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La vita monastica? Se radicale e coerente, attira i giovani. Nonostante gli attacchi dall’interno della Chiesa

di Silere non possum

La Chiesa cattolica sta vivendo una profonda crisi, soprattutto per quanto riguarda le vocazioni al ministero sacerdotale e alla vita religiosa. Mentre continua la retorica del clericalismo, le parrocchie restano senza sacerdoti e le comunità religiose si svuotano. Molteplici persone, purtroppo anche ecclesiastici, confondono quello che è l’abuso di potere e di coscienza commesso da alcuni religiosi (e religiose) o presbiteri e quello che è il ministero sacerdotale. Come sempre, fare di tutta l’erba un fascio è stupido e non porta a una profonda riflessione che, invece, andrebbe promossa. Assistiamo a una vera e propria lotta al ministero ordinato. Passiamo dalle femministe che parlano di clericalismo ma poi protestano perché vogliono le ordinazioni delle donne, ai laici che lamentano di non avere spazio nella Chiesa. Eppure ci sono molteplici esempi che dimostrano come questa sia solo una ennesima smania di potere e non un reale desiderio di servire la Chiesa.

La vita di preghiera

Negli ultimi cinquant’anni la Chiesa si è concentrata molto sul fare. La vita delle comunità parrocchiali ne è l’esempio. Basta aprire i giornalini parrocchiali, guardare le bacheche all’ingresso delle chiese. Eventi, grest, oratorio, cinema… La vita di preghiera delle comunità è ridotta alla Santa Messa quotidiana, quando va bene. Eppure il Concilio ecumenico Vaticano II, tanto sbandierato dai promotori di questo cambiamento, ha raccomandato che la liturgia delle ore fosse promossa anche fra i laici. L’adorazione eucaristica è completamente assente in moltissime realtà. La preghiera per le vocazioni è un lontano ricordo e anche i pastori, molto spesso, prestano poca attenzione alla cura delle anime, a seguire le giovani e i giovani che potrebbero essere chiamati ad una vita monastica, sacerdotale o religiosa.

Il Santo Padre emerito, Benedetto XVI, visitando la Certosa di Serra San Bruno ricordava: “Il ministero dei Pastori trae dalle comunità contemplative una linfa spirituale che viene da Dio”. Non c’è nulla di più vero. La vita monastica è il cuore pulsante della Chiesa. Grazie alle comunità oranti, l’attività dei sacerdoti, dei religiosi di vita attiva e delle religiose, dei laici nelle loro attività sociali, riesce a toccare i cuori degli uomini e delle donne che li incontrano.

Le comunità religiose di vita contemplativa, nonostante il panorama globale non sia per nulla felice, in questi anni hanno sentito spesso bussare alla loro porta. “C’è una ricerca di radicalità” ha detto l’Abate di Solesmes dopo essere stato da Papa Francesco settimana scorsa. Questo è vero. Oggi i giovani hanno bisogno di punti di riferimento e vogliono vedere persone che credono realmente in ciò che fanno. Le esperienze come il Pellegrinaggio di Chartres ne sono l’esempio vivo.

La vita monastica seria è florida

Mentre ci sono diversi monasteri femminili e maschili che si avviano alla chiusura, ce ne sono molti altri che sono fiorenti. Si tratta di realtà che vivono seriamente il loro carisma e non si lasciano attrarre dalla volontà di piacere agli altri. Uno degli ordini più belli che la Chiesa cattolica ha è quello dei Certosini. L’ordine è stato fondato da san Bruno nel 1084 nell’Isère, in Francia. La loro vita è completamente sconosciuta agli occhi del mondo e la loro è una vita di stretta clausura. Negli scorsi anni, la Certosa italiana di Farneta, ha visto bussare alla propria porta diversi giovani che erano alla ricerca di questa radicalità. Preghiera e studio, distacco dal mondo per poter contribuire all’opera della Chiesa nel mondo.

Anche l’abbazia di Sainte-Madeleine du Barroux è una realtà molto viva e i monaci sono molto giovani. Vivono la regola di san Benedetto in modo serio ed offrono anche a quella Chiesa di vita attiva, diciamo così, un importante occasione per poter tornare alle sorgenti della propria vocazione. Le comunità contemplative servono anche ad offrire a chi svolge la propria attività per poter prendere un periodo di “ricarica spirituale”, di riflessione, di ritorno a sé stessi, lontani dal rumore del mondo. Questi luoghi sono importantissimi e la loro presenza è una testimonianza importantissima.

Quale Chiesa vogliono i giovani? 

Siamo abituati ad ascoltare dei mantra che dicono che i giovani vogliono una Chiesa moderna, aperta, rinnovata eccetera. Chi propone questo modello? Chi parla a nome dei giovani? Nella Chiesa c’è un enorme cancro, ognuno parla per gli altri. Degli omosessuali parlano gli eterosessuali, dei presbiteri parlano i laici, dei giovani parlano gli anziani, della vita monastica parlano i preti secolari, e così via. Non si sa ascoltare e si vuole imporre sempre la propria visione. Oggi siamo pieni di vescovi, rettori dei seminari, parroci, teologi e giornalisti che parlano della Chiesa del Concilio (viene da chiedersi se mai hanno capito cosa ha detto questo benedetto Concilio) ma si tratta di gente che ha già fatto il suo corso. Oggi i giovani non vogliono questa Chiesa che qualcuno vuole imporre loro con la prepotenza del padre padrone. I giovani oggi chiedono radicalità, sentono il bisogno di persone che credono in ciò che professano. Radicalità, coerenza, trasparenza. Nonostante si voglia continuare a demonizzare il vetus ordo, quelle celebrazioni sono piene di giovani. Nonostante si voglia continuare a demonizzare la vita contemplativa seria, quelle realtà sono piene di giovani. Nonostante si voglia demonizzare la radicalità e confonderla con la rigidità, quello è ciò che cercano le nuove generazioni oggi.

Questo è forse duro da ammettere, è una sconfitta per quei finti liturgisti che hanno fatto la loro fortuna a furia di scrivere libri sul Concilio, è una sconfitta per quei sedicenti storici della Chiesa che a forza di parlare del Concilio gli scoppierà la testa. Purtroppo per loro, però, il Concilio non ha mai detto ciò che loro vogliono fargli dire. Come ha ben spiegato il Sommo Pontefice emerito, Benedetto XVI, nel suo ultimo discorso al clero romano, cinquanta anni fa vi furono due Concili: uno propinato dai media ed uno reale. Questi sedicenti professori oggi vogliono propinare un Concilio che non vi è mai stato e lo hanno semplicemente sognato, letto sui media. 

Si fa presto poi a scrivere un testo come Traditionis custodes dove si dice che i fedeli e i presbiteri devono accettare il Concilio ecumenico Vaticano II. Verrebbe da chiedersi: quale? Quello scritto, quello dell’anima dei Padri conciliari, oppure quello che vogliono imporre Arthur Roche e il Papa? Non dimentichiamo che Francesco è il primo Papa che in quella assise non è mai entrato. Leggendo i testi, non pare che ci sia scritto che il ministro (a maggior ragione il Papa) può concelebrare l’Eucarestia con la talare senza alcun paramento. Eppure il Papa lo ha fatto.

Il Concilio non ha mai demonizzato la vita contemplativa, eppure José Rodríguez Carballo, noto soggetto che ha trafficato con i soldi dell’Ordine dei Frati Minori, in questi anni ha lavorato per giungere a questoPerfectae Caritatis non può essere assolutamente intesa in questo modo, anzi. “Il rinnovamento della vita religiosa, dice il decreto, comporta il continuo ritorno alle fonti di ogni forma di vita cristiana e alla primitiva ispirazione degli istituti”. L’Istruzione Cor Orans, pubblicata dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica (Oggi Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica) non porta affatto a questo, anzi. Si tratta di un testo che va a rilassare la vita religiosa. Carballo ha, in più occasioni, riferito che la vita religiosa oggi non ha più nulla da comunicare al mondo. Si tratta di un frate minore di settant’anni che evidentemente è triste della sua stessa vita, e va bene. Ma perché deve decidere per quei giovani che la vita religiosa, a differenza sua, la vogliono vivere con serietà?

Il cardinale Joseph Ratzinger nel 1998 scriveva di essere “convinto che la crisi della Chiesa che viviamo […] dipende in gran parte dalla disintegrazione della liturgia”. Potremmo aggiungere anche della vita religiosa.

P.L.I.

Silere non possum 

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Intervista all’abate di Solesmes

Il 5 settembre 2022 Francesco ha ricevuto il reverendo padre Geoffroy Kemlin, O.S.B. abate di Saint-Pierre di Solesmes. Nei giorni seguenti è stato intervistato dall’edizione francese di Aleteia. Ecco la traduzione del colloquio.

Perché ha incontrato Papa Francesco?

La scorsa settimana si è tenuto il sinodo dei presidenti benedettini a Subiaco. Questo incontro annuale si sarebbe dovuto tenere in Polonia, ma a causa della guerra in Ucraina e dell’accoglienza dei rifugiati nel monastero che ci avrebbe accolto, abbiamo deciso di andare a Subiaco. Essendo appena stato eletto abate, ho approfittato del mio soggiorno in Italia per fermarmi a Roma per qualche giorno, per conoscere Sant’Anselmo e per visitare alcune congregazioni. Con un po’ di audacia, ho chiesto di incontrare il Papa e lui mi ha concesso un’udienza.

Com’è stato l’incontro?

È stato un momento molto bello. Il Papa è stato molto paterno e fraterno con me. Ero venuto con alcune domande sulla liturgia dopo la pubblicazione del motu proprio Traditionis custodes nel 2021. Mi ha illuminato su diversi punti e sono soddisfatto. Per quanto riguarda il modo in cui facciamo le cose qui a Solesmes, la sua risposta è stata interessante. Mi ha detto: “Sono a duemila chilometri dal suo monastero. Lei è un monaco e il discernimento è ciò che fanno i monaci. Non vi dico né sì né no, ma vi lascio discernere e prendere la vostra decisione”. Questo consiglio, che il Papa aveva già dato ai vescovi francesi venuti a trovarlo, è molto paterno. Mi sento quindi molto libero e rassicurato. Nel decidere, so che farò ciò che vuole Papa Francesco.

Ha avuto la sensazione che il Papa fosse consapevole delle turbolenze che la Traditionis custodes aveva causato in alcune parti della Chiesa?

Gli ho spiegato come questo testo è stato percepito in Francia e perché ha causato incomprensioni tra i cattolici legati alla Forma straordinaria del rito romano. Mi ha spiegato come erano andate le cose. Non sembrava essere sorpreso da ciò che gli ho detto e mi ha persino assicurato che quanto gli stavo dicendo era già stato trasmesso attraverso altri canali. Sono uscito da questo incontro rassicurato e rafforzato nel mio ruolo di abate per discernere le situazioni. Questa fiducia da parte del Santo Padre è molto apprezzabile.

A differenza del suo predecessore Benedetto XVI, Papa Francesco sembra essere più lontano dalla tradizione monastica benedettina. In che modo il suo pontificato vi nutre spiritualmente?

Ci nutre facendoci muovere. Papa Francesco ci fa riflettere su come viviamo. Ci invita a esaminare i nostri valori e ci chiede perché ci aggrappiamo ad essi. In un certo senso, ci radica nella nostra vita di monaci benedettini. Il Papa ci aiuta anche a correggere alcune cose, come il sentirsi sistemati, l’essere soddisfatti di vivere in un recinto senza preoccuparsi di ciò che accade fuori. Questo non è il Vangelo. Credo che i papi non si possano contrapporre. Naturalmente, Benedetto XVI aveva un evidente feeling con san Benedetto. Ma i papi si iscrivono in una linea e portano ciascuno una piccola nota. Sarebbe un grave errore scartare un Papa perché non assomiglia ai suoi predecessori. C’è sempre qualcosa da cogliere in un Papa. Almeno questo è ciò per cui lo Spirito ci chiama a vivere.

Il tema delle periferie è centrale per Papa Francesco. Dal 2013 ha invitato i fedeli cattolici a recarsi al sagrato. Come fa un monaco a ricevere questa chiamata ad andare verso le piazze?

Nelle nostre foresterie ci sono quelli che potremmo definire i “buoni cristiani” che vengono a ricaricare le batterie. Ma ci sono molte persone, di altre religioni o non credenti, che vengono a bussare alla nostra porta. Sono le “periferie” che vengono a trovarci. Credo che in un certo senso i monasteri attraggano queste periferie. E Papa Francesco ci invita ad accoglierli veramente. È così che riceviamo la sua chiamata, non uscendo dalle nostre mura, ma essendo disponibili e attenti a coloro che vengono da noi.

Secondo lei, che cosa li attrae?

Penso che sia il nostro modo radicale di vivere una vita diversa da quella che si può trovare all’esterno. Senza dubbio vengono a cercare rifugio. Dobbiamo lasciarci interrogare, chiederci cosa vuole lo Spirito facendoci incontrare queste persone. Devo testimoniare che, molte volte, il padre che gestisce la foresteria o il padre che fa il portiere è venuto da me e mi ha detto: “Ho incontrato una persona che mi ha fatto indietreggiare a prima vista; ma pensando a quello che ci insegna il Santo Padre, mi sono detto che ci sono le periferie, quindi non dobbiamo esitare”.

Lo scorso anno, Papa Francesco ha lanciato il Sinodo sulla sinodalità, un vasto progetto biennale che si concluderà nell’ottobre 2023. Come fa un monastero benedettino a partecipare a un tale sinodo?

Nella Regola di san Benedetto abbiamo il famoso terzo capitolo in cui si parla di sinodalità. Benedetto spiega che il padre abate ha potere assoluto nel governo della comunità, ma che per ogni decisione deve farsi consigliare. Se la questione è importante, deve consultare il Capitolo, Benedetto chiarendo che deve essere richiesto il parere di tutti i monaci, compresi i più giovani. Per le decisioni meno importanti, l’abate consulta il suo Consiglio, che oggi è in parte eletto dalla comunità, in parte nominato dall’abate.

L’esercizio della sinodalità è una cosa difficile nel quotidiano?

È un’attività che presenta insidie. Un proverbio africano dice: “Se vuoi andare veloce, vai da solo; ma se vuoi andare lontano, cammina con gli altri”. Questo è sempre vero. Ci accorgiamo di lavorare più lentamente in gruppo, ma questo è più fruttuoso per la vita monastica. Anche il coinvolgimento dei monaci in un progetto contribuisce alla sua accettazione.

In questo periodo in cui viviamo il sinodo, i monaci hanno qualcosa da dire alla Chiesa sulla loro esperienza?

La regola di san Benedetto è certamente molto utile. In effetti, è menzionata nei documenti del sinodo. Nel documento preparatorio, ad esempio, si legge che san Benedetto sottolinea che “spesso il Signore ha rivelato la decisione migliore” a coloro che non occupano posizioni importanti nella comunità. Gli organizzatori del sinodo hanno quindi già attinto alla regola benedettina. Da parte nostra, anche noi monaci dobbiamo fare in modo di non vivere distanti da ciò che chiedeva san Benedetto.

La Chiesa in Occidente è in crisi. Il numero di battesimi sta diminuendo inesorabilmente, così come il numero di vocazioni sacerdotali. Tuttavia, a volte si ha l’impressione che questa crisi risparmi i monasteri. Qual è la situazione?

A Solesmes siamo forse meno consapevoli di questa crisi. La nostra foresteria è piena e abbiamo gente a Messa la domenica. Ma non è più come negli anni Sessanta, quando si doveva prenotare per venire a Messa. Mi è stato detto che c’era una coda fino alla strada. Se non vediamo un calo di presenze nella foresteria, vediamo un calo di vocazioni. La crisi delle vocazioni non è stata realmente avvertita negli anni Settanta, quando eravamo percepiti come monasteri “conservatori”. Non abbiamo vissuto le turbolenze del periodo postconciliare. Ma a partire dagli anni Novanta le cose hanno cominciato a precipitare. Nel 1995 c’erano forse venticinque novizi, oggi ne abbiamo quattro. Attualmente siamo quarantadue fratelli in tutto. È un numero elevato, ma circa quarant’anni fa eravamo un centinaio. Questo non mi preoccupa. Nella storia, come sappiamo, ci sono fluttuazioni. Nella prima metà del XIX secolo, ad esempio, il tasso di vocazioni era molto scarso. E se noi siamo colpiti da questa crisi in Europa, non è così in altre regioni del mondo, come l’Africa, dove non sanno più dove mettere i postulanti.

Fonte: silerenonpossum.it


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Aldo Maria Valli:
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