Quando don Gius metteva in guardia dalla “protestantizzazione” della fede e della Chiesa

Proprio mentre papa Francesco sta preparando la valigia per andare in Svezia in occasione della «commemorazione comune luterano-cattolica della Riforma» (viaggio introdotto dall’intervista concessa alla «Civiltà cattolica») , monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, scrive un articolo pieno di spunti interessanti circa il rischio che la Chiesa cattolica può correre se si avvia sulla strada della «protestantizzazione». L’articolo si trova nel fascicolo di ottobre della rivista «Studi cattolici» (n. 668), diretta da Cesare Cavalleri, e si interroga sulla fede cristiana in rapporto alla modernità.

Lo spunto inziale è il libro di don Luigi Giussani (conosciuto da Negri fin dai tempi del liceo Berchet a Milano) «Coscienza religiosa nell’uomo moderno» (1985), nel quale il fondatore di Comunione e liberazione, prendendo in considerazione la modernità, vi vedeva non qualcosa di negativo in blocco, ma una realtà comunque connotata da una spiccata tendenza anticristiana, ovvero quella che si riassume nell’idea secondo cui Dio non sarebbe altro che una presenza ingombrante e negativa sulla strada dell’autonomia che l’uomo moderno rivendica per sé a tutti i livelli.

Il rifiuto di Dio è il cuore del laicismo, visione del mondo contro la quale si è a lungo battuto il teologo Joseph Ratzinger. Un rifiuto che conduce la persona non solo, in generale, a sganciarsi da Dio, ma a dire no al cristianesimo come proposta complessiva di vita (riguardante cioè tutti gli ambiti della vita, nessuno escluso) fondata sull’incontro reale con Gesù.

Oggi, scrive Negri, il laicismo nel quale siamo immersi «rappresenta la prosecuzione rigorosa di questa umanità e società senza Dio, in cui al cristianesimo viene lasciato uno spazio di vita e di azione solo se adeguatamente consentito dalla mentalità laicista dominante».

In questo contesto, già più di trent’anni fa don Giussani individuava un rischio molto concreto per la Chiesa cattolica: quello, appunto, di una sostanziale protestantizzazione. Che cosa significa?

«La protestantizzazione della fede – spiega monsignor Negri – si potrebbe anche definire come la riduzione dell’evento a una gnosi, a un discorso di cui la ragione umana possiede la chiave di lettura e gli elementi determinanti. La protestantizzazione dà alla fede quel carattere soggettivistico che la fa diventare un’espressione della singolarità individuale dell’uomo, soprattutto delle sue esigenze psicologiche e affettive. Questo copre totalmente l’ontologia, ovvero fa passare dall’ontologia alla psicologia e alla dimensione meramente affettiva: la fede una cosa che “si sente”. Quando poi cesserà il sentimento della fede, la fede non avrà più alcun peso nella vita dell’uomo».

Insomma, dice Negri, in una società e in una cultura imbevute di laicismo, cioè dal rifiuto di Dio, alla fede cristiana è concesso diritto di cittadinanza solo se la si riduce a una forma di conoscenza che dipende totalmente dalla ragione umana, riguarda solo il soggetto che la vive e si manifesta unicamente nella dimensione psicologica e sentimentale. Da un discorso di natura filosofica e teologica, che riguarda l’uomo nella sua essenza e si apre alla trascendenza, si passa a un discorso tutto umano, meramente psicologico e affettivo, che è considerato legittimo, e quindi tollerabile, finché resta privato, ma è subito combattuto nel momento in cui pretende di dire qualcosa sulla natura stessa della persona e sulle scelte concrete a cui la persona è tenuta in virtù della sua esperienza di fede.

Ora il punto è che sempre più spesso è la Chiesa stessa, desiderosa di farsi accettare dalla modernità, ad avviarsi lungo questa strada

Scrive monsignor Negri: «Credo che dobbiamo seriamente interrogarci, noi cristiani, se questo non costituisca la mentalità vincente all’interno del mondo cattolico, ovvero quel modo non cristiano di pensare la fede che, come diceva il beato Paolo VI, è penetrato nelle strutture della Chiesa e si diffonde in maniera progressiva».

Conseguenza della protestantizzazione è l’idea che la fede, in quanto conoscenza soggettiva, è credibile solo quando produce frutti sociali. Ecco così il cristianesimo trasformato in una «struttura finalizzata a iniziative pratiche, socio-politiche», una struttura fra le altre, accettata solo perché dà vita a qualche tipo di intervento sociale. Intervento, sia chiaro, che a quel punto è visto unicamente come sforzo dell’individuo e della sua volontà, non come conseguenza dell’esperienza di fede.

È così, scrive Negri, che, in quanto comunità ecclesiale, «tocchiamo il fondo». Perché dovrebbe essere chiaro che «il cristianesimo non è una spiritualità soggettiva e neppure un impegno socio-politico, ma è l’incontro con la persona di Gesù Cristo, Figlio di Dio, che permane nella Chiesa e in essa può essere ritrovato e seguito».

Nel suo breve intervento, Negri accenna a questioni di una portata decisiva per la Chiesa e per ogni cristiano. Se la fede è ridotta a esperienza della ragione individuale, al centro non abbiamo più Dio, ma l’uomo. E in campo morale non c’è più la verità oggettiva, ma c’è il soggetto con le sue molte e spesso contraddittorie necessità. Lungo questa via, l’uomo non si abbandona a Dio, ma, al più, si rivolge a Dio perché legittimi le sue scelte soggettive.  Di qui l’inutilità della Chiesa e dei suoi ministri. Poiché il rapporto con Dio è finalizzato alla soddisfazione umana, ogni mediazione è non solo inutile, ma dannosa. Meglio eliminare ciò che non serve: e la Chiesa, con il suo rimandare alla verità oggettiva, di certo non serve.

Al termine del suo articolo monsignor Negri osserva: pensare dunque che oggi, per la Chiesa e per ogni cristiano, «il problema sia un atteggiamento più morbido nei confronti della cosiddetta modernità, sinceramente mi sembra soltanto un’irresponsabilità».

La prova, aggiungiamo noi, l’ha fornita la storia. Il mondo protestante, che questa «morbidezza» l’ha applicata, è in profonda crisi. Perde ministri e fedeli e la sua voce politically correct sostanzialmente non dice più nulla rispetto alle grandi domande.  È una visione del mondo fra le altre, accettata proprio perché, dopo aver rinunciato a dire qualcosa a proposito della Verità, produce solo iniziative sociali. D’altra parte, non è un caso che la Svezia, dove il papa sta per recarsi, sia uno dei paesi più secolarizzati del mondo, dove la gran parte della popolazione non crede in Dio e la religione gioca un ruolo del tutto marginale nella vita pubblica.

Non so se il direttore di «Studi cattolici» l’abbia fatto apposta, fatto sta che nel fascicolo di ottobre della rivista c’è anche una bella intervista al cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, a proposito del suo libro «Dio o niente. Conversazioni sulla fede» (Cantagalli) con il quale il porporato guineano ha vinto il Premio Capri San Michele. E nell’intervista Sarah, a un  certo punto, esprime un concetto che si lega molto bene alla riflessione di monsignor Negri. È là dove il cardinale, spiegando i tratti salienti della sua spiritualità, raccomanda che il cristiano non si lasci andare alle mode e non si faccia irretire dalle sirene del mondo, a partire dal mito della produttività : l’unica cosa che conta è non smettere mai di guardare Cristo e la verità della croce: «Dobbiamo guardare Cristo: lui non si è appoggiato all’emotività per annunciare il suo messaggio. È molto rischioso per la pastorale appoggiarsi solo sull’emotività o sul sentimentalismo. Rischiamo di dimenticare la radicalità della croce […] La Chiesa deve rimanere ferma proprio come Cristo. Deve ancorarsi alla croce che è l’elemento più stabile di questo mondo.  Se restiamo accanto alla croce saremo davvero noi stessi e molto uniti a Dio». E ancora: «Non possiamo dare a Dio solo gli spiccioli del nostro tempo. Viviamo in un’epoca di grande attivismo in cui sembrano contare solo i risultati. Dobbiamo riscoprire il tempo dell’adorazione e della contemplazione per stare con Dio […]. Inoltre non possiamo proporre alle persone un cammino “facile” per paura di essere esigenti. Molti giovani sono attirati dalle proposte serie e impegnative, bisogna stare attenti agli slogan nella pastorale».

Ecco: nelle parole del cardinale Sarah una strada esattamente opposta a quella che don Giussani chiamava la «protestantizzazione» della fede e della Chiesa.

Aldo Maria Valli

 

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