Il niente in cui viviamo

Cari amici di Duc in altum, desidero condividere un articolo di Alessandro Gnocchi. Lo faccio senza miei commenti. Aggiungo solo una brevissima annotazione. Avete mai notato la frequenza con cui le persone incominciano i loro discorsi dicendo: “Niente…”? Ecco.

A.M.V.

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A casa del diavolo c’è sempre campo

Poco fa ho dato disposizione di un bonifico in venti secondi usando il cellulare esenza dover mettere piede fuori di casa. Veramente comode queste app, mi sono detto. Poi ho pensato a cosa ho concretamente spostato in quei pochi secondi di efficiente comodità: niente. Non veri soldi, perché quelli nessuno sa più dove siano. Non palpabile ricchezza perché si è risolto tutto nelle scritte “-200 euro” e “-0,50 euro per commissione” comparse sul display dello smartphone. Non l’attenzione di un cassiere preposto a verificare se quei 200,50 euro li avessi davvero in qualche angolo della banca, almeno per darmene soddisfazione. Niente.

Ma non è di economia o finanza che voglio parlare. Mi preme sottolineare come il niente che produciamo con simili operazioni sia allo stesso tempo simbolo ed essenza del niente in cui viviamo. O fingiamo di vivere, perché non è vita quella che passa attraverso le app, gli smartphone o gli iphone.

Fino a poco tempo fa, le persone con due dita di cervello tentavano di ribellarsi al videoteorema secondo cui “è vero perché l’ha detto la televisione”, filiazione diretta dell’assioma catodico “Esiste solo ciò è andato in tv”. È passato poco più di un decennio e siamo già anni luce oltre quelle oscenità che ormai paiono persino ingenue. Oggi esiste solo quanto può essere contenuto dentro un’app. Per il resto non c’è posto nella parodia della realtà che abbiamo davanti giorno e notte, a cellulare acceso o spento.

Non so quante volte ho riportato ciò che Marshall McLuhan scriveva negli Anni Sessanta e Settanta sui pericoli connaturati alla tecnologia elettronica. Ne ripeto un solo passaggio perché non si può dire nulla di ulteriore: “Gli ambienti dell’informazione elettronica, che sono stati completamente eterei, nutrono l’illusione del mondo come sostanza spirituale. Questo è un ragionevole facsimile del Corpo Mistico, un’assordante manifestazione dell’anticristo. Dopo tutto, il principe di questo mondo è un grandissimo ingegnere elettronico”.

È il paragrafo più eloquente di una lettera scritta a Jacques Maritain nel 1969. Ma c’è da credere che il filosofo neotomista francese recepisse tutto dentro il quadro delle magnifiche sorti progressive del suo umanesimo integrale, che non contemplava complicazioni di sorta. L’umanesimo è sempre un gran menzogna, a cominciare da quello cristiano.

Niente, dunque: ecco l’origine e il fine del mondo tecnologico in cui siamo immersi. Un niente confortevole, però. Un niente in cui, quando non riesco camminare o non posso a scrivere perché piedi, ginocchia e mani non fanno il loro dovere, posso utilizzare un’app che pensa a tutto. Un niente così confortevolmente subdolo da riuscire quasi a sottrarmi il senso ultimo e spirituale della malattia, la dura, dolorosa e benedetta consapevolezza di essere qualcosa di reale sottratto al nulla dall’amore di Dio. L’ultimo dei “qualcosa”, ma radicalmente diverso dal “niente”.

Evidentemente McLuhan sbagliò il destinatario di quella lettera, che rimase inascoltata come tutto quanto disse e scrisse sulla questione. Dopo una secolare incubazione, l’occidente cristiano aveva ormai partorito il postcristianesimo tecnocratico di misericordia e di governo oggi divenuto definitivamente adulto. Chierici e intellettuali non intendevano mettere in discussione esiti programmati, approvati e destinati a compiersi di lì a poco. Non lo fece neanche il tardivamente dubbioso contadino della Garonna.

Il teorico del mezzo che si fa messaggio avrebbe trovato sincera comprensione altrove nel mondo spirituale di Basilio di Ivìron. Più o meno negli stessi anni, questo monaco del Monte Athos descriveva l’essenza del monachesimo con termini e concetti che paiono l’antidoto all’incubo profetizzato dallo studioso canadese: “Vero monaco è chi è risorto dai morti, chi è un’icona del Cristo risorto. Egli manifesta che la realtà non è ciò che è immateriale, e che la realtà carnale non è ciò che è corporeo. Spirituale è qualsiasi cosa, materiale e immateriale, che è stata santificata dal mistero della croce e della risurrezione, qualsiasi cosa che è stata trasfigurata dall’energia divina increata. Egli rivela, in tal modo la missione spirituale di ciò che è creato e corporeo. E contemporaneamente manifesta l’esistenza palpabile di ciò che è immateriale e increato”.

Esattamente il contrario degli assiomi del nulla attraverso cui si manifesta il mondo ispirato alla teologia delle app. Un universo popolato da tecno-monaci che contemplano entità spirituali così estranee alla carnalità da perdersi nel niente e manipolano elementi corporei così estranei allo spirito da nascere già putrefatti.

Smarrito il vero senso di ciò che è spirituale e ciò che è carnale, è comparso il regno del nulla in cui gli uomini si avviano gioiosamente a essere non-uomini. Un nuovo Eden in cui la creatura che dovrebbe essere immagine e somiglianza di Dio cede il suo posto a strumenti in perenne e ingovernabile trasformazione, tecnologica immagine e somiglianza del caos. Si instaura così, dolcemente come la buona morte, un gelido reame di non-essenze governato da non-essenze nel continuo mutare di assiomi e di regole assolutamente relativi.

L’inferno, il luogo dove secondo Thomas Mann nessuna parola ha più senso, è già qui e ora. Lo prova il fatto che questo suadente smartphone è il primo strumento di uso comune la cui natura non viene definita da ciò che è, ma, di volta in volta, dalla diversa funzione che esegue. Telefono, videocamera, macchina fotografica, schermo tv, riproduttore video, database, operatore in ogni settore della vita quotidiana dal deposito bancario all’accensione a distanza del riscaldamento di casa… La sua natura è quella di non averne. La sua forza è quella di imporre bisogni che può soddisfare attraverso le sue funzioni. È tutto perché non è niente.

Quando lo sterco del demonio era il danaro, l’uomo accorto sapeva benissimo che cosa teneva in tasca. Oggi che il principe di questo mondo è un grandissimo ingegnere elettronico rischiamo tutti di essere dei santi che, in realtà, si connettono con l’inferno. Laggiù c’è sempre campo.

Alessandro Gnocchi

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