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Così il Dicastero per la dottrina della fede manipola e mistifica il pensiero di Giovanni Paolo II

di Vincenzo Rizza

Caro Valli,

una riflessione sul recentissimo documento [qui] emesso dal Dicastero per la dottrina della fede in una risposta a firma del prefetto Fernández, approvata dal papa il 31 ottobre.

Il testo riguarda, tra l’altro, la possibilità per le persone transessuali di ricevere il battesimo e di essere padrini o madrine a un battesimo o testimoni di un matrimonio. Tralascio i riferimenti, da excusatio non petita, circa il fatto che le “seguenti risposte ripropongono, in buona sostanza, i contenuti fondamentali di quanto, già in passato, è stato affermato in materia da questo Dicastero”, così come i riferimenti alla necessità di non creare scandalo (tanto ormai nulla ci scandalizza).

Non ho sufficiente preparazione teologica per commentare il documento (che da semplice fedele mi sembra, tuttavia, inqualificabile). Vorrei sottolineare solo il punto in cui si afferma che “anche quando rimangono dei dubbi circa la situazione morale oggettiva di una persona oppure sulle sue soggettive disposizioni nei confronti della grazia, non si deve mai dimenticare quest’aspetto della fedeltà dell’amore incondizionato di Dio, capace di generare anche col peccatore un’alleanza irrevocabile, sempre aperta ad uno sviluppo, altresì imprevedibile. Ciò vale persino quando nel penitente non appare in modo pienamente manifesto un proposito di emendamento, perché spesso la prevedibilità di una nuova caduta ‘non pregiudica l’autenticità del proposito’ ”.

La citazione tra virgolette sulla “autenticità del proposito”, riferita a san Giovanni Paolo II (nota 7), mi ha lasciato incredulo: possibile che san Giovanni Paolo II abbia avallato la possibilità di perdonare il peccatore anche se “nel penitente non appare in modo pienamente manifesto un proposito di emendamento”?

Sono andato, quindi, a verificare la citazione integrale della Lettera di Giovanni Paolo II al cardinale William W. Baum, disponibile sempre sul sito del vaticano [qui].

Testualmente si afferma: “Conviene peraltro ricordare che altro è l’esistenza del sincero proponimento, altro il giudizio dell’intelligenza circa il futuro: è infatti possibile che, pur nella lealtà del proposito di non più peccare, l’esperienza del passato e la coscienza dell’attuale debolezza destino il timore di nuove cadute; ma ciò non pregiudica l’autenticità del proposito, quando a quel timore sia unita la volontà, suffragata dalla preghiera, di fare ciò che è possibile per evitare la colpa”.

Con buona pace del prefetto (e del papa che ha approvato il documento), san Giovanni Paolo II non ha mai affermato che nel dubbio, e perfino quando nel penitente non appaia in modo manifesto la volontà del pentimento, il battesimo o l’assoluzione debbano essere concessi. Anzi, nella richiamata lettera al cardinale Baum si afferma esplicitamente: “È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento”. Al pari è evidente che nonostante “l’autenticità del proposito”, siamo pur sempre peccatori e siamo purtroppo sempre esposti a nuove cadute.

Constato con rammarico che ogni pudore è ormai perso: non ci si accontenta di sponsorizzare la nuova teologia, ma si pretende pure di legittimarla manipolando e mistificando perfino il pensiero dei santi.

Che il Signore ci aiuti.

Aldo Maria Valli:
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