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L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, la guerra dei pronomi e le mille strade del politicamente corretto

Cari amici di Duc in altum, vi propongo il mio più recente intervento per la rubrica La trave e la pagliuzza in Radio Roma Libera.

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In questa nostra epoca di politicamente corretto sempre più spinto uno dei principali campi di battaglia è la lingua. Era il 2016, o giù di lì, quando all’Università di Oxford il sindacato degli studenti invitò tutti, professori compresi, a non utilizzare più i pronomi he, lui, e she, lei, ma un neutro di nuovo conio, ze. E oggi in molti atenei di lingua inglese è considerato assai opportuno che i docenti chiedano agli studenti quale pronome preferiscono, se lui (he/him), lei (she/her) o loro (they/them) con valore di terza persona singolare, indipendentemente dal genere assegnato al ragazzo e alla ragazza al momento della nascita sulla base di una mera considerazione biologica.

In America è pertanto abbastanza comune che, all’inizio di una conversazione con una persona, uomo o donna, si chieda con quale pronome desidera essere designata: maschile, femminile o neutro?

Era il 2008 quando il Parlamento europeo, sempre all’avanguardia in certi casi, pubblicò alcune linee guida per l’utilizzo di un linguaggio neutro dal punto di vista del genere, per cui, a dispetto della grammatica della maggior parte delle lingue europee, che utilizza convenzionalmente il maschile plurale quale forma neutra, raccomandò di evitare discriminazioni e di citare sempre maschile e femminile. Raccomandò anche di evitare l’uso di “uomo” in quanto persona e individuo, però concesse graziosamente l’uso di espressioni quali “a passo d’uomo”, “a misura d’uomo”, “uomo della strada” (anche perché “donna della strada” non suona bene), “uomo di Neanderthal” e “il cane è il miglior amico dell’uomo”.

Da allora molte parole sono passate sotto i ponti e il politicamente corretto ha fatto passi da gigante (o da gigantessa), diventando sempre più inclusivo. E dunque neutro. Non a caso, nei paesi anglosassoni abbiamo appunto l’uso del “loro” con valore di terza persona singolare (singular they) perché, non essendo contrassegnato dal genere maschile o femminile, va bene per tutti, compresi coloro che non si identificano né con il genere maschile né con quello femminile.

L’uso del singular they, consigliato e promosso anche da istituzioni universitarie, non è applicabile all’italiano, perché la nostra lingua mantiene il genere (esse/essi) e non ha il neutro. Ma i paladini del politicamente corretto, si sa, non si arrendono facilmente, per cui anche da noi prima o poi arriverà qualcosa di opportunamente neutro. (Dalle nostre parti, poi, la storia è lì a ricordarci, fastidiosamente, il precedente di Mussolini, che cercò di sostituire il “lei” con il “voi”, e quindi certe soluzioni rischiano di prendere un retrogusto ideologico non gradito ai progressisti).

Per aggirare l’ostacolo, in italiano si propende per l’uso esplicito di maschile e femminile. Si dirà dunque, “care amiche e amici, benvenute e benvenuti”, “onorevoli deputate e onorevoli deputati, buongiorno”, “tutte le consigliere e tutti i consiglieri prendano posto nell’aula” eccetera. Si diventerà più prolissi, ma l’inclusività ha i suoi costi. Quanto al potere sostantivante dell’articolo (noi, c’è poco da fare, diciamo il parlare, il dormire, non la parlare, la dormire), al momento siamo ancora indietro, ma qualcosa si troverà.

Se poi si volesse essere coerenti fino in fondo, ci sarebbe da chiedersi: come la mettiamo con le parole (per esempio guardia, sentinella, vedetta) che, pur essendo di genere grammaticale femminile, si riferiscono per lo più a uomini? E spia, recluta, vittima, comparsa, controfigura, maschera, staffetta, eccellenza, eminenza, autorità? E persona? Come è stato giustamente osservato, un uomo può essere una sagoma, una spalla, una bestia, una talpa, un’aquila, una iena, una sanguisuga. Stranamente, però, i sostenitori del politicamente corretto e dell’inclusività non sembrano porsi la questione quando è il femminile a prevalere sul maschile.

Al di là dell’oceano l’ossessione per il politicamente corretto sfocia non di rado nel grottesco. Un deputato del Partito Democratico, Emanuel Cleaver, che è anche pastore protestante, al termine di una preghiera recitata alla Camera, subito dopo aver detto “amen“, ha avvertito il bisogno di aggiungere “and awomen“. Sembra incredibile, ma è così. Dato che men in inglese significa uomini, il poveretto si è fatto prendere dagli scrupoli ed ha inventato un equivalente con women, donne.

Forse il neodeputato Cleaver è stato terrorizzato a dovere da Nancy Pelosi, la riconfermata speaker della Camera che ha proposto una riforma del lessico da impiegare nel suo ramo del Parlamento, per cui non si potranno più usare parole come padre, madre, figlio, figlia, fratello, sorella, zio, zia, marito, moglie, ma si dovranno impiegare termini sessualmente neutri e, secondo la Pelosi, non discriminatori, come parent (genitore), spouse (coniuge), child (bambino) e via dicendo.

Se il sonno della ragione genera mostri, anche il politicamente corretto non scherza.

In un simpatico saggio Anthony Esolen, autore di Sex and the Unreal City: The Demolition of the Western Mind, prende spunto da un celebre libro di Oliver Sacks per fare un’arguta osservazione. Il libro è L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, nel quale Sacks, neurologo inglese, racconta alcune sue esperienze cliniche e descrive casi di pazienti che, a causa di lesioni encefaliche di vario tipo, svilupparono comportamenti alquanto strani. Quello dell’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è uno dei casi descritti e si riferisce a un musicista che incominciò a manifestare l’incapacità di dare un significato a ciò che vedeva e la tendenza a confondere oggetti e persone, tanto che un brutto giorno scambiò appunto la testa di sua moglie per il suo cappello, con tutte le spiacevoli conseguenze che si possono immaginare.

Orbene, a proposito del titolo del libro di Sacks, Esolen nota che oggi, in tempi di linguaggio inclusivo, gender neutral e genderless, solo il sostantivo “cappello”, alla fin fine, sarebbe ancora ammesso. “Uomo” e “moglie”, infatti, sono parole altamente problematiche. Per cui, a rigore di politicamente corretto, avremmo un titolo che suonerebbe più o meno così: L’essere umano adulto che era biologicamente maschio ma di preferenza sessuale e identità sessuale ancora imprecisate che scambiò la sua compagna di vita che era biologicamente femmina ma di non ancora determinata preferenza sessuale e identità sessuale per un cappello.

Come dite? Non vi sembra che un titolo simile attirerebbe qualche lettore (e qualche lettrice)? Sono d’accordo. Ma mai dire mai. Le vie del politicamente corretto, per quanto contorte, sono infinite.

Aldo Maria Valli

Illustrazione tratta da esquire.com

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Aldo Maria Valli, Semel in anno

(Cronache dal futuro, Interviste pazze, Cattolici su Marte)

Semel in anno licet insanire” dicevano gli antichi. “Una volta all’anno è lecito impazzire”. Quando le cose si mettono male, una risata può essere terapeutica. E può anche servire per dire la verità a fronte di un dispotismo soffocante. Vecchia storia: quando il conformismo dilaga, solo il giullare, attraverso la satira, riesce a proporre squarci di verità. E allora “insanire” può diventare addirittura dovere civile, se vogliamo usare parole grosse. Come diceva Victor Hugo, “è dall’ironia che comincia la libertà”. L’avvertenza è quella solita, nota ai frequentatori del mio blog Duc in altum: i contributi qui raccolti contengono ironia e sarcasmo. In caso di accertata allergia all’ironia e al sarcasmo, astenersi dalla lettura. Se siete allergici e non vi astenete, peggio per voi.

Semel in anno lo trovi qui, qui e qui

     

 

 

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