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Sul dovere di essere intolleranti

Oggi il termine “tolleranza” è usato in senso esclusivamente elogiativo, come anche i suoi derivati “accoglienza”, “fratellanza”, “misericordia” e via dicendo. Ma la tolleranza è sempre un bene? Oppure vi sono casi in cui è un male, e può costituire perfino un crimine? Diceva Chesterton: “La tolleranza è la virtù dell’uomo senza convinzioni”.

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di Plinio Corrêa de Oliveira

In tema di tolleranza, la confusione, oggi, è talmente grande che, prima di entrare nel merito della questione, mi sembra conveniente chiarire il termine.

Che cosa è esattamente la tolleranza?

Immaginate la situazione di un uomo che ha due figli. Uno ha principi solidi e volontà ferma, l’altro ha principi indecisi e volontà vacillante. Nel luogo dove la famiglia sta trascorrendo le vacanze estive è di passaggio un insegnante che potrebbe impartire ai ragazzi lezioni scolastiche straordinariamente utili per entrambi. Il padre vuole che i suoi figli approfittino dell’occasione, ma è anche consapevole che ciò implicherebbe privarli di alcune gite, a cui tengono tanto. Calcolati i pro e i contro, egli arriva a una conclusione: è meglio che i figli rinuncino a qualche svago, perfettamente legittimo, piuttosto che perdere una rara opportunità di svilupparsi intellettualmente. Comunica, quindi, ai due figli la sua decisione: dovranno assistere alle lezioni dell’insegnante. Dopo un momento di riluttanza, il primo figlio accetta la volontà del genitore. L’altro, invece, brontola, si agita, supplica il padre di non imporgli questo dovere. Egli è talmente irritato da far temere un movimento di rivolta.

Di fronte a ciò, il padre mantiene la sua decisione per quanto riguarda il buon figlio. Considerando, invece, quanto costa al figlio mediocre lo sforzo intellettuale, e volendo evitare qualsiasi occasione di attrito che possa incrinare i rapporti famigliari, preferisce salvaguardare la pace domestica e sceglie di non insistere, sollevando quindi il secondo figlio dall’obbligo di seguire le lezioni.

Nei confronti del figlio mediocre e tiepido, il padre acconsentì a malavoglia. Il suo permesso non è affatto un’approvazione. Anzi, gli è stato quasi estorto con la forza. Per evitare un male (la tensione con il figlio), egli ha acconsentito a un bene minore (le gite vacanziere), rinunciando al bene maggiore (le lezioni). È questo tipo di assenso, dato senza approvazione e perfino con certo sdegno, che si chiama tolleranza.

A volte la tolleranza è un assenso dato, non a un bene minore per evitare un male, bensì a un male minore per evitarne uno maggiore. Sarebbe il caso di un padre che, avendo un figlio pieno di vizi, nell’impossibilità di combatterli tutti allo stesso tempo, sceglie di combatterne uno per volta, chiudendo temporaneamente un occhio sugli altri. Questa tolleranza nei confronti di alcuni vizi è un assenso dato con profondo sdegno, allo scopo di evitare un male maggiore e per permettere la graduale conversione del figlio. Questo è tipicamente un atteggiamento di tolleranza.

La tolleranza può essere praticata solo in situazioni anomale. Se non ci fossero i figli cattivi, non ci sarebbe bisogno di tolleranza da parte dei genitori. Così, in una famiglia, più i membri saranno costretti a praticare la tolleranza tra loro, più la situazione sarà anomala.

Ciò è di prima evidenza, per esempio, nel caso di un esercito o di un ordine religioso in cui i capi o i superiori siano costretti a usare una tolleranza illimitata nei confronti dei loro subordinati. Un tal esercito non è in grado di vincere battaglie. Un tale ordine non è in ascesa spirituale verso le vette della perfezione cristiana.

In altre parole, la tolleranza può essere una virtù. Però, è la virtù caratteristica delle situazioni anormali, traballanti, difficili. Potrebbe essere una virtù nei cattolici fervorosi, ma solo in epoche di desolazione, decadenza spirituale e rovina della civiltà cristiana.

Ecco perché la tolleranza è così frequente in questo nostro secolo di crisi e di catastrofi. In ogni momento, il cattolico odierno è nella contingenza di dover tollerare qualcosa: sul tram, per strada, nel posto di lavoro o di villeggiatura, ecc. Ovunque egli trova situazioni peccaminose che gli provocano un urlo interno di indignazione, che egli deve dissimulare per evitare un male maggiore. In tempi normali, tale urlo sarebbe un dovere morale, dettato dall’onore e dalla coerenza.

Per inciso, è curioso rilevare la contraddizione in cui cadono gli adoratori di questo secolo. Da una parte, esaltano le sue qualità fino alle stelle mentre silenziano i suoi difetti. Dall’altra, non cessano di biasimare i cattolici intolleranti, supplicandoli di mostrare tolleranza nei confronti del secolo. E non si stancano di proclamare che questa tolleranza deve essere costante, totale, estrema. Non si rendono conto della contraddizione in cui cadono. Se la tolleranza si esercita, per definizione, nei confronti di un’anomalia, nel proclamare la necessità di molta tolleranza nei confronti di questo secolo, affermano l’esistenza di molte anomalie.

Alla luce di queste considerazioni, è facile vedere quanto sia errato e fuorviante il discorso sulla tolleranza oggi.

Di solito, oggi, si dà a questa parola un senso elogiativo. Quando diciamo che qualcuno è “tollerante”, affermiamo implicitamente che è una persona di grande anima, cuore generoso, larghe vedute, disinteressata, comprensiva, simpatica, giudiziosa, benevola e via dicendo. Al contrario, il qualificativo di “intollerante” porta con sé una lunga scia di rimproveri: spirito grezzo, temperamento bilioso, malevolo, incline alla diffidenza, odioso, vendicativo, pieno di risentimento, ecc.

In realtà, nulla di più unilaterale. Infatti, se vi sono casi in cui la tolleranza può essere un bene, ve ne sono altri casi in cui è un male. E può costituire perfino un crimine. Quindi, nessuno merita plauso per il fatto di essere metodicamente tollerante, oppure intollerante, bensì per essere l’uno o l’altro secondo le circostanze.

Il problema, quindi, si sposta. Non si tratta di sapere se dobbiamo essere tolleranti o intolleranti, come norma. Si tratta, piuttosto, di chiederci quando dobbiamo essere l’uno o l’altro.

Innanzitutto, va notato che vi è una situazione in cui il cattolico deve essere sempre intollerante. E questa regola non ammette eccezioni. È quando, o per compiacere qualcuno o per evitare un male maggiore, gli si chiede di commettere un peccato. Ogni peccato è un’offesa a Dio. Ed è assurdo pensare che vi siano situazioni in cui Dio possa essere virtuosamente offeso.

Questo è così ovvio che sembra quasi superfluo ricordarlo. Tuttavia, in pratica, quante volte è necessario ricordare questo principio!

Così, ad esempio, con il pretesto di riscuotere la loro simpatia, nessuno ha il diritto di essere tollerante nei confronti di amici che vestono in modo immorale, hanno una vita dissoluta, vantano atteggiamenti licenziosi o frivoli, difendono idee temerarie o sbagliate e via dicendo.

Un altro esempio: un cattolico ha un dovere di lealtà nei confronti della filosofia scolastica. Non gli è lecito, con il pretesto di attirare la simpatia di un determinato ambiente, professare un’altra filosofia. È una forma di tolleranza inammissibile. Pecca contro la verità chi professa un sistema di pensiero nel quale sa che vi sono errori, anche se non sono direttamente contro la Fede.

In tali casi, i doveri dell’intolleranza vanno oltre. Non è sufficiente astenersi dal fare il male. Non bisogna mai approvarlo, sia per azioni sia per omissioni.

Un cattolico che, di fronte al peccato o all’errore, assume un atteggiamento di simpatia o di indifferenza, pecca contro la virtù dell’intolleranza. Questo succede, per esempio, quando assiste con un sorriso, senza restrizioni, a una conversazione o una scena immorale, o quando, in una discussione, riconosce che l’altro ha il diritto di professare qualsiasi punto di vista in tema di religione. Questo non è rispettare l’avversario, bensì acconsentire ai suoi errori e suoi peccati. Qui si sta approvando il male. E questo non è mai lecito per un cattolico.

A volte si arriva a questa situazione pensando che non si è peccato contro l’intolleranza. Ciò accade quando certi silenzi di fronte a errori o mali danno l’idea di un’approvazione tacita. In tutti questi casi, la tolleranza è un peccato, e solo l’intolleranza è una virtù.

Leggendo queste affermazioni, è comprensibile che qualche lettore si infastidisca. L’istinto di socialità è naturale nell’uomo. E questo istinto ci induce a convivere con gli altri in modo armonico e piacevole.

Oggi si moltiplicano le occasioni in cui, nella logica della nostra argomentazione, un cattolico è costretto a ripetere, di fronte al nostro secolo, l’eroico “non possumus” di Pio IX: non possiamo accettare, non possiamo concordare, non possiamo tacere.

E subito si leva contro di noi quell’ambiente di guerra, fredda o calda che sia, con la quale i sostenitori degli errori e delle mode moderne perseguitano con un’intolleranza implacabile, e in nome della tolleranza, tutti quelli che osano essere in disaccordo con loro. Una cortina di fuoco, di ghiaccio o semplicemente di cellophane, ci avvolge e ci isola. Una scomunica sociale velata ci tiene a margine degli ambienti moderni. Proprio ciò che l’uomo, per il naturale istinto di socialità, teme quasi tanto quanto la morte.

O forse più della morte. Esageriamo? Per beneficiare della “cittadinanza” in tali ambienti, ci sono uomini che lavorano fino ad ammazzarsi con un infarto, e donne che digiunano più degli asceti della Tebaide, compromettendo seriamente la propria salute. Perdere una “cittadinanza” tanto “pregiata” solo per amore dei principi… ecco cosa vuol dire amare veramente i principi stessi!

E poi c’è la pigrizia. Studiare una questione, dominarla interamente, avere sempre a mano gli argomenti a suo favore… quanta fatica! Quanta pigrizia! Pigrizia nel parlare e nel discutere, ancor più nello studio. E, soprattutto, la pigrizia diventa suprema quando bisogna pensare seriamente a qualcosa, assumerla interamente, identificarci con un’idea, con un principio! Abbiamo la pigrizia sottile, impercettibile ma dominante, nell’essere seri, nel pensare seriamente, nel vivere in modo serio, rigettando quanto ci allontana da quell’intolleranza inflessibile, eroica e imperterrita, che, con frequenza sempre crescente, è diventata il vero dovere del cattolico nei giorni nostri.

La pigrizia è la sorella dell’indifferenza. Molti ci chiederanno perché tanta fatica, tanta lotta, tanto sacrificio, se una rondine non fa primavera. A cosa serve il nostro sacrificio, se gli altri non migliorano? Strana obiezione! Come se dovessimo praticare i comandamenti solo perché gli altri li pratichino… Come se fossimo esonerati dal praticarli finché gli altri non ci imiteranno…

Noi diamo testimonianza davanti agli uomini del nostro amore per il bene e del nostro odio per il male, per la gloria di Dio. E anche se tutto il mondo ci dovesse biasimare, noi continueremo a farlo. Il fatto che gli altri non ci accompagnino non intacca i diritti che Dio ha alla nostra totale obbedienza.

Queste ragioni non sono le uniche. C’è anche l’opportunismo. Conformarsi alle tendenze dominanti, apre tutte le porte e facilita tutte le carriere. Prestigio, comfort, denaro, tutto diventa più facile e più ottenibile se si è d’accordo con le tendenze dominanti.

Donde si vede quanto costa oggi il dovere dell’intolleranza. Quanto qui espresso fa da battistrada al prossimo articolo, in cui saranno analizzati i limiti dell’intransigenza e i mille modi per schivarla.

Fonte: O que è a tolerância?, in Catolicismo, n. 75, marzo 1957

Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

 

Aldo Maria Valli:
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