Delpini stanco, Repole imperterrito. La sinodalità ambrosiana e quella peimontese

di Eusebio Episcopo

Da Milano l’arcivescovo mette in fila stanchezza, documenti inutili e partecipazione che non incide, fino a chiedersi se il percorso voluto da Francesco non sia “un’impresa fallimentare”. A Torino, invece, nessun ripensamento: tra arnie, potature e secolarizzazione

L’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, che il 29 luglio scorso ha compiuto 75 anni, ha presentato le dimissioni al Santo Padre, che le ha accettate nunc pro tunc, prorogandolo ancora per un anno. Con il tradizionale Pontificale in Duomo ha dato inizio all’anno pastorale, che a Milano comincia l’8 settembre, Natività di Maria, titolare della cattedrale.

Il programma era stato elaborato in precedenza ed è naturalmente dedicato alla sinodalità, ma non mancano accenti autocritici. Anzi, l’analisi appare tanto impietosa quanto veritiera. Scrive l’arcivescovo: «Devo riconoscere che tutto il percorso avviato per impulso di papa Francesco è stato segnato da fatica ed evidenti problematiche. La produzione di una pluralità di documenti corposi che si devono tener presenti contemporaneamente, la ripetizione di insistenze che la prassi mortifica, atteggiamenti di scetticismo in alcune parti del clero hanno contribuito a creare un clima di stanchezza».

Gli organismi diocesani di partecipazione (Consigli pastorali, assemblee ecc.) hanno avuto «un avvio stentato, un’incertezza sul compito, un senso di isolamento rispetto alle comunità parrocchiali» e hanno prodotto «nozioni vaghe ed astratte che non hanno inciso nella vita delle comunità». Delpini fa poi una difesa – piuttosto inusuale oggi da parte episcopale – dei sacerdoti ambrosiani: «In questi anni è capitato che, utilizzando il luogo comune del “clericalismo”, si sia sbrigativamente squalificato il ministero che i preti della nostra Diocesi offrono in modo ammirevole fino al sacrificio».

Infine, ha il coraggio di porre una domanda scomoda e si chiede se il cammino sinodale sia una riforma per rinnovare la missione oppure «una complicazione della vita, una confusione di rapporti e responsabilità, un appello alla partecipazione per una Chiesa che non c’è più e un’impresa fallimentare?». Non sarà allora necessario assumersi «la responsabilità di sbagliare sentiero, di doverlo cambiare o addirittura interrompere»?

La routine piemontese

Se i vescovi delle restanti diocesi piemontesi appaiono esausti e sfiancati da una routine sempre più stanca e comunque non all’altezza della sfida – per cui anche «l’allegria dei naufragi» alla Derio Olivero ha qualcosa di patetico –, non pochi si chiedono che cosa stia aspettando il Padre sinodale Roberto Repole a esprimersi su un argomento tanto cruciale. Finora, interrogato in proposito, ha divagato o non ha risposto.

Eppure questa dovrebbe essere, dopo la fase narrativa, la fase sapienziale, mentre quella profetica dovrebbe rappresentare il clou del «cammino sinodale» in vista della grande Assemblea nazionale. Così, quando c’è da ridare la carica al clero, ci si affida – come è avvenuto a Susa, alla presenza di tutto il sinedrio (Consiglio episcopale) – alla bella riflessione di don Giuseppe Zeppegno, tanto buono e pio quanto innocuo, che ha illuminato con parole di speranza soprannaturale i travagli del cambiamento che attendono i nuovi parroci.

Da segnalare, infine, la definitiva ascesa nel milieu boariniano di don Giovanni Manella che, insieme alla veste talare, ha abbandonato le sue posizioni di un tempo. Partendo dall’apicoltura, di cui è cultore, ha elevato un lirico peana all’unità della Chiesa, intesa come un’arnia soffusa da un unico profumo e dove l’ape regina – che possiede «un ormone particolare» – aiuta ad annusare meglio. Passando poi alla viticoltura, don Giovanni ha usato un’altra bella immagine: cambiare è doloroso, ma è come «una potatura per un frutto maggiore». Peccato che alcuni non vengano mai potati e restino sempre al loro posto.

Una lettrice ci chiede la nostra opinione su quale tipo di Chiesa abbia in mente l’arcivescovo di Torino Repole. Per rispondere occorre aver letto i suoi “libretti”, ricordando che la sua specializzazione è l’ecclesiologia, cioè quella branca della teologia che studia la natura, la storia e la missione della Chiesa. Ci riferiamo a: “L’umiltà della Chiesa” (2010); “Come stelle in terra. La Chiesa nell’epoca della secolarizzazione” (2012); “Il sogno di una Chiesa evangelica. L’ecclesiologia di papa Francesco” (2017) e “La Chiesa e il suo dono. La missione fra teo-logia ed ecclesiologia” (2019). Sintetizzeremo il suo pensiero in quattro punti, uno per libretto.

La Chiesa non è un’idea, ma una realtà umile e concreta. Non è un principio astratto, ma un corpo storico e fragile. Essa non possiede la Verità, ma la riceve. Deve perciò rinunciare a ogni complesso di superiorità.

La Chiesa non distribuisce doni, ma è un dono. La missione non è «andare a portare qualcosa» a chi non ce l’ha, ma riconoscere dove Cristo già opera e rendere visibile quel dono. La missione è ospitalità.

La sinodalità come dimensione costitutiva, non come tecnica. Per lui la sinodalità è la forma normale della Chiesa del futuro: preghiera, discussione, discernimento e decisioni comuni, queste ultime naturalmente solo a parole. E quindi rigetto del modello «monarchico»: il vescovo non è fuori e sopra il presbiterio, ma con e nel presbiterio; e il presbiterio non è fuori e sopra il popolo, ma nel popolo. Queste proposizioni, di chiaro stampo pseudopopulista, sono quelle che più hanno convinto papa Francesco a nominarlo vescovo. Per questo si comprende come Repole insista tanto sulle parrocchie non come dispensatrici di Sacramenti o servizi religiosi, ma come comunità capaci di discernimento reale.

Una Chiesa da fine della Cristianità, contrassegnata da «un prima» e da «un dopo» che, abbracciando in pieno l’ermeneutica della discontinuità, vede il Vaticano II come uno spartiacque decisivo, «l’inizio dell’inizio» della Chiesa. Essa deve accettare la secolarizzazione, che ormai detta le regole, per tornare a una (mitica e idealizzata) forma pre-costantiniana. Deve accettare di essere minoranza: piccola luce che non illumina tutto, ma indica una via; che non giudica in base a precetti oggettivi, ma deve soltanto accompagnare l’uomo nella sua ricerca esistenziale.

Le tesi repoliane sono suggestive e anche condivisibili da un punto di vista sociologico e antropologico. Dall’altra parte, la mancanza di riferimenti al Depositum di quanto ci è stato trasmesso dalle Scritture e dalla Tradizione, non come orpello di cui liberarsi, ma come elemento costitutivo della Rivelazione (Dei Verbum), rende evidente un problema di fondo: si può ancora parlare di Verità oggettiva ed evangelicamente fondata e quindi di una Chiesa visibile e significativa, oppure i germogli idealizzati, più che ricalcare la sorte del chicco di senape, sono comunque destinati a trasformarsi in graziosi bonsai da coltivare con cura, purché non facciano ombra alla gioiosa macchina da guerra del sinodalismo e della secolarizzazione?

Se la Verità non è data una volta per tutte dalla Rivelazione, ma si forma nel tempo storico, «camminare insieme» non significa più guidare le anime verso Dio, bensì vagare nel mondo senza certezze dogmatiche. Le conseguenze sono inevitabili e ben visibili: subordinazione della dottrina alla prassi pastorale, apertura acritica al mondo, protestantizzazione. Ma, come ha recentemente osservato il teologo valdese Fulvio Ferrario, «al cuore del processo di scristianizzazione del continente europeo c’è l’autosecolarizzazione della Chiesa, in particolare di quella protestante: cioè, in termini più espliciti, il suo suicidio».

Carriera in materassino

Tornando a Milano, qualcuno si ricorda di don Mattia Bernasconi, il sacerdote ambrosiano che, nel 2022, mettendo in pratica la creatività liturgica imparata in seminario, ha celebrato la Messa in mare a torso nudo utilizzando un materassino gonfiabile come altare?

Di questi giorni è la sua – certamente ben meritata – nomina a responsabile diocesano per la Pastorale universitaria. Incarico che non sarebbe mai e in nessun modo stato conferito a un prete che avesse osato, non diciamo celebrare in Vetus Ordo, ma solamente celebrare in modo tradizionale il Novus, attenendosi alle rubriche o magari – horribile dictu – usando il manipolo o congiungendo le dita dopo la consacrazione. Con il materassino, invece, si può. E anzi si fa carriera…

lospiffero

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