Vetus ordo
Dominica vigesima post Pentecosten
Vade, filius tuus vivit. Credidit homo sermoni, quem dixit ei Iesus, et ibat.
Gv 4,46-53
di Eremita
In questo Vangelo c’è un uomo che sta vivendo una situazione che tutti noi, prima o poi, conosciamo: l’impotenza.
Quest’uomo è un funzionario del re. È un uomo importante. Probabilmente ha denaro, conoscenze, autorità. È abituato a comandare e ad essere ascoltato. Ma adesso tutto questo non gli serve a niente. Perché suo figlio sta morendo.
E davanti alla morte di un figlio non servono il prestigio, il denaro, il potere. Quest’uomo scopre improvvisamente che esiste una realtà davanti alla quale lui non può fare nulla.
Ed è proprio qui che comincia la fede.
Molte volte noi pensiamo che la fede cominci quando siamo forti, quando abbiamo capito tutto, quando siamo diventati buoni. No. Molto spesso l’incontro con Dio comincia precisamente quando scopriamo che non possiamo salvarci da soli.
Quest’uomo ha un figlio malato. Anche noi abbiamo qualcosa che sta morendo. Qual è oggi il tuo figlio malato? Qual è quella realtà della tua vita davanti alla quale ti senti impotente? Forse il tuo matrimonio. Forse tuo figlio. Forse una malattia. Forse una situazione economica. Forse una solitudine. Forse un peccato che ritorna continuamente. Forse una relazione distrutta. Forse una paura che non riesci a vincere. Forse hai pregato tante volte e apparentemente non è successo niente.
E allora quest’uomo viene da Gesù. Ha sentito dire che Gesù è arrivato in Galilea e parte.
Pensate: da Cafarnao a Cana ci sono molti chilometri e bisogna anche salire. Quest’uomo si mette in cammino perché dentro di lui c’è una speranza: forse quest’uomo può fare ciò che io non posso fare.
Questa è già una parola per noi. Perché tante volte noi arriviamo a Cristo soltanto quando tutte le altre porte si sono chiuse. Finché possiamo risolvere tutto noi, Dio rimane sullo sfondo. Ma quando arriva una situazione che non controlliamo più, allora gridiamo: Signore, aiutami!
E Dio non disprezza questo grido.
Quest’uomo arriva da Gesù e lo supplica di scendere a guarire suo figlio. E dice una frase drammatica: “Signore, scendi prima che il mio bambino muoia”. Prima che muoia!
Quest’uomo pensa che Gesù debba arrivare in tempo. Pensa che ci sia un limite anche per Cristo. “Signore, vieni adesso, perché dopo sarà troppo tardi”.
Quante volte anche noi diciamo questo a Dio? Signore, intervieni adesso. Cambia questa situazione. Guarisci questa persona. Risolvimi questo problema. Fa’ che accada quello che ti sto chiedendo.
Perché noi abbiamo già deciso quale dovrebbe essere la soluzione. Abbiamo anche deciso i tempi.
Signore, devi fare questo, in questo modo e possibilmente adesso.
Ma Cristo vuole condurre quest’uomo molto più lontano. Non vuole soltanto guarire suo figlio. Vuole guarire il suo cuore. Vuole portarlo dalla necessità del miracolo alla fede nella Parola.
E Gesù gli dice: “Va’, tuo figlio vive”.
Fermiamoci qui.
Quest’uomo era venuto a prendere Gesù. Voleva portarselo a casa. “Vieni con me, Signore. Devi vedere mio figlio. Devi entrare nella mia casa. Devi imporgli le mani. Devi fare qualcosa”.
E Gesù non va. Gli dà soltanto una parola: “Va’, tuo figlio vive”.
Adesso quest’uomo si trova davanti a una scelta enorme. Può dire: no! Tu non hai capito. Devi venire con me! Mio figlio sta morendo!
Oppure può credere.
Ed ecco la frase centrale di tutto il Vangelo: “Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino”.
Ecco la fede!
Non ha ancora visto niente. Il figlio è lontano. Non ha ricevuto una telefonata. Non è arrivato nessuno a dirgli che il bambino sta meglio. Non ha nessuna prova. Ha soltanto una Parola. E si mette in cammino.
Questo è il punto.
Noi vorremmo vedere per credere. Cristo ci invita a credere per vedere. Noi diciamo: Signore, fammi vedere che questa storia ha un senso e io crederò, fammi vedere che mio figlio cambierà e io crederò, fammi vedere che questa sofferenza servirà a qualcosa e io crederò, fammi vedere che non mi abbandonerai e allora mi fiderò.
Ma Cristo ti dice: cammina sulla mia Parola.
Questa è la fede. La fede non significa sentire qualcosa. La fede non significa essere ottimisti. La fede significa appoggiarsi a una Parola quando ancora i tuoi occhi non vedono nulla.
Abramo parte senza sapere dove andrà. Pietro getta le reti dopo aver pescato inutilmente tutta la notte. Maria dice: “Avvenga per me secondo la tua parola”. E quest’uomo torna verso casa con una sola certezza:
Cristo ha parlato.
Forse anche tu oggi sei in questo cammino. Non hai ancora visto la soluzione. Forse la tua situazione non è cambiata. Forse continui ad avere paura. Forse continui a soffrire. Ma c’è una Parola che ti precede: “Tuo figlio vive”.
E questa parola ci porta al cuore del cristianesimo. Perché esiste un Figlio che veramente è entrato nella morte. Gesù Cristo. Il Figlio di Dio è stato consegnato. È stato rifiutato. È stato inchiodato alla croce. È morto. È entrato nel sepolcro. E quando tutto sembrava finito, quando umanamente non c’era più niente da fare, Dio lo ha risuscitato.
Cristo è vivo! Questo è il kerigma. La morte non ha avuto l’ultima parola su Gesù Cristo. E se tu sei unito a Lui, la morte non avrà l’ultima parola neppure sulla tua storia.
Questo non significa che il cristiano non soffre. Non significa che ogni malattia guarirà come vogliamo noi. Non significa che Dio farà sempre il miracolo che gli chiediamo. Significa qualcosa di molto più grande: nessuna situazione della tua vita è fuori dalla possibilità di Dio di trasformarla in una storia di salvezza.
Nessuna. Nemmeno quella che oggi ti sembra perduta. Nemmeno quella persona che pensi non cambierà mai. Nemmeno quel peccato che ti umilia. Nemmeno quella ferita che porti da trent’anni. Nemmeno la morte. Perché Cristo è risorto.
Quest’uomo continua il cammino e gli vengono incontro i servi. Gli dicono: tuo figlio vive! Esattamente le parole che gli aveva detto Cristo. E allora domanda a che ora il bambino abbia cominciato a stare meglio. Gli rispondono: ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato.
E il padre riconosce che era proprio l’ora in cui Gesù gli aveva detto: “Tuo figlio vive”.
Capite? La Parola di Cristo stava già operando mentre quest’uomo ancora non vedeva nulla. Questa è una parola enorme per la nostra vita. Dio può essere all’opera mentre tu non vedi niente.
Tu pensi che Dio sia fermo. Tu pensi che Dio ti abbia dimenticato. Tu dici: ho pregato e non è successo nulla. Ma tu non sai quello che Dio sta facendo.
Quest’uomo camminava verso casa senza sapere che, nello stesso momento, la parola di Cristo aveva già raggiunto suo figlio. Dio non ha bisogno di essere fisicamente dove tu vuoi che sia. La sua Parola arriva dove tu non puoi arrivare.
Tu non puoi entrare nel cuore di tuo figlio. Dio sì. Tu non puoi cambiare il cuore di tuo marito o di tua moglie. Dio può raggiungerlo. Tu non puoi cancellare il tuo passato. Cristo può redimerlo. Tu non puoi vincere la morte. Cristo l’ha già attraversata.
E allora forse oggi il Signore non ti dà la spiegazione che stai cercando. Forse non ti dice perché è accaduta quella cosa. Forse non ti mostra ancora come finirà la tua storia. Ti dà qualcosa di diverso. Ti dà una Parola sulla quale camminare.
E qui nasce una domanda: su che cosa sto fondando la mia vita? Su quello che vedo? Sulle mie sicurezze? Sul denaro? Sulla salute? Sulle persone? Sul fatto che tutto vada secondo i miei programmi?
Perché tutte queste cose possono crollare. Quest’uomo aveva certamente delle sicurezze, ma davanti al figlio morente non gli servivano più.
E proprio quando crollano le sue sicurezze incontra una sicurezza nuova: la Parola di Cristo.
E il Vangelo termina dicendo: “Credette lui con tutta la sua famiglia”. All’inizio quest’uomo cercava una guarigione. Alla fine trova la fede. Era partito per salvare suo figlio e ritorna a casa avendo incontrato Cristo.
Vedete come opera Dio?
Noi gli chiediamo di risolvere un problema e Lui vuole donarci molto di più. Noi gli chiediamo una cosa e Lui vuole darci sé stesso. Forse quella situazione che oggi ti fa soffrire, quella situazione che vorresti eliminare immediatamente dalla tua vita, può diventare proprio il luogo nel quale incontrerai Cristo in una maniera che non avevi mai conosciuto.
Non perché la sofferenza sia buona. Ma perché Dio è capace di entrare anche nella sofferenza e farne un luogo di incontro con Lui.
Per questo oggi Cristo dice anche a te: va’, cammina. Non rimanere paralizzato dalla paura. Non aspettare di capire tutto. Non pretendere di vedere tutto prima. Cammina sulla mia Parola.
Forse oggi tornerai a casa e esteriormente sarà tutto uguale. Lo stesso problema. La stessa persona. La stessa malattia. La stessa difficoltà. Ma tu puoi tornare diverso. Puoi tornare portando dentro una Parola: Cristo è risorto. La morte è stata vinta. Il tuo peccato può essere perdonato. La tua storia non è assurda. Dio non ti ha abbandonato. E anche quando non vedi ancora nulla, Lui può essere già all’opera.
Quell’uomo credette alla Parola e si mise in cammino. Questo oggi è chiesto anche a noi. Non una fede fatta soltanto di idee. Una fede che mette i piedi sulla strada. Una fede che rischia sulla Parola di Cristo. Una fede che, in mezzo alla notte, può dire: Signore, io non capisco, non vedo ancora, non so come finirà questa storia, ma tu hai vinto la morte, perciò mi fido di te.
E allora ascolta oggi questa parola come rivolta personalmente alla tua vita: non avere paura. Cristo conosce ciò che sta morendo dentro di te. Conosce la tua casa. Conosce tuo figlio. Conosce la tua sofferenza. Conosce quello che nessuno conosce.
E la sua Parola può raggiungere il luogo dove tu non puoi arrivare.
“Va’, tuo figlio vive. Cammina. Perché Cristo è morto. Cristo è risorto. E chi si appoggia a lui passa dalla morte alla vita.
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Novus ordo
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti.
Mt 22, 1-14
di Eremita
Questo Vangelo ci mette davanti a una cosa enorme: Dio ha preparato una festa per te. Non un tribunale. Non anzitutto un elenco di obblighi. Una festa di nozze.
Gesù dice: “Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio”. Questo re è Dio. Il Figlio è Cristo. E queste nozze sono l’incontro di Dio con l’uomo, sono la salvezza, sono la vita eterna che entra già oggi nella nostra storia.
E il re manda i suoi servi a dire: venite, tutto è pronto!
Questo è il cristianesimo: Dio ha fatto tutto. Tu non devi conquistarti il suo amore. Non devi comprare il suo perdono. Non devi dimostrare prima di essere degno. Il Padre ha mandato suo Figlio, Cristo è morto per i tuoi peccati, è entrato nella morte ed è risorto perché tu possa vivere.
Tutto è pronto.
Ma il Vangelo dice una cosa terribile: “Questi non volevano venire”. Perché?
Perché l’uomo può preferire il proprio campo alla festa di Dio. Può preferire i propri affari. Può essere talmente occupato con la propria vita da perdere la Vita.
Uno va al campo. Un altro ai propri affari. Ecco il dramma dell’uomo: Dio lo chiama alla festa e lui risponde: non ho tempo. Ho il lavoro. Ho i soldi. Ho la casa. Ho i miei progetti. Ho le mie preoccupazioni. Ho ragione io. Devo sistemare la mia vita. Devo difendere la mia immagine. Devo risolvere i miei problemi.
E senza accorgercene possiamo passare tutta la vita così. Ma dimmi: che cosa stai cercando veramente? Perché puoi avere una casa e non avere pace. Puoi avere denaro e avere paura di perderlo. Puoi avere successo e sentirti vuoto. Puoi avere una famiglia e non riuscire ad amare chi ti sta accanto. Puoi perfino essere religioso e avere dentro un cuore pieno di giudizio, di rancore, di tristezza.
E Dio oggi ti dice: vieni alle nozze! Vieni, perché ciò che cerchi disperatamente nelle cose io voglio dartelo gratuitamente.
Poi accade qualcosa di sorprendente. Gli invitati rifiutano e il re dice ai servi: «Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze».
Tutti!
E il Vangelo sottolinea: cattivi e buoni. Questa è una parola meravigliosa. Noi avremmo chiamato i buoni. Dio chiama cattivi e buoni.
Perché?
Perché la salvezza non è il premio dato ai bravi. È un dono offerto a chi era perduto.
Forse tu pensi: Dio non può volere me. Se sapesse quello che ho fatto… Se sapesse quello che porto dentro… Se gli altri conoscessero veramente la mia vita…
Ma Dio la conosce! Conosce i tuoi peccati. Conosce le cose che nascondi. Conosce le tue paure. Conosce il rancore che non riesci a toglierti dal cuore. Conosce quella persona che non riesci a perdonare. Conosce la tua doppiezza. Conosce le tue cadute. E proprio a te dice: vieni!
Questo è il lieto annuncio. Cristo non è venuto per aspettare che tu diventassi buono. È venuto a cercarti mentre eri peccatore. Cristo è entrato nella tua morte. È entrato nel luogo dove tu dici: qui non c’è soluzione. E proprio lì ha vinto.
Forse la tua morte oggi ha un nome concreto: una malattia, un matrimonio difficile, una solitudine, un figlio che soffre, un fallimento, una persona che ti ha ferito, un peccato dal quale non riesci a liberarti, la paura del futuro, la paura di morire.
E noi passiamo la vita tentando di fuggire dalla morte. Per questo giudichiamo. Per questo accumuliamo. Per questo vogliamo avere ragione. Per questo abbiamo bisogno che gli altri ci amino. Per questo non riusciamo a perdonare. Perché abbiamo paura.
Ma ascolta la buona notizia: Gesù Cristo è entrato nella morte e la morte non ha potuto trattenerlo. È risorto! Per questo esiste una festa.
Se Cristo non fosse risorto, non ci sarebbero nozze. Ci sarebbe soltanto la necessità di sopravvivere qualche anno in più. Ma Cristo è risorto e ha aperto una strada attraverso la morte. Perciò puoi perdonare. Perciò puoi perdere senza essere distrutto. Perciò puoi amare chi non ti ama. Perciò puoi entrare nella sofferenza senza disperare. Perciò puoi perfino guardare la morte e sapere che non è l’ultima parola sulla tua vita.
Ma alla fine della parabola succede qualcosa che può scandalizzarci. Il re entra nella sala e trova un uomo senza l’abito nuziale. “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?
E quello ammutolisce. Che cos’è questo abito? Non basta essere entrati nella sala. Non basta aver sentito la chiamata. La chiamata di Dio vuole rivestire la nostra vita. Nella Scrittura l’abito nuovo è il segno di una vita nuova. San Paolo dirà: “Rivestitevi del Signore Gesù Cristo”. L’abito delle nozze è Cristo. Non è la tua perfezione. Non è dire: “Adesso diventerò bravo e Dio sarà contento di me”. No! È lasciarti rivestire da Cristo. È accogliere gratuitamente una vita che tu non puoi fabbricarti da solo.
E come si vede questo abito? Si vede nell’amore. Gesù Cristo sulla croce mostra un amore impossibile all’uomo vecchio: ama il nemico, perdona chi lo uccide, consegna sé stesso.
Ecco l’abito delle nozze. Tu puoi andare a messa, conoscere il Vangelo, pregare, parlare di Dio; ma la domanda è: Cristo sta entrando nella tua vita? Puoi perdonare? Puoi chiedere perdono? Puoi smettere di condannare quella persona? Puoi accettare che Dio conduca la tua storia anche quando non corrisponde al progetto che avevi costruito?
E attenzione: non perché tu sia forte. Precisamente perché sei debole.
Il cristianesimo non annuncia all’uomo: sforzati un po’ di più. Annuncia: Cristo ha fatto per te ciò che tu non potevi fare.
Questo Vangelo allora oggi ti mette davanti una chiamata. Il Signore passa ancora una volta al crocicchio della tua strada. Non importa da dove vieni. Non importa quanto tempo hai perduto. Non importa quante volte hai detto di no. Il banchetto è preparato. Cristo ha dato il suo corpo per te. Ha versato il suo sangue per te. Ha preso su di sé i tuoi peccati. È morto della tua morte. Ed è risorto perché tu possa ricevere una vita nuova.
Perciò oggi Dio non viene anzitutto a domandarti qualcosa. Viene ad annunciarti qualcosa: la festa è pronta. Forse hai vissuto anni pensando che Dio fosse qualcuno dal quale difenderti, qualcuno che ti giudicava, qualcuno che pretendeva continuamente qualcosa da te.
E invece oggi scopri un Padre che manda servi per le strade perché vuole riempire la sua casa. Un Padre che cerca l’uomo. Un Padre che cerca anche te. E allora c’è una domanda che questo Vangelo pone a ciascuno di noi: qual è il mio campo? Quali sono i miei affari? Che cosa sto mettendo davanti all’invito di Dio? Qual è la cosa che oggi mi impedisce di entrare nella festa? Il mio orgoglio? Il denaro? Il rancore? Il bisogno di avere ragione? Una ferita che non voglio consegnare? Un peccato? La paura?
Cristo oggi passa davanti a tutto questo e ti dice: vieni! Non ti dice: quando sarai migliore, vieni. Ti dice: vieni adesso. Lasciati amare. Lasciati perdonare. Lasciati rivestire.
Perché Dio non ti ha creato per vivere schiavo della paura, del peccato e della morte. Ti ha creato per le nozze. E queste nozze sono già cominciate in Gesù Cristo.
Ecco perché, fratelli, il Vangelo termina con una parola seria: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti”. La chiamata è gratuita, ma non è banale. Dio prende sul serio la nostra libertà. Puoi dire sì. Puoi dire no. Puoi aggrapparti al tuo campo, ai tuoi affari, alle tue ragioni, oppure puoi finalmente lasciarti raggiungere da Cristo. Oggi il Signore ti dice: tutto è pronto. Non devi pagare nulla. Il prezzo lo ha pagato Cristo sulla croce. Non devi presentargli una vita perfetta. Portagli quella che hai. Portagli i tuoi peccati. Portagli le tue ferite. Portagli la tua incapacità di amare. Portagli perfino la tua incredulità. E lascia che sia lui a rivestirti. Perché forse hai cercato per tutta la vita di costruirti un abito con le tue mani.
E oggi Cristo ti annuncia che esiste un abito che viene dal cielo. È lui stesso. Cristo morto e risorto per te. Cristo che ti perdona. Cristo che ti dona il suo Spirito. Cristo che rende possibile ciò che per te era impossibile. E allora finalmente puoi entrare nella festa.
Coraggio. Vieni alle nozze. Tutto è pronto.