Il confronto Bergoglio-Viganò? Un filosofo lo vede così

La vicenda del memoriale dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò sta tenendo banco da giorni nei commenti dei principali osservatori di cose vaticane, e seguire tutto non è facile. Comunque sia, tra le valutazioni più intelligenti (ovviamente a giudizio del sottoscritto) sembra esserci quella del filosofo Edward Feser, docente al Pasadena City College,

(https://edwardfeser.blogspot.com/2018/09/why-archbishop-vigano-is-almost_5.html)  che illustra una serie di ragioni in base alle quali si può ragionevolmente sostenere che Viganò abbia detto la verità.

La prima ragione, dice Feser, sta nel silenzio assordante del papa. Bergoglio ha ricevuto un attacco senza precedenti da parte di un ecclesiastico di alto livello, un arcivescovo, ambasciatore vaticano negli Stati Uniti. Eppure, per ora, ha rifiutato di rispondere. E “questo, semplicemente, non è l’atteggiamento che ci si aspetterebbe da una persona se le accuse contro di lei fossero palesemente false”. Al contrario, ti aspetteresti che l’interessato procedesse con una confutazione forte e immediata.

Alcuni dei difensori di Francesco, nota Feser, sostengono che Bergoglio sta semplicemente esibendo una totale mancanza di preoccupazione e si sta comportando come Gesù stesso, che non rispose alle accuse. Un’osservazione che potrebbe essere accolta se Bergoglio avesse sempre scelto questa linea. Invece Francesco in più di un’occasione si è difeso. Per esempio, quando è stato accusato di essere comunista, oppure quando lo hanno accusato di non aver parlato apertamente dei crimini in Argentina, oppure ancora quando da sinistra è stato attaccato per aver incontrato la signora Kim Davis nel 2015 (difesa in questo caso demandata alla sala stampa vaticana). Si è difeso anche quando nel 2016 è stato attaccato a causa del suo rifiuto di associare l’Islam al terrorismo e quando, nel 2017, ha paragonato i campi per i migranti ai lager nazisti.

Quindi la tesi secondo cui Bergoglio, piuttosto che rispondere alle critiche, preferisce “porgere l’altra guancia” non regge.  Visto che tante volte ha risposto, perché non risponde proprio adesso che le accuse arrivano da un alto esponente della gerarchia?

Considerando poi, osserva Feser, che in questo caso in gioco non c’è soltanto la sua reputazione, ma il bene della Chiesa stessa, Bergoglio, rispondendo, aiuterebbe a impedire ulteriori divisioni.

I difensori di Francesco chiedono che l’arcivescovo tiri fuori le prove. Ma Viganò ha detto dove sono le prove: ha detto che la documentazione pertinente si trova negli archivi della Segreteria di Stato in Vaticano e della nunziatura apostolica a Washington. E chi altri se non il papa può ordinare che la documentazione sia subito messa a disposizione?

Inoltre Viganò ha fornito una sua versione degli incontri personali avuti con Francesco. Dunque perché Bergoglio non fornisce la sua versione, in grado di confutare quella di Viganò? Il silenzio di Francesco, dice Feser, non fa che confermare la posizione di chi sostiene che le accuse di Viganò non siano false.

Ma c’è poi un secondo silenzio sul quale interrogarsi, ed è quello di Benedetto XVI.

Ora, è vero che Ratzinger si è ripromesso di stare il più possibile appartato, in preghiera, ed è immaginabile che non voglia dire nulla per non promuovere in alcun modo una fatale divisione (fino al rischio dello scisma) nella Chiesa. Tuttavia, sostiene Feser, poiché l’attuale controversia sta di fatto minacciando seriamente l’unità della Chiesa, sarebbe lecito aspettarsi da Benedetto una parola per evitare un pericolo tanto grande. Invece nulla.

Poniamo, dice Feser, che Viganò stia mentendo circa le sanzioni che Benedetto avrebbe imposto in forma privata a McCarrick. Se Ratzinger parlasse, potrebbe porre fine alla crisi, o almeno dare un contributo importante alla fine della crisi. Se Ratzinger dicesse che quanto sostiene Viganò è sbagliato, la credibilità dell’ex nunzio subirebbe un duro colpo.  E la minaccia dello scisma sarebbe notevolmente ridotta.

Allora perché non lo fa?

Ma supponiamo, dice ancora Feser, che l’arcivescovo Viganò stia dicendo la verità. Se Benedetto lo confermasse pubblicamente, darebbe credibilità all’arcivescovo e arrecherebbe un grave danno a Francesco. Il che si trasformerebbe in un potente contributo allo scisma, con una vera e propria “guerra dei due papi”. Allora, stabilito che ciò che Benedetto vuole evitare più di ogni altra cosa è proprio lo scisma, appare legittimo affermare che il suo silenzio sembra rafforzare l’ipotesi che Viganò stia dicendo la verità piuttosto che l’ipotesi che Viganò stia dicendo il falso.

Secondo il vaticanista Edward Pentin, una fonte vicina a Benedetto ha detto che Ratzinger ricorda di aver chiesto privatamente a McCarrick di mantenere un basso profilo, senza un decreto formale.  Se questa comunicazione è avvenuta per volere di Benedetto (e non lo sappiamo con certezza), questo potrebbe essere interpretato come un modo per superare la difficoltà di scegliere tra confermare la testimonianza di Viganò, e ferire così Francesco, o minare la testimonianza di Viganò e quindi ferire l’ex nunzio. Infatti, l’insinuazione che Benedetto non ricorda chiaramente quello che è successo, ma che in ogni caso non esisteva un decreto formale, sembra aiutare papa Francesco.  Ma, d’altra parte, l’affermazione che c’era una richiesta privata a McCarrick di mantenere un basso profilo conferma l’essenza delle accuse di Viganò.

Alcuni dei difensori di Francesco hanno visto nella notizia diffusa da Pentin un’accusa a Viganò, ma non è così.   Viganò infatti non ha mai detto che contro McCarrick ci fu un provvedimento formale, seguito a un vero e proprio processo investigativo.

La conclusione, dice Fever, è che la fonte di Pentin conferma che Benedetto ha intrapreso un’azione privata contro McCarrick, proprio come ha detto Viganò.  Quindi, se la comunicazione è avvenuta per volere di Ratzinger, si tratta della conferma, in modo sottile ma inequivocabile, che la versione di Viganò è vera. Se invece la comunicazione non è avvenuta per volontà di Benedetto, significa che il papa emerito ha mantenuto un totale silenzio, e ciò, per le ragioni esposte prima, sembra più comprensibile nell’ipotesi che Viganò abbia detto la verità.

Ma un altro punto che, secondo Feser, gioca a favore di Viganò è la preoccupazione dell’ex nunzio per il suo posto nella storia ma soprattutto per le conseguenze di ciò che ha fatto per la sua anima nell’aldilà. Viganò è su posizioni teologiche conservatrici, e i suoi critici non fanno che sottolinearlo ogni giorno. Ora, tra le convinzioni più radicate in chi ha una formazione mentale e spirituale si stampo conservatore è che mentire è sempre intrinsecamente peccaminoso, anche quando si mente per una buona causa, e che un peccato di questo genere è sempre mortale quando riguarda una questione tanto seria come la reputazione di un’altra persona. Non solo. Un’altra cosa della quale sono convinti coloro che hanno opinioni teologiche molto conservatrici è che sebbene i papi siano fallibili quando non parlano ex cathedra, dovrebbero comunque essere trattati sempre con grande riverenza, anche quando sono in errore.  Un cattivo papa non è paragonabile al capo di una qualche fazione politica. È invece un padre, e non smette mai di esserlo, neppure quando sbaglia. Per cui il suo cattivo comportamento non legittima l’attacco nei suoi confronti. Anche se in determinate circostanze può essere criticato dai suoi subordinati, la critica deve essere fatta  con cautela e rispetto. Una terza cosa in cui credono i cattolici conservatori è che la storia della Chiesa è dominata da un’epica lotta tra il bene e il male e che Dio premia i giusti e i sinceri, non i furbi. Ora, dice Feser, supponiamo che l’arcivescovo Viganò menta. Allora avrebbe commesso quello che sa essere un peccato gravissimo, assolutamente mortale, perché avrebbe calunniato il Vicario di Cristo.  E lo avrebbe commesso non una volta, ma tutte le volte in cui ha ripetuto la calunnia. E nemmeno la confessione sacramentale potrebbe salvarlo, perché il suo comportamento denota la mancanza del fermo proposito di emendarsi. Inoltre Viganò sa che, in questo caso, passerebbe alla storia come un malvagio all’ennesima potenza, una figura simile a Giuda. Tutte fesserie, potrebbe ribattere chi non crede in queste cose. Ma il punto è che Viganò, essendo un conservatore, come ripetono i suoi accusatori, ci crede per forza.

Inoltre, ci permettiamo di aggiungere noi, Viganò, in quanto e addestrato nella scuola diplomatica della Santa Sede, è un uomo di Chiesa che pone la difesa del papa al primo posto assoluto, a costo della vita stessa. Dunque se un uomo in possesso di una tale formazione, che è anche una forma mentis, arriva ad accusare il papa, significa che ha qualche motivo davvero grave per farlo.

Qualcuno ha fatto notare che Viganò è un mentitore perché in un’occasione pubblica si è rivolto a McCarrick con parole gentili. Ma Viganò è un ambasciatore, e un diplomatico si comporta così. Non può creare scandalo, e di conseguenza mettere in una posizione difficile il papa stesso, del quale è il rappresentante, durante una cena di gala.

Come ulteriore ragione a favore di Viganò Feser cita il comportamento di Bergoglio in altri casi di preti responsabili di comportamenti morali, diciamo così, non appropriati. Qui l’elenco è lungo. Il cardinale Danneels tentò di proteggere un vescovo abusatore, consigliò al re del Belgio di firmare la legge sull’aborto, si rifiutò di proibire materiali di stampo pornografico nelle scuole come sussidi “didattici”, parlò del matrimonio omosessuale come di uno “sviluppo positivo”, si congratulò con il governo belga per aver approvato la legge sul “matrimonio” tra persone dello stesso sesso. Insomma, tutte prese di posizione non esattamente in linea con la dottrina cattolica. Eppure Bergoglio assegnò proprio a lui un ruolo importante nel sinodo del 2015 sulla famiglia. Idem si può dire per l’ex arcivescovo di Los Angeles, il cardinale Roger Mahony, che nel 2013 fu sanzionato dal suo successore per la sua cattiva gestione dei casi di abuso sessuale del clero, eppure all’inizio di quest’anno è stato nominato da Bergoglio  suo rappresentante ufficiale alle celebrazioni per il 150° anniversario della diocesi di Scranton (incarico al quale Mahony ha poi rinunciato in seguito alle proteste dei laici). E poi ancora c’è il caso di monsignor Battista Ricca, messo da Francesco a dirigere Casa Santa Marta, e nominato suo prelato allo Ior, sebbene il monsignore sia stato protagonista di storie omosessuali, tanto da richiedere il suo rientro a Roma quando viveva all’estero. E poi ancora c’è la vicenda del vescovo Barros in Cile, accusato di aver coperto il prete abusatore Fernando Karadima ma difeso a oltranza dal papa, fino a parlare di “calunnie” nei suoi confronti, salvo poi fare marcia indietro e scusarsi quando l’Associated Press pubblicò una lettera che dimostrava inconfutabilmente che il papa era al corrente delle malefatte di Barros fin dal 2015 (vicenda comprendente il rimprovero al papa da parte del cardinale O’Malley, membro del consiglio dei cardinali e capo della Commissione vaticana per la protezione dei minori).

Nessuno è in grado di dire con esattezza perché Bergoglio in così tanti casi sia stato indulgente. Comunque lo è stato.

E poi (e qui si tona ai suoi silenzi) ci sono tutte le mancate risposte a critiche e osservazioni, come nel caso dei dubia dei quattro cardinali su Amoris laetitia e come nel caso della non risposta sul memoriale Viganò durante il volo di rientro da Dublino.

In breve, annota Feser, Bergoglio non è noto per le sue scelte lineari e le sue risposte dirette. Al contrario, Viganò nel suo memoriale è chiarissimo, al punto che, pur di non essere vago, apre il fianco alla confutazione. E qui, dice Feser, la conclusione è una sola: la credibilità di chi è chiaro, e si mostra disponibile alla verifica, è superiore a quella di chi si mostra abitualmente ambiguo ed evasivo.

Purtroppo tutte le alte cariche tirate in ballo da Viganò stanno seguendo la stessa linea. Curioso il siparietto riferito a proposito del cardinale Sandri, che a un giornalista, al telefono, ha detto: “Non sono nel mio ufficio, buonasera”. E, sottolinea Feser, fra tutti è stato il più loquace.

Tacciono tutti, dalla Segreteria di Stato alla nunziatura di Washington. Parleranno? Per ora non si sa. Eppure, scrive Feser, di solito le persone innocenti negano le accuse contro di loro. E perché la nunziatura di Washington non rilascia la documentazione necessaria per capire meglio?

Queste circostanze, tuttavia, non sembrano essere interessanti per la grande stampa, che ha deciso a priori di confermare e rafforzare la narrazione fondata sull’immagine di Francesco Grande Riformatore, ostacolato dai cattivi tradizionalisti.

Naturalmente è possibile che oggi stesso, o fra pochi giorni, nuovi elementi e nuove prove cambino totalmente il quadro. Il quale, al momento, è però questo.

Aldo Maria Valli

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