Lasciare la Chiesa? Verità, autorità e fede nel tempo della confusione
di Daniele Trabucco
In un articolo pubblicato sul proprio blog il 14 ottobre 2025, il reverendo don Leonardo Maria Pompei propone una diagnosi radicale della crisi attuale della Chiesa cattolica, che egli interpreta come una vera e propria apostasia interna. Secondo la sua lettura, la Chiesa visibile, pur conservando una perfetta regolarità canonica e strutturale, avrebbe smarrito la sua identità teologica, trasformandosi progressivamente in una “nuova religione filantropica” a partire dal Concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965). Egli ritiene che questa mutazione si manifesti in molteplici deviazioni dottrinali e morali, nel cedimento al mondo, nell’abdicazione della gerarchia al compito di difendere la fede, e in un uso distorto dell’autorità ecclesiastica per imporre errori e compromessi. Di fronte a questo stato di cose, don Pompei afferma che il problema della crisi della Chiesa è teologico, non canonico, e che la fedeltà alla verità deve prevalere sull’obbedienza materiale a chi esercita l’autorità in modo difforme dal mandato divino. La tesi di fondo è netta: quando l’autorità ecclesiastica sembra tradire la fede, il fedele o il ministro devono scegliere la verità di Cristo anche a costo di apparire “fuori” dal perimetro canonico. Egli cita san Paolo (“se anche un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso… sia anatema”) e gli Atti degli apostoli (“bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”) per sostenere che l’obbedienza alla gerarchia non è assoluta e che, in tempi di confusione, l’appello al diritto divino e alla teologia deve prevalere sulla norma giuridica.
Tuttavia, in questa impostazione il rischio è che la distinzione tra la Chiesa e coloro che, pur debolmente, ne detengono oggi il governo visibile, si dissolva in una forma di separazione de facto, dove la comunione ecclesiale viene subordinata al giudizio personale sulla purezza dottrinale dei pastori. L’analisi di don Pompei coglie certamente un dato reale e innegabile: la crisi dell’autorità nella Chiesa non è un’invenzione, ma un fenomeno doloroso che ha radici teologiche, pastorali e spirituali profonde. La penetrazione del modernismo, la banalizzazione della liturgia, la confusione morale e la secolarizzazione interna hanno ferito gravemente la credibilità della testimonianza cattolica. Tuttavia, la conclusione secondo cui la fedeltà alla verità potrebbe giustificare, in alcuni casi, una separazione dal corpo visibile della Chiesa non regge né sul piano teologico né su quello canonico.
La Chiesa, per divina costituzione, non è un’aggregazione sociologica, né un’istituzione meramente giuridica, ma il corpo mistico di Cristo, nel quale la visibilità e la realtà soprannaturale si compenetrano. La presenza del peccato, dell’errore o persino dell’infedeltà nei membri della gerarchia non annulla questa realtà ontologica, che si fonda non sulla perfezione degli uomini bensì sulla promessa indefettibile del Signore: “Le porte degli inferi non prevarranno” (Mt 16,18). Di conseguenza, non è lecito confondere la crisi dell’autorità con la perdita dell’autorità, né la deviazione di alcuni pastori anche ai massimi livelli con la caduta della Chiesa nel suo insieme.
È vero che l’obbedienza non è cieca, e che la tradizione cattolica riconosce la possibilità di resistere a comandi contrari alla fede o alla legge divina. Tuttavia, la resistenza non può mai trasformarsi in separazione dall’unità ecclesiale. L’autorità dei pastori può essere esercitata male, perfino contro lo spirito del Vangelo, ma essa non perde per questo il suo carattere legittimo. Il diritto canonico, lungi dall’essere un guscio formale, è la traduzione visibile dell’ordine teandrico della Chiesa, la quale è insieme umana e divina. Fuori da questo ordine, anche le migliori intenzioni rischiano di degenerare in soggettivismo spirituale o in nuove forme di “piccole chiese”.
Sul piano teologico, la fedeltà alla verità non si realizza contro la Chiesa ma nella Chiesa e, spesso, nella sofferenza della contraddizione. Il credente non può sostituirsi al Magistero come giudice ultimo della sua autenticità, perché la fede cattolica non è un rapporto individuale tra l’anima e la Scrittura, bensì comunione sacramentale e gerarchica con Cristo presente nel suo corpo visibile. San Paolo, che ammoniva contro i falsi maestri, non invitava a fondare un’altra Chiesa, ma a perseverare nella stessa Chiesa, purificando la fede e correggendo l’errore dall’interno. Anche quando l’autorità ecclesiastica sembra tacere o smarrirsi, Cristo non abbandona la sua Chiesa. Il “depositum fidei” non viene meno, perché la sua custodia è opera dello Spirito Santo e non soltanto dell’uomo. La fede dei semplici, il sacrificio dei santi, la purezza del culto autentico sono i luoghi nei quali la Chiesa continua a essere viva e indefettibile anche nei tempi più oscuri e bui. Ciò che è richiesto al fedele, ai sacerdoti in particolare, non è la fuga, ma la perseveranza; non la rottura, ma la testimonianza; non la disobbedienza, ma l’obbedienza nella verità, che include la resistenza al male ed è sempre un atto d’amore alla Chiesa e mai di rifiuto della sua realtà visibile.
Il diritto canonico, pur con le sue forme, è strumento della comunione, non della mera disciplina. Esso presuppone la fede e la ordina visibilmente, garantendo che l’unità ecclesiale non sia fondata sul consenso emotivo o sull’affinità dottrinale, quanto sulla partecipazione reale al corpo di Cristo. Disprezzare la struttura canonica in nome della purezza della fede significherebbe riprodurre, seppure involontariamente, l’errore dei riformatori che, nel nome della verità, lacerarono l’unità visibile del corpo ecclesiale. La crisi attuale è reale, ma non giustifica né la rottura, né il sospetto generalizzato verso la legittimità dell’autorità. Se la Chiesa oggi è afflitta da errori e confusione, essa resta tuttavia la sposa di Cristo e la sola arca di salvezza. Le sue ferite non ne cancellano la santità, che deriva dal suo Capo divino e non dai suoi ministri. Rimanere nella Chiesa, anche in tempi di oscurità, non significa giustificare il male, ma credere che lo Spirito Santo è più forte dell’infedeltà degli uomini. La verità non chiede di essere difesa fuori della Chiesa, ma di essere testimoniata dentro di essa, come fecero i santi riformatori, i confessori, i martiri e tutti coloro che compresero che separarsi dal corpo per difendere la testa è il più grande degli inganni.
In ultima analisi, se anche tutta la gerarchia dovesse smarrirsi, la Chiesa resterebbe comunque la Chiesa, perché il suo fondamento è Cristo stesso, non la rettitudine soggettiva dei suoi membri. È a Lui che dobbiamo obbedire, nella Chiesa e non contro la Chiesa, ricordando che la verità non abbandona mai il suo corpo, e che nessuna crisi, per quanto profonda, può autorizzare il fedele a staccarsi dalla comunione visibile in nome di una purezza che, fuori dall’unità, diventa illusione. La Chiesa può soffrire, può essere umiliata, può apparire sfigurata, ma resta il luogo dell’incontro tra l’uomo e Dio. Non la si lascia senza tradire la verità stessa che si pretende di servire.



