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Il “Filioque”: il mistero dello Spirito Santo e la grande frattura tra Oriente e Occidente (seconda parte)

Dalla teologia della Trinità all’Impero bizantino: quando una questione sul modo di procedere dello Spirito divenne una delle ferite più profonde della cristianità.

di Giulio Ferri

Una parola latina che diventa anche una questione politica

Ma se la questione fosse rimasta esclusivamente teologica, probabilmente la storia sarebbe stata diversa.

Il problema è che il cristianesimo del primo millennio non viveva in un vuoto culturale. Roma e Costantinopoli erano due centri di civiltà, due mondi linguistici, due sensibilità liturgiche e teologiche sempre più differenti.

Da una parte l’Occidente latino, progressivamente trasformato dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente e costretto a ridefinire il proprio rapporto con i nuovi regni germanici. Dall’altra Costantinopoli, capitale dell’Impero romano d’Oriente, convinta di custodire la continuità dell’antico Impero cristiano.

Non dobbiamo dimenticare che per un cristiano bizantino l’Impero non era semplicemente una struttura politica. Era parte di un universo culturale e religioso nel quale la fede cristiana, la liturgia, l’ordine imperiale e la coscienza della continuità romana si intrecciavano profondamente.

Costantinopoli si considerava la Nuova Roma. Roma, invece, continuava a rivendicare il primato della Sede di Pietro. E così, dietro le dispute teologiche, cominciava a comparire una domanda molto più concreta: chi possiede l’autorità nella Chiesa universale?

Il patriarca di Costantinopoli era disposto a riconoscere un primato d’onore a Roma, ma il significato concreto del primato romano costituiva una questione sempre più controversa. Roma, dal canto suo, vedeva nel primato petrino qualcosa di più di una semplice precedenza cerimoniale. Il Filioque finì così per diventare anche il simbolo di una frattura culturale più profonda.

Il mondo bizantino e la paura di un’Occidente che cambia

Per comprendere la sensibilità bizantina bisogna anche ricordare che l’Oriente guardava all’Occidente con un misto di rispetto e crescente diffidenza. Roma era la città apostolica per eccellenza, la sede di Pietro e Paolo. Ma l’Occidente latino aveva sviluppato forme liturgiche proprie, discipline proprie, linguaggio teologico proprio. L’Oriente aveva invece conservato una straordinaria varietà di tradizioni orientali, unite però da una forte coscienza della continuità patristica e conciliare.

Il problema non era semplicemente che i greci fossero «conservatori» e i latini «innovatori». Sarebbe una caricatura. La questione era più profonda: quanto può svilupparsi una tradizione senza alterare il deposito della fede? E qui il Filioque diventa un caso esemplare. Per i latini, l’aggiunta esprimeva in modo più completo una verità già presente nella Tradizione. Per molti orientali, invece, intervenire unilateralmente nel testo del Credo ecumenico rappresentava un problema tanto teologico quanto ecclesiologico.

Chi aveva il diritto di modificare una formula approvata da un concilio ecumenico? E se Roma poteva farlo senza il consenso dell’Oriente, cosa significava questo per la struttura della Chiesa? La questione del Filioque, quindi, non riguardava soltanto una preposizione. Riguardava anche la concezione dell’autorità nella Chiesa.

Il 1054: uno Scisma non nato da una sola parola

Arriviamo così al 1054, data tradizionalmente associata al Grande Scisma. È però necessario essere molto prudenti. Dire che «lo Scisma d’Oriente fu causato dal Filioque» è storicamente insufficiente. Le cause furono numerose: tensioni sul primato romano, divergenze liturgiche e disciplinari, rivalità politiche, incomprensioni culturali, questioni ecclesiologiche e teologiche. Il Filioque fu certamente una delle questioni più importanti, ma non fu l’unico motivo della rottura.

Nel 1054 il cardinale Umberto di Silva Candida, legato di papa Leone IX, depose una bolla di scomunica sull’altare di Santa Sofia. Il patriarca Michele Cerulario rispose con una condanna dei legati. La scena è diventata simbolica. Roma e Costantinopoli, che per secoli avevano confessato insieme il Credo, si trovavano ora davanti a una frattura che sarebbe diventata progressivamente sempre più profonda.

E tuttavia anche qui dobbiamo ricordare una cosa che spesso dimentichiamo: gli uomini del 1054 non avevano necessariamente la percezione di stare creando una separazione definitiva e irreversibile tra due mondi cristiani. La storia avrebbe dato a quella frattura una portata molto maggiore. La separazione si consolidò progressivamente, fino a diventare una delle grandi tragedie della cristianità.

2.continua

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La prima parte è uscita ieri.

Aldo Maria Valli:
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