modo, l’irresponsabilità personale?  E che dire delle leggi che in coscienza avvertiamo come ingiuste? Perché essere obbligati a rispettarle e a condividerle? E tutte le risorse e tutte le energie che dedichiamo a escogitare sempre nuove leggi e sempre nuovi regolamenti, a volte in conflitto fra loro, non sarebbero meglio utilizzate se ci preoccupassimo di formare le coscienze morali abituandole alla gestione della libertà nella responsabilità?

Le questioni che si aprono, come si vede, sono di enorme portata. Merito di Huemer e degli studiosi come lui, della scuola libertaria, è di affrontarle a viso aperto. Con un’annotazione finale sulla quale si può discutere ma che merita comunque di essere presa in considerazione: “Quando la giustizia di una legge è controversa, meglio sbagliare nella direzione della libertà che in quella della restrizione”.

Aldo Maria Valli

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