Il pontificato del “vedremo”
di Carlos Balén
Leone XIV è papa da più di quindici mesi e già è possibile descrivere il suo metodo di governo con precisione notarile: consiste nel non governare i conflitti. Governa tutto il resto. Nomina sostituti, ritocca regolamenti, convoca concili di ascolto cronometrati, corregge il Vicariato di Roma dopo il prescritto gruppo di studio. Ma i fascicoli che scottano restano esattamente dove li ha lasciati Francesco, con quel donec aliter provideatur del 9 maggio 2025 convertitosi in strategia non ufficiale del pontificato.
Quella che allora sembrava prudenza nella transizione è oggi un sistema: la scommessa che i problemi cadano in prescrizione prima che lui debba risolverli.
Negli Stati Uniti esiste una figura per questo atteggiamento: il pocket veto. Il presidente che non vuole firmare una legge né pagare il prezzo politico di vietarla se la tiene in tasca e lascia che la chiusura della legislatura la uccida per lui. Prevost, nato a Chicago, conosce il metodo. Il suo pontificato lo sta elevando a categoria canonica.
Iniziamo dal prefetto del Dicastero per la dottrina della fede. Víctor Manuel Fernández non l’ha toccato: l’ha lasciato dov’era, che è il modo più economico di confermarlo. Il papa lo riceve, lo protegge quando infuria la tempesta mariana e gli affida il compito di gestire Écône. Quello che non fa è pronunciarsi sul merito: “Fiducia supplicans” resta in vigore senza che Leone XIV l’abbia fatta propria né corretta, le richieste di avvicendamento si accumulano senza risposta e il cardinale governa il dicastero più delicato della Curia con un titolo provvisorio che dura ormai da quindici mesi. A settembre ha criticato le benedizioni rituali di coppie dello stesso sesso nel nord Europa, ma il documento che le ha generate rimane intatto.
La Germania è il caso da manuale. La conferenza sinodale, erede del vietato consiglio sinodale, è stata approvata a febbraio dai vescovi tedeschi con una maggioranza di due terzi sfiorata per il rotto della cuffia, quattro diocesi ai margini (Colonia, Ratisbona, Eichstätt, Passau) e il cardinale Marx che esclama «non voglio questo!» davanti al meccanismo di supervisione episcopale. Il 31 marzo, Wilmer è andato a Roma, ha consegnato gli statuti a Iannone e ha chiesto il riconoscimento della Santa Sede. Cinque mesi dopo, la risposta ufficiale è che Roma «ha ancora bisogno di un po’ di tempo». La sessione costituente era stata convocata per il 6 e 7 novembre a Stoccarda: lo stesso Wilmer ammette ormai che probabilmente non si terrà. Non c’è bisogno di dire no quando il calendario dice no per te. Interrogato sull’argomento nel suo primo viaggio, il papa ha liquidato la questione con un «vedremo» che merita di figurare nei manuali di diplomazia pontificia. E sullo sfondo, come raccontavamo qualche giorno fa a proposito della cena di Castel Gandolfo con i grandi donatori americani, l’aritmetica che rende possibile l’attesa: una cassa che dipende sempre meno dalla Kirchensteuer negozia con più calma.
Con l’Opus Dei l’attesa non si misura più in mesi ma in pontificati. Francesco ordinò l’adeguamento degli statuti nel 2022 con “Ad charisma tuendum”; l’Opera consegnò la sua proposta l’11 giugno 2025, e a febbraio di quest’anno Leone XIV comunicò personalmente al prelato monsignor Ocáriz che il processo «è ancora in fase di studio» e che «non si può ancora prevedere una data di pubblicazione». Quattro anni di provvisorietà statutaria per l’istituzione più ossessionata della Chiesa dalla propria sicurezza giuridica, con la causa argentina delle numerarie ausiliarie riattivata sullo sfondo e il centenario del 2028 che si avvicina senza che nessuno nella prelatura sappia cosa sarà canonicamente l’Opera quando lo celebrerà. La sala d’attesa come regime giuridico.
Torreciudad è la miniatura perfetta del metodo. Arellano, decano della Rota, è stato nominato nell’ottobre 2024 commissario pontificio plenipotenziario per chiudere la lite tra la prelatura e il vescovo Pérez Pueyo. Ha ascoltato le parti, ha redatto la sua relazione e l’ha consegnata. La relazione dorme da mesi sulla scrivania del papa, in attesa di una valutazione che non arriva. Il 12 settembre il commissario presiederà la Giornata mariana della famiglia nel santuario conteso senza nulla da annunciare: un plenipotenziario la cui unica potestà esercitata fino ad oggi è la pazienza.
“Traditiones custodes” è un altro esempio di come l’inazione esploda: la FSSPX, bisognosa di garantirsi il nutrimento spirituale, ha fatto esplodere una bomba a orologeria.
Decidere ha un prezzo e aspettare sembra gratis. È il calcolo del funzionario, non quello del pastore, e ha un difetto: i problemi ecclesiali non muoiono da soli, esplodono.
“Vedremo”, ha detto il papa. Lo stiamo vedendo.



