Don Pagliarani (FSSPX): «La nostra non è ribellione, ma una risposta a una necessità. Non possiamo denunciare la crisi senza risalire alle sue cause»
Signor superiore generale, il suo annuncio relativo alle prossime consacrazioni episcopali del 2 febbraio ha suscitato una serie di reazioni particolarmente forti. Qual è il suo parere al riguardo?
È comprensibile, poiché tocca un tema molto delicato nella vita della Chiesa. Inoltre, le ragioni di questa decisione sono oggettivamente serie: ciò che è in gioco – il bene delle anime – è una questione di primaria importanza. Il dibattito che questo annuncio ha suscitato è quindi logicamente piuttosto ampio: in fin dei conti, nessuno è rimasto indifferente. Questo è oggettivamente positivo e, provvidenzialmente, credo che corrisponda a un’esigenza molto attuale.
Negli ultimi anni, infatti, la sfera conservatrice e tradizionalista – nel senso più ampio del termine – ha talvolta dato l’impressione di restringersi a una cerchia di commentatori che esprimono analisi, aspettative e frustrazioni, spesso legittime, ma faticano a tradurre il tutto in posizioni realistiche e coerenti. Tra questi, alcuni attendono ancora una risposta della Santa Sede ai dubbi formulati dieci anni fa da quattro cardinali – due dei quali ormai deceduti – riguardo ad “Amoris laetitia”, o l’eventuale pubblicazione di un nuovo motu proprio sulla Messa tridentina.
In questo contesto, la decisione relativa alle consacrazioni non è una semplice dichiarazione: è un gesto significativo che ci obbliga a riflettere, a cogliere la vera gravità dei problemi attuali e a prendere una posizione concreta. Nulla è più urgente oggi. Senza averlo cercato, la Fraternità sacerdotale San Pio X si trova a essere strumento di un salutare sconvolgimento, uno sconvolgimento operato in ultima analisi dalla sola Provvidenza. Per la sua stessa natura, le viene offerta l’opportunità di contribuire a qualcosa di cui la Chiesa ha certamente bisogno oggi più che mai, per il suo bene e per il suo rinnovamento.
Perché ritiene che un simile cambiamento sia particolarmente necessario ora?
Quando parliamo e discutiamo incessantemente, spesso in modo frustrante, di problemi estremamente seri riguardanti la fede, gli stessi temi che sono oggetto del dibattito o del dialogo finiscono per essere percepiti come discutibili, con un rispetto sistematico per le idee altrui e le diverse sensibilità. Poco a poco, tutto diventa più relativo.
In effetti, la piaga del pluralismo dottrinale, a cui l’uomo moderno è naturalmente incline, finisce per contaminare anche le anime più sane: si scivola gradualmente nell’indifferenza; una lenta e inesorabile anestesia fa perdere il contatto con la realtà; ci si adagia in una zona di comfort, aggrappandosi a equilibri e privilegi che si è determinati a non compromettere; lo zelo e lo spirito di sacrificio si affievoliscono. Insomma, il pericolo sta nell’abituarsi alla crisi e nel viverla come una situazione normale. Tutto ciò avviene gradualmente, senza che ce ne rendiamo nemmeno conto. Chi ha una responsabilità verso le anime ha il dovere di analizzare a fondo questi meccanismi e cercare di bloccarli prima che diventino irreversibili.
Ciò che è in gioco oggi, tuttavia, non è un’opinione, né una sensibilità, né una preferenza, né una particolare sfumatura nell’interpretazione di un testo: è la fede e la morale che un cattolico deve conoscere, professare e praticare per salvare la propria anima e andare in Paradiso.
In altre parole, di fronte all’Eternità e al pericolo di perdere il Paradiso, chiacchiere, dissertazioni e dialoghi devono cedere il passo alla realtà.
Qual è questa realtà di cui parlate, e che il gesto della Fraternità può illuminare?
La realtà è che oggi più che mai è necessario riaffermare, proclamare e professare i diritti di Cristo Re sulle anime e sulle nazioni: dobbiamo avere il coraggio di predicare che la Chiesa cattolica è l’unica arca di salvezza per ogni uomo, senza distinzione; dobbiamo credere nella Redenzione, nei sacramenti, nella distruzione del peccato; dobbiamo ricordare all’umanità che la Chiesa è stata fondata per liberare le anime dall’errore, dal mondo, da Satana e dall’inferno.
Dobbiamo smettere di far credere a coloro che vivono abitualmente nel peccato, a coloro che addirittura si vantano del loro vizio innaturale, che Dio perdona tutto, sempre e in ogni circostanza, senza una vera conversione, senza contrizione, senza penitenza, senza la necessità di un cambiamento radicale; dobbiamo avere la semplicità di riconoscere che la partecipazione di un papa a un rituale in onore di pachamama nei giardini vaticani è una follia e uno scandalo indicibili; infine, e soprattutto, dobbiamo smettere di ingannare le anime e l’umanità facendo credere che tutte le religioni adorino lo stesso Dio con nomi diversi. Insomma: dobbiamo smettere di chiedere perdono al mondo per aver cercato di convertirlo, di cristianizzarlo e per aver condannato l’errore per secoli.
In questo tragico contesto, qualcuno deve essere in grado di dire: “Basta!”. Non solo a parole, ma soprattutto con azioni concrete.
Se, nell’attuale confusione, la Provvidenza fornisce alla Società di San Pio X i mezzi per proclamare chiaramente i diritti eterni di Nostro Signore, sarebbe un gravissimo peccato da parte nostra sottrarci a quest’obbligo impostoci dalla fede e dalla carità. Sono queste le premesse che ci permettono di comprendere perché la Società di San Pio X esiste e perché oggi compie consacrazioni episcopali.
Senza queste premesse, la decisione della Fraternità sacerdotale San Pio X, così come il suo stesso discorso, sarebbe priva di significato. Se non si riconosce che in gioco c’è la fede stessa, allora inevitabilmente la situazione attuale della Fraternità sacerdotale San Pio X può essere percepita solo come un problema di disciplina, ribellione o disobbedienza. Questo è, purtroppo, l’equivoco di coloro che sostengono che la Fraternità sacerdotale San Pio X consacri i vescovi solo per mantenere la propria autonomia.
Ma non è questo il punto. Le prossime consacrazioni sono un atto di fedeltà volto a preservare i mezzi per salvare la propria anima e le anime degli altri. La ricerca di un’autonomia egoistica non è la stessa cosa della salvaguardia della libertà essenziale per professare la fede e trasmetterla alle anime.
Tra coloro che si sono espressi contro le consacrazioni del 1° luglio figurano cardinali conservatori molto critici nei confronti di papa Francesco, come il cardinale Gerhard Ludwig Müller e il cardinale Robert Sarah. Come si spiega la loro posizione?
Innanzitutto, bisogna riconoscere che un conservatore critico nei confronti di papa Francesco potrebbe temere di essere associato alla Fraternità sacerdotale San Pio X e di essere demonizzato insieme ad essa. Ciò potrebbe portare alla necessità di dichiarare chiaramente di non avere nulla a che fare con noi.
Tuttavia, al di là di questo aspetto, questi cardinali e vescovi soffrono di un disagio più profondo, tipicamente moderno: l’incapacità di conciliare le esigenze della fede con quelle del diritto canonico. La fede richiede di fare tutto il possibile per professarla, preservarla e trasmetterla; al contempo, se si interpreta la legge alla lettera, ignorando le circostanze attuali, la consacrazione dei vescovi senza l’approvazione del papa sembra impossibile. Cosa fare, dunque? Questi cardinali, come altri, vivono in una sorta di dicotomia permanente che minaccia di distruggere le loro buone intenzioni: mettono a confronto queste due esigenze, in modo cartesiano, e si ritrovano schiacciati o sopraffatti dall’apparente contraddizione.
Il Magistero esiste per insegnare la fede, non per inventarla; la legge esiste per preservarla e per garantire le condizioni necessarie alla vita cristiana che da essa deve scaturire.
La Fraternità sacerdotale San Pio X, tuttavia, ritiene che questi due postulati non debbano essere semplicemente giustapposti, ma ordinati gerarchicamente, l’uno subordinato all’altro. Infatti, nella Chiesa, la purezza e la professione di fede precedono ogni altra considerazione, poiché tutti gli altri elementi che costituiscono la vita della Chiesa dipendono dalla fede stessa: il Magistero esiste per insegnare la fede, non per inventarla; la legge esiste per custodirla e garantire le condizioni necessarie alla vita cristiana che da essa deve scaturire [1]. Questa priorità deriva dal fatto che Nostro Signore stesso, incarnandosi, manifesta al mondo, prima di tutto, la Verità eterna; e che, come Legislatore, indica nel Vangelo i mezzi per conoscere questa stessa Verità e rimanervi fedeli. Vi è una priorità logica tra il primo e il secondo elemento.
Di conseguenza, la Divina Provvidenza non ha istituito la Chiesa come un sistema parlamentare di ministeri giustapposti e indipendenti. Al contrario, ha stabilito una gerarchia di priorità con lo scopo specifico e primario di preservare il deposito della fede, rafforzare i fedeli in quella fede e organizzare ogni altra cosa secondo questa esigenza fondamentale e imprescindibile. La legge, in particolare, serve a questo scopo e non a ostacolare o condannare coloro che desiderano rimanere cattolici, cioè coloro che desiderano vivere secondo la fede.
Perché ritiene che questo atteggiamento sia tipicamente moderno?
L’uomo moderno si sforza di organizzare armoniosamente i vari elementi della realtà in cui vive e della conoscenza che li analizza. Per usare un linguaggio un po’ tecnico, l’uomo moderno tende a classificare gli elementi della realtà che lo circonda in modo nominalistico: attribuisce a ciascuno di essi etichette superficiali, senza sforzarsi di arrivare al cuore dei problemi e, di conseguenza, senza riuscire a coglierli in tutta la loro complessità, le loro implicazioni e la loro interdipendenza.
Pertanto, nel caso in esame, l’applicazione della legge è completamente scollegata dalla realtà che la legge stessa dovrebbe tutelare. È proprio da questa disconnessione tra legge e realtà che emergono approcci ideologici, tipicamente moderni, in ambito sia religioso che civile. Tale atteggiamento ha due conseguenze distinte e complementari.
Per coloro che soffrono di questa dicotomia e si trovano di fronte a questo dilemma, come può accadere negli ambienti conservatori, ciò conduce al fatalismo e allo scoraggiamento, perché ci si sente intrappolati, paralizzati, incapaci di agire in modo appropriato e in conformità con le esigenze oggettive della Verità e del Bene. Chi vive costantemente in questa contraddizione esistenziale finisce per diventarne vittima, confondendo il fatalismo con la fiducia nella Divina Provvidenza.
Questo, quindi, tra coloro che detengono l’autorità, rischia di condurre a una cecità e a un indurimento del cuore irreversibili, conseguenze inevitabili dell’approccio ideologico: “la legge è la legge”, a prescindere dalle circostanze, dalle esigenze concrete o dalle buone intenzioni.
Il Signore condanna questo atteggiamento con parole molto forti: «Gesù disse loro: “Io sono venuto in questo mondo per un giudizio, affinché coloro che non vedono vedano e coloro che vedono diventino ciechi”. Udite queste parole, alcuni farisei che erano con lui gli dissero: “Siamo anche noi ciechi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste peccato; ma ora dite: noi vediamo. Perciò il vostro peccato rimane”» (Giovanni 9,39-41).
Pensa che gli insegnamenti del Vangelo possano, in qualche modo, far luce sulla situazione attuale?
Nostro Signore è l’esempio perfetto di obbedienza alla Legge di Mosè: con la Beata Vergine Maria, adempì alla lettera tutti i precetti legali, fin dai primissimi giorni della sua vita. E mantenne questa rigorosa osservanza fino all’ultimo giorno della sua vita: durante l’Ultima Cena, Gesù seguì alla lettera il rituale ebraico dell’epoca.
Tuttavia, Nostro Signore compì miracoli anche di sabato, provocando la reazione legalistica e cieca dei farisei. Gesù, Legislatore più grande di Mosè stesso, fu il primo a rispettare la legge e il primo a riconoscere l’esistenza di un bene superiore che potesse fare a meno dell’osservanza letterale della legge. Le sue parole, come sempre, valgono più di mille trattati: «Ora avvenne che Gesù entrò di sabato in casa di un capo dei farisei per mangiare, e quelli lo osservavano attentamente. Ed ecco, un uomo affetto da idropisia gli stava davanti. E Gesù, alzata la voce, disse agli scribi e ai farisei: è lecito guarire di sabato? Ma essi tacquero. Allora egli prese l’uomo per mano, lo guarì e lo mandò via. Poi disse loro: se qualcuno di voi ha un asino o un bue che cade in un pozzo, non lo tirerà fuori subito di sabato? Ma essi non seppero rispondergli» (Luca 14:1-6).
Queste parole divine non necessitano di commenti. La Fraternità sacerdotale San Pio X le accoglie con tutto il cuore. Anche noi dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per sollevare le anime dalla fossa, anche se dovessimo vivere in un sabba senza fine. Nostro Signore non era né un legalista, né un nominalista, né un cartesiano: era il Buon Pastore.
Negli ultimi mesi, al di fuori della Società, si sono levate voci a sostegno di questa iniziativa. Il vescovo Athanasius Schneider, in particolare, si è espresso più volte a favore delle consacrazioni. Come spiega la sua determinazione?
Confesso che questo sostegno alla Fraternità mi ha profondamente commosso. Diversi sacerdoti diocesani hanno espresso la loro gratitudine e il loro incoraggiamento, così come diversi vescovi. Desidero ringraziarli tutti.
Non potendo nominarli tutti qui, vorrei rivolgere un ringraziamento speciale al vescovo Strickland per il suo messaggio potente, chiaro e coraggioso. E naturalmente, anche al vescovo Schneider: ha dimostrato grande coraggio e una libertà di parola che lo rivelano come un uomo di Dio altruista, sinceramente preoccupato per il bene delle anime. Credo che il suo sostegno, e tutto ciò che ha detto in questi ultimi mesi, non passerà inosservato. Sono convinto che questo sia importante non solo per la Fraternità sacerdotale San Pio X, ma ancor più per tutti i vescovi del mondo. È un segno oggettivo di speranza: le sue parole dimostrano che la Provvidenza può in qualsiasi momento suscitare voci che dicono la verità con coraggio e fermezza, senza timore di ripercussioni personali.
Prima di lui, il vescovo Huonder, scomparso due anni fa, ci incoraggiava già a procedere con le consacrazioni. Sia lui che il vescovo Schneider erano stati incaricati dal Vaticano di dialogare con la Fraternità sacerdotale San Pietro: a differenza di altri interlocutori, sapevano ascoltare e comprendere.
Spera ancora di vedere il papa prima delle consacrazioni?
Naturalmente, ciò corrisponde al mio più sincero desiderio. Sono tuttavia sorpreso che finora non vi sia stata alcuna risposta o reazione personale da parte del Santo Padre.
Prima di dichiarare potenzialmente scismatica una società con oltre mille membri, che funge da punto di riferimento per centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo, sarebbe opportuno conoscere personalmente coloro che saranno giudicati. La sanzione proposta non riguarda solo un’istituzione – che, peraltro, non esiste agli occhi della Santa Sede – ma piuttosto delle persone, e per di più persone profondamente devote al papa e alla Chiesa.
Confesso di faticare a comprendere questo silenzio, soprattutto quando ci viene spesso ricordato l’importanza di ascoltare il grido dei poveri, il grido delle periferie e persino il grido della Terra…
Anche noi dobbiamo fare tutto il possibile per trarre anime dal pozzo, anche se viviamo in un sabba senza fine.
Ha avuto l’opportunità di incontrare papa Francesco. Che ricordo ha di lui?
Il programma che papa Francesco ha imposto alla Chiesa universale è ben noto ed è stato ampiamente commentato dalla Fraternità sacerdotale San Pio X. Credo che, purtroppo, la parola “disastro” sia la più appropriata per riassumere l’eredità che ha lasciato.
Nonostante ciò, papa Francesco ha riconosciuto, a suo modo, il bene che la Fraternità sacerdotale San Pio X fa per le anime. Da questa constatazione è scaturito un atteggiamento apparentemente ambiguo nei nostri confronti, una forma di tolleranza che ha sorpreso gli osservatori più superficiali e che a volte ha profondamente irritato gli ambienti conservatori.
Molte delle scelte di papa Francesco hanno suscitato sincera tristezza in ampie fasce della Chiesa, ma sarebbe ingiusto accusarlo di essere stato rigido e semplicistico nel valutare le persone con cui ha interagito, o nell’applicare la legge. Il suo atteggiamento lo ha spesso dimostrato. Può sembrare un dettaglio insignificante, ma quando ho chiesto un incontro con lui in Vaticano, mi è stata concessa un’udienza entro 24 ore, ed è stato straordinariamente affabile.
Negli ultimi anni, in nome di una tolleranza elevata a principio, il Vaticano ha dimostrato una notevole apertura di fronte ad alcune situazioni complesse. Ritiene che la Fraternità sacerdotale San Pio X potrebbe trarne beneficio?
L’applicazione di qualsiasi legge, buona o cattiva che sia, dipende in ultima analisi dalla volontà del legislatore. Spetta a lui decidere come intende trattare la Fraternità sacerdotale San Pio X.
Detto questo, l’apertura mostrata dal Vaticano non può essere auspicabile di per sé, poiché arriva a giustificare l’assurdo, benedicendo coppie che praticano vizi contro natura o promettendo solennemente di non convertire i seguaci di altre religioni, per citare solo due esempi. Ci troviamo di fronte a una dittatura ideologica e totalitaria della tolleranza.
Tuttavia, la Tradizione della Chiesa, che la Fraternità sacerdotale San Pio X si sforza di incarnare, rappresenta di per sé una condanna di queste deviazioni, intollerabili per chi promuove tale tolleranza. Se si analizza attentamente la situazione, le sanzioni, passate o future, rivolte alla Fraternità sacerdotale San Pio X non si oppongono tanto a un atto di disobbedienza, quanto piuttosto alla condanna vivente che esso costituisce dell’attuale linea di condotta della Chiesa.
Il ruolo che la Provvidenza sembra riservare alla Fraternità sacerdotale San Pio X è quello singolare di essere segno di contraddizione: ovvero, concretamente, una spina nel fianco dei riformatori. E la peculiarità di questa spina è che più si cerca di estirparla, più si insinua: non è la spina in sé a determinare questo effetto terapeutico, ma i duemila anni di Tradizione che essa incarna e rappresenta.
La Fraternità sacerdotale San Pio X può essere sanzionata, la messa tridentina proibita… ma questi duemila anni non potranno mai essere cancellati. Questa è la vera ragione per cui, nonostante le condanne passate, la Fraternità non ha mai cessato di essere una voce che sfida la Chiesa; ed è anche per questo che non è così facile essere tolleranti nei suoi confronti.
Verrà il giorno in cui un papa deciderà di togliere questa spina dal suo piede: potrà allora usarla come docile strumento per contribuire – questo è il nostro più profondo desiderio – a restaurare ogni cosa nel Signore Gesù Cristo.
Si dice che le prossime consacrazioni potrebbero provocare uno scisma. Eppure, alcuni all’interno della Chiesa considerano già scismatica la Fraternità sacerdotale San Pio X. Come si può spiegare questa contraddizione?
La contraddizione è reale e mette in luce una giurisprudenza che potremmo definire “fluida” da parte del Vaticano. Cerchiamo di fare chiarezza.
Dal punto di vista canonico, dopo essere stata dichiarata scismatica nel 1988, la Fraternità sacerdotale San Pio X non è mai stata liberata da questa censura: nel 2009, papa Benedetto XVI ha revocato le scomuniche inflitte ai suoi vescovi, ma senza annullare la precedente dichiarazione di scisma. Allo stesso tempo, la Fraternità sacerdotale San Pio X non ha modificato le proprie posizioni dottrinali e ha mantenuto la stessa identica giustificazione per le consacrazioni episcopali passate e future. In altre parole, coerentemente con la sua convinzione che le censure inflittele fossero nulle e invalide, non ha mai ritrattato la propria posizione.
Per queste ragioni, i canonisti “rigorosi” la considerano ancora scismatica. È in questo senso che dobbiamo interpretare le dichiarazioni esplicite del cardinale Raymond Burke, già prefetto del Supremo tribunale della Segnatura apostolica, o del vescovo Camille Perl, già segretario della Commissione Ecclesia Dei abolita nel 2019. È anche in questa prospettiva che dobbiamo comprendere il modo in cui venivano trattati i sacerdoti che lasciavano la Fraternità sacerdotale San Pio X per entrare in strutture ufficiali: la loro scomunica per scisma e la sospensione venivano revocate, ed essi venivano invitati a confessarsi per ricevere l’assoluzione anche nel foro interno.
La Tradizione della Chiesa, che la Fraternità sacerdotale San Pio X si sforza di incarnare, rappresenta di per sé una condanna di questi eccessi, intollerabili per coloro che promuovono tale tolleranza.
Contro questa interpretazione si pone la figura del cardinale Dario Castrillón Hoyos [2], molto più flessibile, e soprattutto quella di papa Francesco, che non ha mai considerato la Fraternità sacerdotale San Pio X scismatica e che ci ha esplicitamente detto che non l’avrebbe mai condannata. In effetti, anche il cardinale Fernández e papa Leone XIV potrebbero essere inclusi in questa lista: se infatti cercano di evitare uno scisma, significa che non ci considerano già scismatici. Lo stesso vale per i cardinali e i vescovi che cercano di scoraggiare le consacrazioni per evitare uno scisma.
A questo punto, però, si pone una duplice questione: in primo luogo, se questa è la loro paura, non è chiaro quando, come o perché avremmo cessato di essere scismatici ai loro occhi. In secondo luogo, se la Santa Sede stessa, nella pratica, non considera valida la dichiarazione di scisma del 1988, che valore potrebbe avere una nuova dichiarazione di scisma, pronunciata per ragioni e in circostanze del tutto equivalenti?
Quel che è certo è che nel 1988 il Vaticano predisse che la Fraternità sacerdotale San Pio X, dopo essere stata dichiarata scismatica, si sarebbe sciolta entro pochi anni. Invece, non solo non si sciolse, ma continuò a crescere. E soprattutto, nonostante una dichiarazione di scisma manifestamente ingiusta, non cessò mai di essere opera della Chiesa e di operare per la Chiesa: questa realtà è talmente evidente che, nonostante la condanna del 1988, la Santa Sede stessa finì per riconoscerla nella pratica.
Una possibile causa di queste incongruenze canoniche risiede nel concetto “fluido” e modernista di “non piena comunione”, secondo il quale la stessa persona può essere considerata sia cattolica che non cattolica, membro e non membro della Chiesa. Ovviamente, se qualcuno è “parzialmente” figlio della Chiesa, il diritto canonico può applicarsi a lui solo in modo altrettanto parziale, secondo valutazioni e criteri arbitrari e variabili.
Ciò dimostra come un errore ecclesiologico conduca inevitabilmente a errori giuridici, o quantomeno a giudizi confusi, incoerenti e “fluidi”.
A sostegno dell’accusa di scisma, si argomenta che una consacrazione episcopale comporterebbe sempre, in ogni caso, il trasferimento del potere giurisdizionale al nuovo vescovo, con l’inevitabile conseguenza, in assenza del consenso del Papa, di creare una gerarchia parallela e quindi una Chiesa parallela. La Fraternità sacerdotale San Pio X ha già risposto a questa obiezione [3]. Poiché si tratta di un punto estremamente delicato, desidera aggiungere ulteriori considerazioni?
Questo punto è assolutamente centrale. Infatti, l’accusa si fonda su una premessa modernista. Credo valga la pena cercare di capire perché l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II insegna che un nuovo vescovo riceve sempre, in ogni circostanza, insieme al potere dell’Ordine sacro, quello della giurisdizione.
Ricordiamo brevemente che il potere dell’Ordine sacro consiste nella capacità di amministrare i sacramenti, mentre la giurisdizione designa il potere di governare, cum Petro et sub Petro (con e sotto il papa), una parte del gregge, di solito una diocesi. Nella teologia classica, confermata dal diritto canonico tradizionale e soprattutto dalla prassi costante della Chiesa – potremmo dire, secondo la Tradizione – il potere di governare è conferito direttamente al vescovo dal papa, indipendentemente dalla consacrazione. Per questo motivo possono esserci vescovi regolarmente consacrati ai quali non è affidata alcuna giurisdizione specifica, come i vescovi ausiliari o quelli incaricati di specifiche missioni diplomatiche.
La Società di San Pio X non ha mai cessato di essere opera della Chiesa e di operare per la Chiesa: la Santa Sede stessa lo ha finalmente riconosciuto nella pratica.
All’epoca del Concilio, questa visione era considerata troppo tradizionale, troppo medievale, troppo romana: l’intervento diretto ed esclusivo del Vicario di Cristo nell’attribuzione della giurisdizione riduceva i vescovi nominati a semplici delegati o rappresentanti del papa. Al contrario, l’idea che ogni vescovo dovesse ricevere la giurisdizione universale immediatamente da Dio al momento della consacrazione lo rendeva, in un certo senso, uguale al Papa, riducendo il ruolo del Vicario di Cristo a quello di un semplice rettore di un collegio, “primo tra pari”. Questo nuovo postulato, dunque, non faceva altro che sostenere la teoria modernista della collegialità [4], fondamento della democratizzazione della Chiesa.
Inoltre, un’altra conseguenza di questa ridefinizione fu il suo orientamento verso un maggiore ecumenismo. Infatti, per riconoscere una certa “ecclesialità” nelle comunità scismatiche orientali (ovvero quelle realmente scismatiche) e considerarle “Chiese sorelle”, ponendo così solide basi per il dialogo ecumenico, si rese necessario valorizzare la loro successione apostolica al punto da riconoscere la loro reale giurisdizione sui fedeli, nonostante la completa separazione da Roma e dal papa. Il loro status di “Chiesa” sarebbe quindi derivato dall’avere vescovi non solo validamente consacrati, ma anche dotati di una reale autorità sulle anime, derivante dalla consacrazione stessa, indipendentemente da qualsiasi intervento papale. Questo approccio facilitò la concezione dell’esistenza, all’interno di queste comunità, di una vera e propria gerarchia ecclesiastica, nel senso più pieno del termine. Senza questa preliminare manipolazione ecclesiologica, sarebbe stato impossibile riconoscere la loro autentica “ecclesiologia”.
Non possiamo limitarci a deplorare gli effetti senza risalire alle loro vere cause: dobbiamo avere il coraggio di andare oltre e riconoscere che questa crisi ha origine in insegnamenti ufficiali che sono spesso ambigui e talvolta chiaramente in contrasto con la Tradizione.
È a questa stessa prospettiva ecumenica che si lega un’altra manipolazione ecclesiologica: il concetto elastico di “comunione incompleta”, menzionato nella domanda precedente. In termini pratici, si afferma che tutte le “chiese” cristiane facciano parte di una “super-Chiesa” – la Chiesa di Cristo, più grande della Chiesa cattolica – e che mantengano con essa una comunione più o meno completa, a seconda delle lacune della loro dottrina. Questo concetto, anch’esso modernista, mira a promuovere una presunta unità nascente con le altre “chiese”. Ma è fuorviante. In realtà, o si è in comunione con la Chiesa cattolica sotto ogni aspetto, o se ne è separati: non esiste una posizione intermedia. Paradossalmente, questa nozione, concepita come strumento al servizio del dialogo ecumenico, destinata a giustificare un cammino comune tra “chiese” che si riconoscono come “sorelle”, viene utilizzata anche nei confronti della Fraternità sacerdotale San Pio X, che la considera assurda.
Ciò che è particolarmente deplorevole del rimprovero rivolto alla Società è che questa specifica accusa di scisma o di “non essere in piena comunione”, che si fonda su postulati modernisti, collegiali ed ecumenici, è formulata non solo dal Vaticano, ma anche da certi leader di circoli e istituti che si fanno chiamare “Ecclesia Dei” [5]. Paradossalmente, attaccano la Società di San Pio X citando e difendendo gli errori ecclesiologici del Concilio Vaticano II. Invece di evidenziare questi errori in modo costruttivo – come teoricamente potrebbero – li usano per lapidare la Società di San Pio X. Si tratta, tuttavia, di pietre di gomma.
Per quanto riguarda la giurisdizione e l’autorità nella Chiesa, la Fraternità sacerdotale San Pio X come vede la possibilità di nominare suore o laici a incarichi di responsabilità?
La questione è assolutamente pertinente, soprattutto considerando che attualmente un dicastero romano, quello preposto agli istituti di vita consacrata, anziché avere un cardinale e un vescovo come prefetto e segretario rispettivamente, è affidato a due suore.
Non voglio essere ironico, perché sarebbe offensivo. Mi limiterò a sottolineare che il Vaticano, a suo modo, dimostra di essere ancora perfettamente in grado di distinguere tra il potere degli ordini e l’attribuzione del potere giurisdizionale: infatti, a mia conoscenza, suor Simona Brambilla, l’attuale prefetta, non è mai stata ordinata diacono, sacerdote o vescovo; non ha nemmeno ricevuto la tonsura clericale. Lo stesso vale per la suora segretaria.
A parte la Fraternità sacerdotale San Pio X, molti oggi riconoscono sinceramente che all’interno della Chiesa si sta verificando una crisi, soprattutto in materia di fede. Tuttavia, alcuni criticano la Fraternità sacerdotale San Pio X per essersi isolata nel proprio operato, senza considerare a sufficienza l’esistenza di altre diagnosi. Ritiene giustificata questa critica?
Credo che la Fraternità sacerdotale San Pio X abbia colto perfettamente nel segno su questo punto specifico. Molti di noi concordano sul fatto che la Chiesa stia attraversando una crisi e che questa crisi stia influenzando la fede: la Fraternità sacerdotale San Pio X lo riconosce e lo conferma.
Non possiamo però limitarci a lamentarci degli effetti senza risalire alle loro vere cause: dobbiamo avere il coraggio di andare oltre e riconoscere che questa crisi ha origine negli insegnamenti ufficiali, spesso ambigui e talvolta chiaramente in contrasto con la Tradizione. In particolare, dobbiamo comprendere che la crisi attuale è unica in quanto coinvolge la gerarchia della Chiesa e gli insegnamenti che essa propone.
In una situazione del genere, non si può rimanere in silenzio: gli errori devono essere chiaramente riconosciuti e denunciati da chi è in grado di farlo. Non basta fingere di non vederli o sperare che scompaiano con il tempo. Testi come “Amoris laetitia o “Fiducia supplicans”, ad esempio, suscitarono notevoli polemiche; poi tutto si calmò, la gente andò avanti e quasi nessuno ne parla più. Ma le decisioni e gli errori che contengono restano in vigore: non possono essere corretti nella speranza che vengano dimenticati.
La Fraternità sacerdotale San Pio X esiste per ricordare questo ai fedeli e alla gerarchia. Considera questo un suo dovere, non in spirito di sfida o disobbedienza, ma come un servizio reso alla Chiesa. In questo senso, non è corretto affermare che si isoli: parla davanti a tutta la Chiesa e si rivolge a tutti i cattolici perplessi, senza distinzione.
Per chiunque affronti queste questioni senza pregiudizi ideologici, un’osservazione è ineludibile: la rottura non ha origine nella Fraternità sacerdotale San Pio X, bensì nella palese divergenza tra gli insegnamenti ufficiali e la Tradizione e il costante Magistero della Chiesa.
Come può l’insegnamento ufficiale della Chiesa contenere errori?
La questione è estremamente delicata e complessa, e solo la Chiesa potrà un giorno fornire una spiegazione soddisfacente e definitiva di ciò che è accaduto e che continua ad accadere oggi. Quel che è certo è che un errore non può essere insegnato dal Magistero della Chiesa propriamente detta. E i fatti sono evidenti: ci troviamo, ahimè, di fronte all’insegnamento di alcuni gravi errori. Ma che si tratti dei testi di un Concilio che intendeva essere non dogmatico, o di semplici esortazioni pastorali, omelie o dichiarazioni occasionali – persino dialoghi con il mondo, discorsi improvvisati in aereo o conversazioni con i giornalisti – quando elementi non dogmatici vengono presentati come tali, ciò non può costituire un autentico Magistero.
La Fraternità sacerdotale San Pio X rimane in perfetta comunione con tutti i papi della storia, senza eccezione, in ciò che hanno in comune: il deposito della fede, fedelmente ricevuto, conservato e trasmesso attraverso i secoli.
Per fare un esempio, un eminente prelato romano mi ha recentemente spiegato che la Dichiarazione di Abu Dhabi non dovrebbe essere considerata parte del Magistero, poiché si tratta semplicemente di un testo scritto per un’occasione specifica. Credo che un giorno, con un po’ di flessibilità e buon senso, un papa affermerà qualcosa di simile – e pubblicamente – riguardo a tutta una serie di testi problematici che non possono essere considerati magisteriali nel senso tecnico del termine. La Curia romana possiede un’esperienza e una finezza senza pari nel fare le distinzioni necessarie; le manca solo la volontà di farlo.
In ogni caso, un chiarimento definitivo spetta alla Chiesa stessa, e non alla Fraternità sacerdotale San Pio X. Il nostro ruolo si limita a respingere fedelmente tutto ciò che rompe con la Tradizione e con il Magistero costante. Così facendo, la Fraternità sacerdotale San Pio X rimane in perfetta comunione con tutti i papi della storia, senza eccezione, in ciò che hanno in comune: il depositum fidei, fedelmente accolto, custodito e trasmesso attraverso i secoli.
In molti ambiti della vita ecclesiale, come quello liturgico, sono evidenti gli abusi. Perché la Fraternità sacerdotale San Pio X parla sempre di errori e non di abusi?
È evidente che esistono abusi che vanno oltre i limiti delle riforme stesse. La Fraternità sacerdotale San Pio X lo riconosce senza esitazione.
Ma la costante retorica dell’abuso, particolarmente diffusa durante il pontificato di papa Benedetto XVI, non è sufficiente a spiegare la crisi. Essa crea addirittura un alibi sistematico che ci impedisce di arrivare al cuore del problema. La riforma liturgica, ad esempio, presenta difficoltà che indubbiamente derivano dai suoi stessi principi, a prescindere da eventuali abusi. Le preghiere ecumeniche e interreligiose, per fare un altro esempio, sono espressione di un errore teologico, anche se si cerca di evitare atti espliciti di sincretismo per scongiurare quello che potrebbe apparire come un abuso.
Soprattutto, la retorica dell’abuso liturgico, o dell’abuso nell’interpretazione dei testi, tende a incolpare i singoli individui coinvolti – ritenuti responsabili di tali abusi o incapaci di reprimerli – piuttosto che i principi viziati che sono alla radice dell’attuale catastrofe. Eppure sono proprio questi principi che meritano di essere denunciati.
Questa non è una ribellione, ma una risposta a una crudele necessità.
Confesso di essere rimasto colpito, negli ultimi anni, dalla reazione aspra e sistematica di un certo ambiente conservatore, alquanto miope, che ha attaccato papa Francesco personalmente, anziché il Concilio e la continuità della sua applicazione dottrinale fino ad oggi. Un simile atteggiamento porta a sperare, almeno per qualche mese, che ogni nuovo papa eletto risolva la crisi, senza mettere in discussione i nuovi principi, come se tutto dipendesse dalla volontà personale del nuovo pontefice, più o meno determinato a condannare o reprimere gli abusi. Si tratta di una retorica superficiale che non convince più un osservatore attento e onesto.
Non vi sembra un’esagerazione, come ha già sottolineato in altre occasioni la Fraternità sacerdotale San Pio X, ritenere che una vita cristiana autentica sia oggi impossibile in una parrocchia ordinaria? È così ovvio lo stato di “necessità” che corrisponde a tale affermazione? Non è forse un concetto “utile”, elaborato per giustificare le consacrazioni che l’istituzione richiede?
La Società di San Pio X è pienamente consapevole della natura tragica e dolorosa di questa affermazione. Si tratta di una questione estremamente seria che richiede un’attenta riflessione.
Innanzitutto, non si tratta di negare che, nonostante tutti i problemi e le carenze che affliggono le parrocchie ordinarie, i buoni sacerdoti e i buoni fedeli possano comunque raggiungere la santificazione e salvare le proprie anime. Nonostante circostanze fondamentalmente sfavorevoli, la grazia di Dio può toccare le anime, e ne conosciamo alcuni esempi. Per molti, inoltre, la sofferenza reale della loro situazione diventa una vera fonte di santificazione, spingendoli spesso a cercare la Tradizione.
Ciò detto, quanto afferma la Fraternità sacerdotale San Pio X va compreso oggettivamente, non soggettivamente. Per valutare veramente la situazione di queste parrocchie, è dovere di ogni persona di buona volontà porsi domande precise davanti a Dio, in preghiera, ricercando una risposta soprannaturale dettata non da impressioni positive o negative, né da pregiudizi ideologici, ma dalla ragione illuminata dalla fede.
Può la messa di Paolo VI esprimere e nutrire pienamente la fede cattolica? Trasmette adeguatamente il senso del sacro, del trascendente, del soprannaturale, del divino? Questo rito permette di cogliere il vero significato del sacerdozio cattolico?
In una parrocchia o in un centro pastorale ordinario, ovvero dove la predicazione si svolge secondo le attuali linee guida dottrinali, la fede cattolica viene ancora insegnata nella sua interezza? Il catechismo impartito ai bambini è ancora cattolico e in grado di formarli per tutta la vita?
Le questioni, di estrema attualità e delicate, relative alla morale matrimoniale o all’accesso all’Eucaristia in situazioni irregolari, vengono ancora affrontate in conformità con il diritto canonico? Il sacramento della penitenza viene ancora amministrato con un autentico senso di Redenzione e di peccato, della sua gravità e delle sue conseguenze?
Più in generale, quali frutti hanno prodotto universalmente le riforme nella vita concreta dei fedeli?
A tutte queste domande – e ad altre simili – la Fraternità sacerdotale San Pio X risponde in modo chiaro e coerente; poi, sulla base di tale analisi, poiché la realtà si impone, giunge a riconoscere lo “stato di necessità”.
L’affermazione della Fraternità sacerdotale San Pio X è dunque frutto di un sano realismo, non di un pregiudizio ideologico. La tragicità di questa osservazione è semplicemente commisurata alla tragedia della realtà.
Non crede che, nonostante le migliori intenzioni, la Fraternità sacerdotale San Pio X rischi di lacerare nuovamente le famiglie, il mondo della Tradizione e la Chiesa stessa?
Forse mai prima d’ora la Chiesa ha sperimentato una divisione così profonda, e nessuno può rallegrarsene.
Questa divisione, tuttavia, non è causata dalla fedeltà alla Tradizione, bensì da un allontanamento da essa: la crisi del Magistero, le ambiguità, gli errori e l’inculturazione portano all’interpretazione e alla reinterpretazione di ogni cosa, moltiplicando i modi di giudicare che, alla lunga, causano inevitabili divisioni. Per usare un’immagine ben nota, è tutto ciò che lacera la veste di Cristo. La Fraternità sacerdotale San Pio X, attraverso la fedeltà alla Tradizione, si propone semplicemente di contribuire a ricucirla costantemente.
Quanto alla possibilità che tutti i tradizionalisti lavorino e lottino insieme, la Società di San Pio X la auspica con tutto il cuore. Ma ciò non deve essere realizzato attraverso una sorta di ecumenismo in miniatura: può avvenire solo nella completa fedeltà alla Tradizione integrale, se questa lotta aperta deve giovare a tutti, compresi coloro che non sono d’accordo con noi.
La vera, duratura e incrollabile unità non può avere altro fondamento se non la Tradizione della Chiesa.
Infine, riguardo alle possibili divisioni all’interno della stessa famiglia, dobbiamo ricordare con coraggio queste parole di Nostro Signore, senza scandalizzarci, senza cadere nell’amarezza, ma sostenendo coloro che soffrono: «Non pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma spada. Perché sono venuto a mettere l’uomo contro suo padre, la figlia contro sua madre e la nuora contro la suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Matteo 10:34-37).
Una domanda retrospettiva. Il particolare periodo che la Fraternità sacerdotale San Pio X sta attraversando rievoca nei membri più anziani ricordi ed emozioni del 1988. Questa data segna indubbiamente un punto di svolta decisivo nell’opera dell’arcivescovo Lefebvre. Quale affermazione del fondatore della Fraternità sacerdotale San Pio X le viene in mente per prima?
In una conversazione privata, l’arcivescovo Lefebvre confidò che avrebbe preferito morire piuttosto che trovarsi in opposizione al Vaticano. Ciò dimostra lo spirito con cui preparò le consacrazioni del 1988. Allora, come oggi, non si trattò di una ribellione, ma della risposta a una crudele necessità: una decisione necessaria e inevitabile, ma presa a malincuore.
In un’altra occasione, l’arcivescovo Lefebvre dichiarò, con calma e in modo profondamente soprannaturale, che se la Compagnia di San Pio X non fosse opera di Dio, non sarebbe continuata e non gli sarebbe sopravvissuta. Non spetta a noi rispondere a questa domanda. Ma la storia ha già iniziato a parlare.
A suo parere, quando e come finirà la crisi nella Chiesa e, con essa, questo senso di disgregazione generale, sia all’interno che all’esterno della Chiesa stessa?
Solo la Provvidenza ha la risposta precisa a questa domanda. Per quanto mi riguarda, suppongo che dopo aver cercato invano e disperatamente la pace e l’unità nella collegialità, nel sinodo, nell’ecumenismo, nel dialogo, nell’ascolto, nell’inclusione, nella comune preoccupazione per l’ambiente, nella fraternità umana, nell’incessante proclamazione dei diritti umani eccetera, le autorità si renderanno finalmente conto – troppo tardi – che la vera, duratura e incrollabile unità non ha altro fondamento possibile se non la Tradizione della Chiesa.
Inoltre, quando la crisi avrà mostrato tutte le sue conseguenze, quando l’apostasia sarà ancora più diffusa e le chiese vuote, queste autorità finalmente comprenderanno che non c’era nulla da inventare: era semplicemente necessario essere fedeli a Cristo Re e proclamare, come i primi martiri, i suoi diritti immateriali di fronte a un mondo neopagano.
Una cosa è certa: poiché l’autodistruzione della Chiesa ha avuto origine a Roma, solo da Roma e attraverso Roma avrà fine questa terribile crisi. Tuttavia, i semi di questa ricostruzione della Chiesa sono già all’opera: portano umilmente frutto nelle anime ravvivate dallo spirito di Nostro Signore e nelle anime in cui si prepara silenziosamente la venuta di coloro che un giorno riporteranno la regalità di Gesù Cristo al suo pieno splendore.
Solo da Roma e attraverso Roma questa terribile crisi avrà fine.
Certamente, la crisi si sta protraendo più a lungo di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. Ciò è dovuto, a mio modesto parere, all’intrinseca difficoltà che la Chiesa incontra oggi nel reagire. Un corpo sano può reagire con relativa facilità agli agenti patogeni che lo attaccano; ma più un corpo è debole, maggiore è la difficoltà. Allo stesso modo, la crisi che stiamo vivendo è stata provocata dall’attacco di principi perniciosi a menti già indebolite, un indebolimento iniziato ben prima delle riforme.
Tuttavia, come in ogni prova, dobbiamo riconoscere l’opera della Provvidenza e armarci di pazienza. Più a lungo dura la crisi, più Satana infuria, più splendente sarà il trionfo della Tradizione e, soprattutto, più si rivelerà al mondo che la Chiesa è infallibile e divina.
Mai prima d’ora la promessa del Signore ci ha colmato di gioia e speranza come oggi: «Le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa» (Mt 16,18).
Inoltre, la certezza di questo trionfo è assicurata innanzitutto da Colei che annienta tutte le eresie: «Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà».
Intervista rilasciata a Menzingen il 19 aprile 2026, domenica del Buon Pastore.
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[1] Questo ordine fondato sulla trasmissione della fede è una nozione classica del diritto canonico. Citiamo un autore fra altri: «Ut patet, fundamentum vitæ supernaturalis Ecclesiæ curæ et potestati concreditæ est fides»; «Come è evidente, la fede è il fondamento della vita soprannaturale affidata alla cura e all’autorità della Chiesa». Il diritto dovrà dunque determinare in modo organico tutto ciò che riguarda la fede: «quæ respiciunt fidei prædicationem, explicationem, susceptionem, exercitium, professionem externam, defensionem et vindicationem»; «tutto ciò che riguarda la predicazione della fede, la sua spiegazione, la sua ricezione, il suo esercizio, la sua professione esterna, la sua difesa e la confutazione degli errori», in Gommarus Michiels OFM Cap., “Normæ generales juris canonici”, Parigi, 1949, vol. 1, p. 258.
[2] Il cardinale Castrillón Hoyos ha ripetutamente affermato negli anni 2000 che la Fraternità sacerdotale San Pio X “non è in scisma”, ma si trova in una “situazione canonica irregolare” che deve essere regolarizzata all’interno della Chiesa.
[3] Lettera di padre Davide Pagliarani al cardinale Víctor Manuel Fernández, datata 18 febbraio 2026, Appendice 2.
[4] Questa dottrina considera il collegio episcopale come un secondo soggetto di suprema autorità nella Chiesa, accanto al Papa: di conseguenza, tende a trasformare la Chiesa in una sorta di concilio permanente, giustificando l’onnipotenza delle conferenze episcopali e la continua riforma sinodale.
[5] Di particolare rilievo sono gli studi dell’abate Josef Bisig, fondatore della Fraternità di San Pietro, e di padre Louis-Marie de Blignières, fondatore della Fraternità di San Vincenzo Ferrer.
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