Tradotte o tradite? L’Investigatore Biblico e la Bibbia come Dio comanda
È da oggi in libreria “La Bibbia come Dio comanda. Le Sacre Scritture tradotte o tradite?”, scritto dall’Investigatore Biblico (che i lettori di “Duc in altum” ben conoscono) con il giornalista Saverio Gaeta.
Abbiamo intervistato il nostro amico sacerdote che si fa chiamare Investigatore Biblico.
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Senta Investigatore, quando ha iniziato la sua opera di rilettura e perché?
La mia opera di rilettura delle Sacre Scritture è iniziata molti anni fa, per un’esigenza che non era soltanto culturale o accademica, ma profondamente ecclesiale. Studiando i testi originali e confrontandoli con le traduzioni moderne, ho constatato progressivamente uno scarto sempre più evidente tra il dettato originario e alcune versioni contemporanee.
Non si tratta di semplici differenze stilistiche o di aggiornamenti linguistici. In molti casi emergono slittamenti semantici e teologici che incidono direttamente sulla comprensione della fede. Ho ritenuto dunque necessario intraprendere un lavoro sistematico di verifica, perché la Parola di Dio non appartiene a un’epoca né a una scuola teologica: appartiene alla Chiesa e ai fedeli.
Occorre dirlo con chiarezza: nel corso degli ultimi decenni si è tentato, in più punti, di protestantizzare la Parola di Dio, allontanandola dal suo significato originario per adattarla alle sensibilità e alle mode del momento. Questo non è lavoro filologico. La filologia cerca la fedeltà al testo; qui invece spesso si è introdotta una lettura ideologica che, anche quando animata da intenzioni pastorali, finisce per alterare la sostanza del messaggio biblico.
La mia ricerca nasce dunque dalla convinzione che la Scrittura debba essere restituita nella sua autenticità, senza adattamenti che ne snaturino il contenuto teologico.
Come nasce il libro?
Il libro nasce da un lungo lavoro di confronto tra manoscritti, tradizione della Vulgata, grandi traduzioni classiche e versioni contemporanee, con particolare attenzione alle edizioni attualmente in uso. Per anni ho raccolto materiali, annotazioni, varianti e riscontri filologici, senza l’idea iniziale di farne un volume organico.
La svolta è avvenuta quando il giornalista e scrittore Saverio Gaeta mi ha proposto di trasformare questo lavoro in un libro. Il nostro incontro è stato, senza esitazione, provvidenziale. Gaeta ha compreso immediatamente la portata della ricerca e la necessità di renderla accessibile a un pubblico più ampio, mantenendone il rigore documentario.
Da questa convergenza è nato il progetto editoriale: non un testo polemico, ma un’indagine strutturata, fondata su dati verificabili e su un confronto diretto con le fonti. Il volume si propone di mostrare dove e come alcune scelte traduttive abbiano inciso sul significato teologico di numerosi passi biblici e di offrire ai lettori gli strumenti per comprendere tali differenze.
È, in sostanza, il risultato di un lavoro di ricerca reso possibile da un incontro che considero davvero provvidenziale.
Che cosa c’è all’origine degli errori? Incompetenza, manipolazione? O entrambe?
In un’opera complessa come la traduzione biblica intervengono inevitabilmente molte variabili: competenze linguistiche, orientamenti teologici, criteri pastorali. Non sarebbe corretto ridurre tutto a una sola causa.
Esistono casi di approssimazione filologica e altri in cui le scelte appaiono motivate da un preciso indirizzo interpretativo. Nel loro insieme, però, queste opzioni producono un effetto convergente: l’attenuazione del linguaggio teologico tradizionale e lo slittamento del senso originario.
Il problema principale non è attribuire intenzioni, ma riconoscere gli esiti. Quando il testo biblico viene progressivamente adattato a categorie culturali contemporanee, il rischio è che la traduzione diventi reinterpretazione e che la reinterpretazione, a sua volta, modifichi la percezione della fede.
Come si può rimediare a questa situazione?
L’unico rimedio serio è tornare a un confronto rigoroso con i testi originali e con la grande tradizione testuale della Chiesa. Serve una revisione fondata su criteri filologici chiari e verificabili: manoscritti, lessico, contesto storico-linguistico, continuità con la tradizione latina e greca.
Occorre distinguere con precisione tra traduzione e adattamento pastorale. La prima deve essere fedele al testo; il secondo può eventualmente accompagnarlo, ma senza sostituirlo. Restituire la Scrittura nella sua autenticità non significa irrigidirla, ma rispettarne la natura di Parola rivelata.
Secondo lei, caro Investigatore, vescovi e sacerdoti sono consapevoli del problema?
Non sempre in modo pieno. Molti utilizzano i testi ufficiali con fiducia, senza avere la possibilità concreta di verificare ogni scelta traduttiva. Il nodo centrale è l’assenza di un confronto filologico aperto e pubblico.
Per questo rivolgo un invito esplicito alla Conferenza episcopale italiana, ai traduttori e a coloro che hanno approvato le versioni attuali: aprire un dialogo serio e documentato su questa pubblicazione. Il confronto deve svolgersi sul piano scientifico, linguistico e filologico.
La mia è una posizione chiara: la Scrittura merita un esame rigoroso. Il campo non è quello delle impressioni o delle semplificazioni pastorali, ma quello della filologia e della critica testuale.
Dichiarazione conclusiva?
La mia non è una battaglia personale, ma un impegno per restituire ai fedeli il testo biblico nella sua forma più autentica. Quando cambia la traduzione, cambia inevitabilmente anche la comprensione della fede.
Invito pubblicamente la Cei, i traduttori e i responsabili delle versioni ufficiali a un confronto filologico serio e documentato su questo lavoro. Non per polemica, ma per amore della verità del testo.
La Parola di Dio non ha bisogno di essere adattata alle mode: ha bisogno di essere trasmessa con fedeltà.
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Investigatore Biblico, con Saverio Gatea, “
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«Duc in altum. Dieci anni»
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