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I monasteri di clausura e i loro nemici

Cari amici di Duc in altum, dopo un periodo di silenzio è tornata a scrivermi la Monaca Guerriera. Che illustra la situazione dei monasteri di vita contemplativa e fa capire come l’attacco a questo tipo di spiritualità sia in atto non solo e non tanto dall’esterno, ma dall’interno stesso della Chiesa e anzi proprio da vertici.

A.M.V.

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I dati relativi alla vita religiosa sono impressionanti: negli ultimi cinquant’anni il numero delle religiose di vita attiva e contemplativa si è dimezzato, e dal 2010 c’è stata una diminuzione di diecimila religiose all’anno. Di questo passo molti monasteri, anche in Italia, chiuderanno per naturale estinzione.

A fronte di una tale situazione, dal Vaticano sono arrivati documenti che, anziché salvaguardare le peculiarità della vita contemplativa, equivalgono a una messa in liquidazione.  “Eutanasia dei monasteri” l’ha definita una carmelitana denunciando “coloro che lavorano alla distruzione della vita religiosa”.

La nuova politica vaticana riguardante i monasteri di clausura, strutture che possono spesso vantare una storia pluricentenaria, si può riassumere nella richiesta di aprirsi all’accoglienza dei poveri e dei rifugiati, secondo quanto affermato già nel 2015 dal prefetto della Congregazione per i religiosi, il cardinale Braz de Aviz. Un obiettivo da raggiungere grazie allo “snellimento delle strutture” e al “riutilizzo delle grandi case”, ovvero dei monasteri di clausura liberati dalle contemplative.

Nello stesso tempo, apprendiamo che negli Stati Uniti un istituto religioso che da un secolo e mezzo garantiva l’adorazione perpetua del Santissimo da parte delle suore ha deciso di ridurre le ore trascorse davanti all’ostia consacrata, riduzione che viene giustificata con la necessità di giungere a una comprensione “più moderna” dell’adorazione.

È fuori dubbio che siamo di fronte a un attacco senza precedenti contro la vita contemplativa; un attacco che questa volta non arriva, come è successo in passato, dall’esterno, ma dall’interno stesso della Chiesa e anzi dai suoi vertici.

Il Codice di diritto canonico afferma che “primo e particolare dovere di tutti i religiosi deve essere la contemplazione delle realtà divine e la costante unione con Dio nell’orazione” (can. 663), un compito che tocca in modo tutto particolare ai religiosi e alle religiose che sono “di vita integralmente contemplativa”, cioè quei membri del popolo di Dio che si occupano unicamente di Dio nella solitudine e nel silenzio (Perfectae caritatis, 7). Ora però è chiaro che se il nuovo modo di intendere la vita contemplativa passa attraverso l’identificazione tra contemplazione e azione, siamo di fronte non a un rinnovamento, ma a un vero e proprio snaturamento, un’alterazione indebita e inaccettabile.

Nella lettera ai superiori generali del 2015 il cardinale Braz de Aviz sostiene: “Non permettiamo che l’idea finisca per separarsi dalla realtà”. E poi: “Molte cose della tradizione, molte che appartengono alla cultura di un tempo, non funzionano più. Abbiamo forme di vita che sono legate ai nostri fondatori che non sono essenziali. Un certo modo di pregare, un modo di vestire, dare più importanza a certe cose che non sono tanto importanti e ad altre che sono importanti darne poca. Questa visione più globale dell’insieme, questa non l’avevamo, adesso l’abbiamo”.

Come si vede, il criterio è la funzionalità, come se le comunità monastiche fossero aziende che devono garantire un certo standard produttivo. L’efficienza gestionale, pastorale e missionaria, intesa come attivismo nel campo sociale, ha sostituito la vita di preghiera e il rapporto con Dio. Ma non esiste alcun tipo di vita integralmente contemplativa che possa armonizzarsi con una vita sociale, così come richiesto dai nuovi documenti. La tradizione secolare ha sempre sottolineato il ruolo decisivo e prezioso delle anime scelte da Dio per essere separate dal mondo e stare esclusivamente con Lui. Non può dunque esserci alcuna forma di armonizzazione tra una vita integralmente contemplativa e l’attivismo sociale. Né può venire meno la giusta autonomia, che va riconosciuta a tutti gli istituti di vita consacrata. Non solo gli istituti stessi ma tutta la Chiesa nel suo complesso è chiamata a custodire la vita contemplativa, con un atteggiamento che non può essere di mero rispetto bensì di tutela, altrimenti nessun dinamismo sarà fecondo (cfr monsignor Libero Gerosa, Vita contemplativa e Diritto canonico, in “Rivista di vita spirituale”, 73, 2019).

I documenti sulla vita contemplativa – di cui  lei, dottor Valli, si è occupato nel libro Claustrofobia. La vita contemplativa e le sue (d)istruzioni – sono stati pubblicati dal Vaticano nel 2016 e nel 2018, “per superare l’isolamento dei monasteri”, come se l’isolamento fosse un problema e non una risorsa. Fin dal primo momento tali testi hanno suscitato perplessità, riserve e preoccupazioni nella maggior parte dei monasteri in tutto il mondo.

Secondo il giudizio espresso autorevolmente da più canonisti, la terminologia dei nuovi documenti sulla vita contemplativa non è pienamente soddisfacente. I 289 articoli normativi del documento Cor orans risultano essere “soffocanti” e “impraticabili”, senza contare che propongono una frettolosa riorganizzazione delle strutture.

La controversia nata tra le monache domenicane di Marradi (Firenze) e le autorità vaticane è l’esempio più recente di come la spinta a chiudere i monasteri con meno di cinque monache possa tradursi in un gesto di brutale ingiustizia.

Marradi, terra del poeta Dino Campana, è un piccolo paese, di poco più di tremila abitanti, che dall’Appennino toscano guarda verso la Romagna. È balzato improvvisamente all’onore delle cronache perché le suore di clausura domenicane si sono barricate nel loro convento, rifiutandosi di abbandonarlo. Secondo i media locali, le due monache più anziane dovrebbero essere trasferite in una casa di riposo, mentre altre due dovrebbero cambiare convento. La stessa situazione di Viterbo, dove, in seguito alla chiusura dello storico monastero di Santa Rosa alla fine del 2015, le tre clarisse rimaste sono state costrette ad andarsene nonostante una protesta della popolazione.

Il vescovo di Viterbo, nominato commissario dal Vaticano, sostiene di aver salvato il monastero; in realtà l’ha trasformato in un museo e ne ha affidato la gestione alle suore alcantarine, mettendo così fine a settecento anni di presenza delle clarisse. Stessa sorte è toccata nel 2017 al monastero della Visitazione di Milano, dopo oltre trecento anni di vita, e nel 2018 al monastero della Visitazione di Pistoia, dove il vescovo locale, costatando di avere poteri limitati rispetto alle autorità vaticane, ha addirittura scongiurato la presidente federale delle monache di non privare la diocesi di questa preziosa presenza contemplativa. Inascoltato, ha quindi affermato di leggere “questi avvenimenti come un severo monito del Signore a tutti noi”.

A Montalto, nello scorso ottobre, sono state invece le stesse clarisse che, facendo proprio il “rinnovamento” voluto da Cor orans, hanno scelto di chiudere lo storico monastero tra le proteste della popolazione (contro la chiusura sono state raccolte cinquecento firme).

Le clarisse, rimaste in poche, hanno deciso di “razionalizzare” la loro presenza. A Napoli lo storico monastero della Visitazione nella zona della collina dei Camaldoli ha chiuso nel silenzio più totale per decisione della federazione e le sue monache sono state messe in una casa di riposo.

“Velocemente e nella massima segretezza” è l’imperativo alla base di queste operazioni. Il monastero delle Cistercensi in Bolivia ha subito la stessa sorte e lo stesso sopruso, denunciato da una delle monache.

Questi casi fanno capire come le linee attuative di Cor orans fossero già all’opera da anni. I monasteri facenti parte di una federazione erano già pressati e avviati alla chiusura, privando le monache del diritto alla lecita autonomia. E ora si vuole imporre questa logica a tutti i monasteri, senza esclusione.

A Marradi molte persone stanno cercando di aiutare le suore, in primis l’amministrazione comunale che si propone come interlocutore delle autorità religiose. In prima fila anche Paolo Bassetti, ex sindaco, cugino del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti.

La studiosa marradese Barbara Betti, che ha studiato il caso ed è stata contattata con discrezione da numerosi altri monasteri che hanno dovuto chiudere i battenti o che stanno per farlo, afferma che le monache “hanno subito vessazioni psicologiche e morali, insulti e in molti casi strattonamenti”. Lei stessa, dice, ha subito minacce e pressioni per essersi interessata alla vicenda del monastero.

Laddove hanno fallito i nemici della Chiesa, adesso è la Chiesa che sta compiendo l’opera della soppressione dei monasteri.

Suor Giuseppina Fragrasso, vicepresidente del Segretariato assistenza monache, il 22 novembre del 2018, giorno successivo al primo convegno organizzato dal Vaticano per le monache di clausura, ha detto che nella situazione ci sono luci e ombre: le luci sarebbero i monasteri che hanno avuto il coraggio di aggiornarsi, che mandano le monache di clausura ai corsi di aggiornamento, promuovono l’ascolto in parlatorio, le catechesi e la lectio divina, oppure hanno ceduto una parte dello stabile in cui vivono ad altri usi; le ombre sarebbero i monasteri dove “prevalgono le abitudini consolidatesi nel tempo”, dove le suore “hanno vissuto solo la clausura e il lavoro e ora sono avvilite”. Sarebbero, questi ultimi, monasteri-ombra, che “non hanno più nulla di contemplativo e di entusiasmante”.

Suor Fragrasso è la persona preposta dalla Congregazione dei religiosi ad assistere le monache e i monasteri. Assistenza o liquidazione?

La Monaca Guerriera

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