Lettera ad Aldo Maria Valli sulla caducità

di Aurelio Porfiri

Caro Aldo Maria,

i nostri scambi di opinioni denotano che noi teniamo molto alla nostra Chiesa, alla sacralità della Messa, al ricevere quel cibo sostanzioso spirituale che oggi ci sembra negato. Insistiamo molto sulla liturgia perché ci sembra che lì si giochi la partita più importante, e probabilmente è così. Però credo dovremmo allargare lo sguardo per inquadrare tutto questo nella consapevolezza della caducità di questa nostra esistenza. Credo che questo darebbe ancora più forza al nostro ragionamento. Proprio perché consapevoli che “passa la scena di questo mondo”, sentiamo ancora più acuto il dolore per la mancanza di quel solido nutrimento spirituale che ci sembra negato.

Ti ho detto più e più volte che sono tra coloro che hanno scritto e battagliato per fare in modo che le celebrazioni novus ordo potessero riscoprire una dignità dei gesti e dei suoni che nella pratica comune è oramai persa. Credimi, era come prendere a calci un muro. A viste umane credo sia impossibile tornare indietro. La crassa ignoranza liturgica di troppo clero è il segno di una malattia che sembra irreversibile.

Proprio consapevoli della caducità dell’esistenza, del tempo che passa inesorabile, se abbiamo a cuore la fede, siamo chiamati a decidere in cosa investire le nostre forze spirituali, visto che gli anni passano e quelli che ci rimangono sono sempre meno. Possiamo scegliere: o vivere come se Dio non esistesse e impiegare la nostra esistenza nelle nostre responsabilità civili o familiari o prendere sul serio Dio, che comporta prendere sul serio quello che Lo circonda. E se prendiamo sul serio tutto questo, non vedo altro atteggiamento che quello di portare avanti con sofferenza la nostra battaglia, avanzando nell’oscurità di una notte che sembra non abbandonarci mai. Ricordiamo che Madre Teresa di Calcutta visse lunghissimi anni in una dolorosa notte oscura dell’anima. Noi la viviamo in una dimensione ecclesiale e non siamo certo soli. Eppure, quale scelta abbiamo? Certo, tu mi potrai elencare tante alternative, tante case pronte ad accoglierci, ma sarebbe la soluzione migliore? Proprio perché il tempo ci sfugge, come diceva Seneca, mi addolora in modo ancor più struggente il pensiero di dover lasciare quella che, comunque, è anche la mia casa. Una casa restaurata in modo disgraziato, ma che sotto le nuove strutture ancora cela i solidi architravi, i muri possenti, i soffitti decorati.

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