Catastrofismo ecologico, gesuiti, serpenti

di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

si sta svolgendo a Bélem, in Brasile, la XXX Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30).

Sembra mancare l’entusiasmo dei tempi migliori. Dopo la retromarcia di Bill Gates e l’indifferenza di Trump (che non sarà presente, al pari di Xi Jinping), anche l’Unione Europea pare stia rivedendo al ribasso i trionfalistici obiettivi di riduzione dell’uso dei combustibili fossili che stanno mettendo in crisi l’economia del Vecchio Continente.

Scontata la presenza, invece, dello Zimbabwe, che dopo aver portato lo scorso anno una sobria delegazione di appena 238 funzionari, per una spesa di un paio di milioni di dollari, non mi sorprenderebbe più di tanto se dovesse partecipare con una delegazione di qualche migliaio di componenti, naturalmente con familiari al seguito.

Nel frattempo la Compagnia di Gesù, il cui carisma è ormai essenzialmente votato alla “conversione ecologica”, ha pensato bene di redigere una “Guida liturgica e di preghiera per la campagna Gesuiti per la giustizia climatica: la fede in azione alla COP30”. Una “risorsa spirituale collaborativa”, leggo sul sito, “pensata per accompagnare l’appello globale per la giustizia climatica attraverso la preghiera e la riflessione. Sviluppata con il contributo di gesuiti, collaboratori laici, studenti e membri della Rete globale di advocacy ignaziana, esprime un impegno condiviso nella cura della nostra Casa Comune”

Si tratta di uno strumento utilissimo, direi indispensabile per cogliere fino a dove possa spingersi, in nome del dialogo e dell’ecologia, la fantasia pastorale contemporanea

Per fortuna, forse onde eludere le critiche passate, mancano nelle preghiere e nei commenti proposti espliciti riferimenti alla “Madre Terra”. Terra, peraltro, è quasi sempre scritto in maiuscolo ma soprattutto, a pagina 8, viene riprodotto il disegno di un bambino sudamericano che parla della “madre tierra” (minuscolo): nella didascalia viene invece riportata come “Mother Earth” (maiuscolo). Il gesuita perde il pelo ma non il vizio.

Tralascio per amor di patria i continui riferimenti all’abbandono dei combustibili fossili. Merita, tuttavia, tra le tante, di essere riportata integralmente la preghiera del 5 ottobre (pagina 5):

Lord, in this time similar to that of the prophet Habakkuk, when we see violence and discord raging, teach us to wait patiently and faithfully for the fulfilment of Your word. We entrust to You in particular the preparation of COP30 on climate change, which will take place in mid-November in Brazil, so that it may bear fruit in justice and peace. May the negotiators have the common good at heart and work sincerely to put an end to climate change by phasing out fossil fuels”.

“Signore, in questo tempo simile a quello del profeta Abacuc, quando vediamo la violenza e la discordia imperversare, insegnaci a attendere pazientemente e fedelmente il compimento della Tua parola. Ti affidiamo in particolare la preparazione della COP30 sul cambiamento climatico, che si terrà a metà novembre in Brasile, affinché possa portare frutto in giustizia e pace. Possano i negoziatori avere a cuore il bene comune e lavorare sinceramente per porre fine al cambiamento climatico eliminando gradualmente i combustibili fossili”.

La preghiera, che si innesta nel noto filone catastrofista, è volta non solo all’eliminazione dei soliti combustibili fossili, ma anche a “porre fine al cambiamento climatico”. Come se i “negoziatori” avessero il potere soprannaturale (o forse la preghiera è volta ad attribuirglielo?) di decidere a loro piacimento come debba essere domani il clima, ignorando che i cambiamenti climatici ci sono sempre stati e non dipendono certo, se non per casi sporadici e comunque insignificanti a livello statistico, dalla volontà dell’uomo.

O forse i gesuiti si riconoscono nelle teorie del transumanesimo, con l’uomo ormai ritenuto capace di superare tutti i limiti, anche quelli della fisica e della climatologia.

Un’annotazione finale. Il penultimo disegno a pagina 36 raffigura un serpente che rivendica il suo diritto a vivere. Non so tu; personalmente trovo piuttosto inquietante la rappresentazione, messa quasi al termine della guida, di un ofide che più che a Kaa (il divertente anche se infido serpente de “Il libro della giungla”) assomiglia alla serpe che striscia sull’albero del bene e del male. A ben vedere, dopo aver confuso la fede con l’attivismo e la preghiera con un appello dell’Onu, forse è giusto che anche il serpente rivendichi un posto d’onore nel nuovo Eden ecologico.

 

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