Giovanni Paolo II, ovvero la sfida della Verità

Cari amici di Duc in altum, nella sua lettera intitolata Giovani di san Giovanni Paolo II, che fine avete fatto? il lettore Giovanni chiedeva che qualcuno si facesse avanti, e don Alberto Strumia ha prontamente accettato.

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di don Alberto Strumia

Caro Aldo Maria, non riesco a non reagire alla richiesta accorata del tuo lettore, Giovanni, che in un suo intervento del 26 febbraio (Giovani di san Giovanni Paolo II, che fine avete fatto?) si domanda come sia possibile che non ci sia più nessuno, tra i giovani fans di Giovanni Paolo II, che oggi si ricordi qualcosa del suo potente insegnamento e della sua poderosa figura di santo per i nostri giorni. Ma, dico io, forse quei ragazzi di allora erano troppo giovani e immaturi per andare oltre lo slancio emotivo del momento. Nel 1978, quanto Giovanni Paolo II divenne Papa, ero un po’ più grande di loro, avendo ventotto anni. Questo mi ha forse permesso di trattenere qualcosa di più e di continuare, da allora fino a oggi, a tentare di seguire il suo metodo, che vorrei cercare di tracciare in questo mio piccolo contributo, per come l’ho compreso pur con i miei limiti.

«Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Gesù dice di sé di essere “la Verità”. La sfida che lancia è tra coloro che intendono prendere sul serio, letteralmente, questa affermazione e coloro che non intendono farlo, attribuendole un valore sfumato o nullo.

Giovanni Paolo II si è collocato, da credente, addirittura da santo, tra quelli della prima categoria, ed è stato chiamato a essere maestro di quelli della prima categoria. Per giungere a farlo (questo è il metodo) si è confrontato con tutto il pensiero e tutta la storia, cristiana e non cristiana, che lo ha preceduto; con il patrimonio culturale (fede, filosofia, scienza, arte) della tradizione cristiana e precristiana. E ha attuato una sorta di “metodo scientifico”, per realizzare una sorte di “verifica sperimentale” del cristianesimo nella sua personale esperienza umana di vita.

Se Cristo è vero, com’è, “spiega” e fa “vivere” l’uomo, la famiglia, il lavoro, la società e la storia, insuperabilmente meglio di tuti gli altri. Questa è la “verifica del cristianesimo”, che è divenuta, di conseguenza, anche una “sfida” lanciata a quel mondo che aveva “liquidato la verità”, pur di addomesticare Cristo. È il mondo di oggi, dominato il “relativismo”.

Nel suo insegnamento e nella sua testimonianza è come se Giovanni Paolo II avesse detto: “Se le ideologie del mondo hanno fallito, allora solo Cristo resiste e io vi sfido a fare la prova”.

È molto utile riprendere in mano il capitolo IV della sua enciclica Fides e ratio (1998), a questo proposito, per vedere come egli ha compreso il “percorso”, il “lavoro culturale” elaborato nei secoli dal pensiero cristiano e come questo è stato progressivamente demolito da una sorta di “peccato originale” di orgoglio intellettuale degli uomini, compreso anche quello di alcuni pensatori credenti.

Per Giovanni Paolo II Cristo, con tutto ciò che da Lui deriva, è diventato il “criterio di giudizio”, il “criterio culturale”, la chiave per comprendere e valutare se stesso, la condizione umana, la storia, l’uomo nelle sue caratteristiche (“antropologia”), la famiglia (si possono riprendere in mano le sue udienze generali del mercoledì su Amore, matrimonio e famiglia per rendersene conto).

Questo “metodo” è diventato il suo metodo di “annuncio cristiano”, un metodo che aveva portato la Chiesa a essere “in anticipo” sui tempi (con una funzione “profetica”) nella storia, rispetto alle ideologie del mondo, che si sono dimostrate prima o poi insufficienti, anzi dannose, per l’uomo. Il vero umanesimo è cristiano: non può essere marxista (illusione della teologia della liberazione), non individualistico-materialista-edonista (illusione del mondo occidentale), non gnostico-pagano (illusione di oggi dell’ecologismo panteista), eccetera. Con lui la Chiesa si è dimostrata “in anticipo sui tempi” e non in ritardo come molti, anche tra i credenti, la concepivano fino a poco prima.

Lui aveva fatto l’esperienza di due “dis-umanesimi” totalitari e ne aveva vissuto il fallimento sociale e antropologico nell’Est europeo, prima di noi in Occidente. Anche grazie a questo è stato “più avanti”, e per questo è stato in larga misura non capito in Occidente. Adesso, poi, è stato censurato, dimenticato e quando se ne parla viene addirittura manipolato.

Ho conosciuto un’altra persona che aveva avuto la stessa intuizione e lanciato lo stesso metodo per essere cristiani, riscoprendo quelle dimensioni del cristianesimo che chiamava “cultura”, “carità” e “missione”, e insegnava a prendere Cristo come “criterio di giudizio” su se stessi e sulla storia. Ed era don Luigi Giussani, al quale Giovanni Paolo II disse (cito a memoria): «Il mio metodo è molto simile al suo; anzi è lo stesso».

Come poté Giovanni Paolo II fare tutto questo, prima da semplice sacerdote, poi da docente universitario, da Vescovo e Cardinale in Polonia, e infine da Papa nel mondo intero?

Egli seppe fare due cose. E qui entro più direttamente nel suo metodo.

La prima. Seppe imparare a “leggere l’esperienza” degli uomini, in senso profondo e non appena psicologistico o modernista (non dobbiamo farci rubare una parola come “esperienza”, solo perché è stata deformata dal modernismo; mentre era stata impiegata correttamente già da Aristotele e san Tommaso, ma dobbiamo riappropriacene). Giovanni Paolo II seppe leggere la sua esperienza umana e quella degli altri, andando in profondità, e non limitandosi agli aspetti superficiali, puramente esteriori, psicologici e sociologici, che non vanno di certo trascurati, ma piuttosto unificati sapendo ripercorrere quella catena di effetti e di cause che hanno un fondamento via via più essenziale per l’uomo.

Per questo gli fu certamente utile anche lo studio della filosofia, dell’antropologia, della fenomenologia (Max Scheler fu uno dei suoi autori di riferimento). Ma non si accontentò di fermarsi alle spiegazioni dell’uomo che i fenomenologi davano, che rimanevano a un livello per lui insoddisfacente e finivano per rimettere in gioco come fondamenti quegli stessi principi che inizialmente avevano cercato di criticare come inadeguati.

Giovanni Paolo II, invece, andò a pescare i fondamenti razionali, filosofici, antropologici nel pensiero cristiano, per comprendere fino in fondo l’esperienza dell’uomo. San Tommaso d’Aquino, soprattutto, attingendo alla metafisica (che oggi si poteva, e doveva rimettere in gioco, riscoprendola come una “teoria dei fondamenti” della realtà e delle scienze). E alimentandosi spiritualmente dei mistici (san Giovanni della Croce), oltre che dei poeti della sua Polonia (Norwid), divenendo lui stesso poeta, e interprete come attore nelle piccole rappresentazioni teatrali che realizzava, da giovane, con i suoi amici.

La sua grande opera filosofica Persona e atto sintetizza il suo percorso filosofico:

i) Si trattava di leggere e comprendere l’esperienza dell’uomo;

ii) trovando la “spiegazione” di chi è l’uomo e di come funziona (“antropologia”), attraverso i principi fondamentali e irrinunciabili che regolano l’Essere di tutte le cose (metafisica).

È curioso che da un secolo a questa parte chi si occupa del problema dei fondamenti, in ambito seriamente scientifico, si trovi a fare i conti con la necessità di compiere, in fondo, lo stesso tipo di percorso. A questo proposito, proprio lui ebbe a scrivere e a dire: «Una grande sfida ci aspetta […] quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; […] è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge» (Fides et ratio, n. 81, 14-9-1998; al Giubileo degli scienziati, 25 maggio 2000).

È il percorso dei pensatori cristiani, cattolici, dai Padri della Chiesa a sant’Agostino e san Tommaso. Il cristianesimo ha guidato la ragione a completare, ripulire e approfondire ciò che c’era di vero e di meglio nel pensiero pre-cristiano. Come ebbe a dire il cardinale. Joseph Ratzinger poco prima di divenire Benedetto XVI: «Una delle funzioni della fede, e non tra le più irrilevanti, è quella di offrire un risanamento alla ragione come ragione» (Fede, Verità, Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003, p. 142).

E una ragione che funziona finisce per riconoscere in Cristo la risposta più ragionevole, e addirittura sovrabbondante, a tutte le sue domande.

Oggi tutto questo insegnamento di san Giovanni Paolo II è stato dimenticato, anzi viene espressamente rinnegato e distorto, in una sistematica nuova crocifissione del cristianesimo, di Cristo stesso. Ma, forse, i responsabili di questo deicidio neppure se ne rendono conto e Gesù sembra dire nuovamente dalla croce: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

www.albertostrumia.it

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Cari amici di Duc in altum, vi ricordo che è disponibile il libro L’altro Vaticano II. Voci da un Concilio che non vuole finire (Chorabooks 2021), un modo alternativo e controcorrente di guardare al Concilio Vaticano II, tema imprescindibile se si vuole affrontare la questione della crisi della Chiesa e della fede stessa.

Con contributi di Enrico Maria Radaelli, padre Serafino Maria Lanzetta, padre Giovanni Cavalcoli, Fabio Scaffardi, Alessandro Martinetti, Roberto de Mattei, cardinale Joseph Zen Ze-kiun, Eric Sammons, monsignor Carlo Maria Viganò, monsignor Guido Pozzo, Giovanni Formicola, don Alberto Strumia, monsignor Athanasius Schneider, Aldo Maria Valli.

 

 

 

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