di Radical Fidelity
Alla fine dell’anno solare il mondo celebra il momento con frastuono, luci, applausi forzati. Si alzano i bicchieri, si proclamano propositi e le persone si congratulano con loro stesse per essere sopravvissute al volgere del calendario. Ma la santa Madre Chiesa, sempre maestra delle anime, ci invita a un bilancio ben più serio e pieno di speranza.
Per i cattolici, l’anno non finisce a mezzanotte con un conto alla rovescia, ma ai piedi del tribunale di Cristo.
Salutarsi a fine anno non è quindi solo un atto di cortesia sociale. È un atto di carità, un riconoscimento del fatto che ci è stato concesso del tempo, che il tempo è stato speso e che dobbiamo rendere conto. Ed è con questo spirito che ci rivolgiamo ai lettori a fine anno.
Un altro anno è morto. I suoi giorni non torneranno mai più. Le sue opportunità di grazia, i suoi avvertimenti ignorati o ascoltati, i suoi peccati commessi e di cui ci si pente: tutto questo è ormai fissato per sempre. Ciò che abbiamo fatto quest’anno, lo abbiamo fatto per l’eternità.
Ogni anno che passa ci avvicina alla nostra fine terrena. Per alcuni il viaggio è già compiuto. Hanno varcato la soglia a cui noi ci stiamo avvicinando. Non speculano più sulla morte; la conoscono.
Il cattolico saluta la fine dell’anno non con la negazione della morte, ma con umiltà, ricordando l’antico ammonimento: Memento mori.
E alla morte segue il giudizio. Non un vago calcolo, non un resoconto simbolico, ma un giudizio particolare in cui ogni anima starà sola davanti a Cristo, senza scuse, senza paragoni, senza appelli allo spirito del tempo.
Alla fine di ogni anno, la Chiesa ci ricorda silenziosamente che ci prepariamo quotidianamente per quel giudizio. Ogni esame di coscienza, ogni confessione, ogni atto di contrizione è una preparazione a quell’incontro finale.
Un saluto di fine anno veramente cattolico non chiede quindi “È stato un buon anno?”, ma “Sono più preparato a incontrare il mio Giudice rispetto all’anno scorso?”. È questa la domanda, scomoda ma necessaria, che non dobbiamo mettere a tacere.
Ma il giudizio non è la parola finale. Per coloro che hanno amato Dio, seppur in modo imperfetto, e che si sono aggrappati alla sua misericordia, il giudizio si apre alla gloria. Il paradiso non è una consolazione poetica, ma la vera patria per la quale siamo stati creati.
Ogni anno che passa accorcia il nostro esilio. Ogni atto fedele, ogni croce sopportata pazientemente, ogni peccato confessato avvicinano l’anima al suo riposo eterno.
Come cattolici, salutarci alla fine dell’anno significa ricordarci a vicenda che questo mondo non è la nostra casa e che nessun anno, per quanto difficile, è sprecato se ci avvicina al paradiso.
La carità esige onestà. L’inferno è reale. È eterno. Ed è popolato. La Chiesa non parla dell’inferno per terrorizzare, ma per ammonire, per implorare le anime finché c’è ancora tempo. L’anno che finisce potrebbe essere l’ultimo concesso ad alcuni. La misericordia di Dio è inesauribile, ma il tempo no.
Se questa riflessione ti turba, considerala una grazia. Un’anima turbata ora potrebbe essere salvata per sempre.
Pertanto, a conclusione di quest’anno, non auguriamo ai lettori solo felicità, prosperità o successo. Queste cose svaniscono con l’anno stesso. Auguriamo perseveranza nella grazia, fedeltà alla verità, pentimento dove è necessario e coraggio dove manca. Soprattutto, auguriamo una morte santa, quando Dio, nella sua saggezza, ti chiamerà a casa.
Che il Sacro Cuore di Gesù regni nelle vostre case nel prossimo anno. Che la Madonna vi ottenga la grazia della perseveranza finale. Che san Giuseppe vi stia accanto nella vostra ultima ora.
E quando questa fugace misura del tempo avrà compiuto il suo corso, potremo incontrarci di nuovo, non allo scoccare di un altro anno, ma nell’infinito Giorno del Signore.
Che voi possiate avere un Natale davvero benedetto e un 2026 pieno di Cristo!
Devotissime in Iesu et Maria.