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Lo spyware Pegasus: non solo arma di controllo, ma strumento diplomatico

piccolenote.ilgiornale.it

Lo scandalo Pegasus si allarga: non più un banale spyware in grado di intercettare tutti gli smartphone, di decrittare i messaggi in codice e attivare microfoni e telecamere all’insaputa degli utenti, ma qualcosa di molto più grande.

Val la pena ricapitolare: il caso Pegasus venne alla ribalta nel luglio del 2021 grazie a un’inchiesta giornalistica realizzata dal Washington Post e altri sedici media che portò alla luce il programma di intercettazione messo a punto dall’azienda israeliana NSO e rivelò come questo spyware fosse stato venduto a vari governi che l’avevano usato per violare “trentasette smartphone appartenenti a giornalisti, attivisti per i diritti umani, dirigenti d’azienda e due donne vicine al giornalista saudita assassinato Jamal Khashoggi“.

Non era una novità. Di questo spyware aveva già parlato Edward Snowden, l’analista della Cia che ha denunciato la sorveglianza di massa a opera della NSA americana, e nel 2018 ne aveva scritto il giornale istrraeliano Haaretz, che  aveva rivelato come “la società israeliana NSO Group Technologies ha offerto all’Arabia Saudita un sistema per hackerare i cellulari pochi mesi prima che il principe ereditario Mohammed bin Salman iniziasse la sua epurazione degli oppositori del regime” (operazione che portò in carcere la precedente élite saudita e incoronò il principino come signore assoluto del Regno).

La denuncia del Washington Post aprì il vaso di pandora e si scoprì che non erano stati hackerati solo trentasette smartphone, ma molti di più in giro per il mondo. E che lo spyware era stato venduto anche a regimi notoriamente dittatoriali. Ne seguì uno scandalo devastante che ha portato i dirigenti della NSO a dimettersi e l’azienda al collasso (ma in quel segreto ambito tanto si crea e nulla si distrugge, ma tutto e tutti si riciclano).

L’arma informatica più potente del mondo

In questi giorni poi una nuova puntata dello scandalo, con un articolo del New York Times dal titolo La battaglia per l’arma informatica più potente del mondo.

Già in precedenza, e sempre su Haaretz, era stato notato che lo spyware era stato usato anche a scopi geopolitici, con Netanyahu che ne aveva fatto una sorta di facilitatore per i rapporti internazionali di Israele.

Il New York Times approfondisce tale aspetto, che poi è la parte più inquietante della vicenda (dato che scandalizzarsi per delle attività di spyware è alquanto ingenuo nell’attuale momento storico).

“Un’indagine del Times lunga un anno – si legge sul giornale della Grande Mela -, con dozzine di interviste di funzionari governativi, esperti dell’intelligence e delle forze dell’ordine, esperti di armi informatiche, dirigenti d’azienda e attivisti per la privacy di una dozzina di paesi, mostra come le decisioni di Israele di approvare o negare l’accesso alle armi informatiche della NSO siano intrecciate con la sua attività diplomatica”.

“Paesi come Messico e Panama hanno cambiato la loro posizione nei riguardi di Israele al momento di votazioni chiave alle Nazioni Unite dopo aver ottenuto l’accesso a Pegasus. Il rapporto del Times rivela anche come la vendita di Pegasus abbia svolto un ruolo invisibile, ma fondamentale, nell’assicurarsi il sostegno delle nazioni arabe nella campagna di Israele contro l’Iran e persino nel negoziare gli Accordi di Abraham del 2020 che hanno normalizzato le relazioni tra Israele e alcuni dei suoi storici avversari arabi”.

Così l’arma informatica più potente del mondo ha avuto un peso niente affatto trascurabile nelle dinamiche internazionali, contribuendo a ridisegnare la geopolitica globale e cambiando il destino di interi popoli, oltre a quello dei poveretti contro i quali tale arma è stata usata in maniera specifica.

La caduta di Netanyahu e lo scandalo

Per inciso, tutto ciò non sarebbe venuto alla luce se non fosse che il regno di Netanyahu è caduto e che la NSO ha fatto l’errore di vendere il suo micidiale programma a persone e istituzioni che l’hanno usato contro cittadini israeliani e americani.

Sotto questo profilo appare interessante un altro articolo di Haaretz che spiega nel titolo: “La polizia che usa lo spyware Pegasus contro gli israeliani dimostra che la NSO è un braccio dello Stato”. Cioè la NSO non sarebbe una società privata, ma di fatto, sarebbe un’articolazione della sicurezza israeliana.

Cosa ovvia, peraltro, quella dell’intreccio tra aziende private e apparati militari nazionali, e che si registra un po’ in tutto il mondo, con picco negli Stati Uniti. E che si accorda perfettamente con l’assunto dell’inchiesta del New York Times, che cioè Pegasus sia stato un volano della diplomazia israeliana.

Si può notare una coincidenza temporale, cioè che queste rivelazioni, che in Israele stanno causando notevole imbarazzo – non tanto per le rivelazioni in sé, ma perché relative ad ambiti che dovrebbero godere di un certo grado di immunità –  stanno emergendo in concomitanza con i negoziati sul nucleare iraniano.

Si potrebbe ipotizzare che esse siano parte di uno scontro tra apparati, che riflette uno scontro politico più alto tra ambiti che vogliono raggiungere un accordo con l’Iran e altri che vi si oppongono. Non per nulla Pegasus è stato usato da questi ultimi, portando al parossismo lo scontro con Teheran, in linea con i desiderata di Netanyahu. Ma è solo una vaga ipotesi, ovviamente.

Dopo aver scritto questa nota, abbiamo letto il tweet di Haaretz: “Terremoto, la polizia israeliana ha utilizzato lo spyware NSO Pegasus contro alti funzionari, giornalisti e testimoni nel processo di Netanyahu”. Aspettiamo di leggere il seguito.

Fonte: piccolenote.ilgiornale.it

 

 

 

Aldo Maria Valli:
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