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La parabola del figliol prodigo. Aggiornata

di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

a proposito della nota vaticana “Un cammino di speranza” [“Duc in altum” ne ha parlato qui], di seguito una versione aggiornata della parabola del figliol prodigo, opportunamente adeguata alle esigenze pastorali della Chiesa in uscita.

Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al Padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”.

Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio Padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio Padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”.

Si alzò e tornò da suo Padre.

Lungo la strada incontrò una delegazione della Chiesa in uscita. Gli domandarono: “Fratello, dove vai?”.

“Torno a Casa, da mio Padre”.

I delegati si guardarono perplessi ed esclamarono: “Perché tornare a casa? Hai avuto il coraggio di andare verso le periferie, di confrontarti con il mondo, di fare esperienza, perché tornare indietro?”.

“Ma io ho sperperato tutto”.

“Non soffermarti sugli aspetti negativi”.

“Ho vissuto da dissoluto”.

“Diciamo che hai intrapreso un percorso”.

“E adesso mi sono pentito”.

I delegati si guardarono ancora più perplessi: “Pentito? Forse sarebbe meglio parlare di consapevolezza maturata attraverso l’esperienza”.

“Io preferisco dire che ho peccato”.

“Questo lo dici tu: non essere così severo con te stesso. Il peccato è un retaggio del passato, l’importante è camminare”.

“Ma io voglio tornare da mio Padre”.

Nel frattempo, quando era ancora lontano, suo Padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”.

Ma il Padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a Casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo Padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”.

Egli si indignò, e non voleva entrare.

Suo Padre allora uscì a supplicarlo, ma prima che potesse parlare, gli venne incontro la delegazione della Chiesa in uscita.

“Fratello, perché non entri?”.

“Perché mio fratello ha sperperato tutto e mio Padre fa festa per lui. Io ho servito mio Padre da tanti anni e non ho mai disobbedito a un suo comando, e lui non mi ha mai dato un capretto per far festa con i miei amici”.

“Qui sta l’errore”, risposero i delegati. “Sei rimasto sempre nella casa di tuo padre, non sei mai uscito. Devi uscire dalla tua comfort zone”.

Il figlio maggiore rimase esterrefatto.

“Ma questa è la Casa di mio Padre!”.

“Appunto. Sei ormai adulto, devi essere indipendente, devi esplorare le periferie esistenziali, ascoltare e camminare verso l’ignoto”.

Il Padre aveva ascoltato tutto. Si avvicinò al figlio maggiore, gli prese la mano e lo abbracciò.

“Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”.

Poi guardò entrambi i figli. Infine si rivolse ai delegati.

“Carissimi, ricordatevi che uscire non significa dimenticare da dove si è entrati. Il figlio minore è uscito dalla Casa e ha dovuto ritrovare la strada per tornarvi. Il figlio maggiore è rimasto nella Casa, ma ora deve imparare ad aprire la porta al fratello”.

Poi indicò la Casa.

“Questa è la Casa”.

Indicò la strada.

“Questa è la strada che conduce a Casa”.

E infine guardò i delegati.

“Potete andare per le strade del mondo quanto volete. Ma se dimenticate la Casa, prima o poi non saprete più verso quale casa state andando e non saprete più qual è la strada per tornare indietro. Anche perché tante sono le strade ma una sola porta alla Casa”.

I delegati rimasero pensierosi. Uno di loro, dopo qualche istante, disse: “Potremmo organizzare un percorso sinodale per approfondire il rapporto tra casa e strada”.

Il Padre sorrise e disse: “Siete liberi di farlo”.

Poi entrò nella Casa insieme ai suoi due figli.

I delegati rimasero sulla strada. E fu allora che compresero, almeno alcuni di loro, che una Chiesa può essere in uscita, può andare incontro all’uomo, può percorrere tutte le periferie del mondo; ma se non sa più indicare la Casa del Padre, rischia di trasformare il cammino e la strada in una meta senza destinazione.

Perché il cristiano non esce dalla Casa del Padre per perdersi nel mondo; esce per annunciare al mondo la notizia che la Casa esiste, che la Via c’è e che la porta è aperta.

Aldo Maria Valli:
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