Vescovo Strickland / La “Venite ad me”, contenuti e domande. L’universalità dell’amore di Dio va distinta dall’idea che tutti raggiungano la salvezza
Vescovo Joseph E. Strickland
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
la pubblicazione del documento “Venite ad me. Riflessioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca”, diffuso dal Dicastero per la dottrina della fede, richiede un’attenta riflessione da parte dei pastori della Chiesa. Il tema trattato riguarda la salvezza delle anime e la nostra sacra responsabilità di trasmettere fedelmente ciò che Gesù Cristo ha affidato ai suoi Apostoli.
Il documento contiene affermazioni che i cattolici dovrebbero accogliere con favore: la centralità di Gesù Cristo, la sua Risurrezione corporea, la necessità della grazia, l’importanza della famiglia, la vita sacramentale, la santità e la cura dei poveri. I suoi racconti di conversione includono commoventi testimonianze del potere della preghiera e dei sacramenti.
Tuttavia, diversi aspetti del suo contenuto richiedono seri chiarimenti. La mia preoccupazione è che i ripetuti contrasti tra dottrina ed esperienza, la presentazione abbreviata della Croce e il modo in cui tratta il rapporto tra il primo annuncio e la pienezza dell’insegnamento cattolico possano lasciare i fedeli con una comprensione incompleta del Vangelo.
Queste preoccupazioni devono essere affrontate con precisione. Non dobbiamo né accusare il documento di dire ciò che non dice, né sottovalutare le conseguenze di un linguaggio che può oscurare verità essenziali.
Il paragrafo 8 spiega che si tratta di una serie di “considerazioni” pastorali, piuttosto che di una nota dottrinale, e riconosce la minore precisione della terminologia utilizzata. Tale descrizione contribuisce a identificarne lo scopo. Sottolinea inoltre la particolare necessità di chiarimenti laddove il linguaggio si sofferma sui fondamenti della fede. Gli scritti pastorali devono essere al servizio della verità da cui dipende la salvezza delle anime.
Fede, dottrina e incontro personale
Il paragrafo 5 distingue l’atto personale di credere, tradizionalmente chiamato fides qua, dal contenuto creduto, chiamato fides quae. Pone la sua enfasi principale sul risveglio del primo.
Tale distinzione è legittima. Una persona può essere attratta da Cristo inizialmente attraverso l’amicizia, la bellezza, un atto di gentilezza inaspettato o l’esempio di una vita santa. Nessun evangelista deve necessariamente presentare un intero corso di teologia prima di parlare dell’amore di Dio.
Ma l’atto di fede e la verità creduta sono inscindibili. Noi crediamo in qualcuno e crediamo in ciò che Egli rivela.
Il Concilio Vaticano I ha insegnato che la fede soprannaturale implica credere alla rivelazione di Dio in virtù dell’autorità di Dio stesso, che non può ingannare né essere ingannato. La fede, pertanto, non può essere adeguatamente spiegata come un’esperienza interiore, per quanto potente, se separata dall’adesione alla verità rivelata. Il Concilio ha inoltre espressamente respinto l’affermazione secondo cui le persone dovrebbero essere mosse alla fede unicamente da ispirazione privata o esperienza interiore. Ciò stabilisce il confine dottrinale entro il quale ogni racconto pastorale di incontro con Dio deve rimanere.
Il paragrafo 74 della “Venite ad me” riconosce il legame tra l’impegno personale e le verità in cui si crede. Allo stesso modo, il paragrafo 138 rifiuta di ridurre la discussione a una dimensione puramente soggettiva. Queste precisazioni sono importanti e dovrebbero guidare l’interpretazione del documento.
Tuttavia, i paragrafi 29, 77 e 80 mettono ripetutamente in guardia dal ridurre la fede a meri contenuti dottrinali, informazioni o a una fredda esposizione di concetti. Tali avvertimenti possono essere giustificati. Il loro effetto cumulativo, tuttavia, richiede un’attenta analisi; i lettori potrebbero iniziare ad associare la dottrina stessa alla freddezza spirituale.
Il dogma dà espressione autorevole alla verità di Colui che incontriamo. L’insegnamento dell’Incarnazione ci dice chi è Gesù. L’insegnamento della Redenzione spiega perché è morto. L’insegnamento dell’Eucaristia ci dice chi riceviamo.
La distinzione tra un insegnamento sterile e una fede viva non deve mai trasformarsi in una separazione tra verità e amore.
Il paragrafo 80, in particolare, necessita di chiarimenti in merito alla suddivisione del linguaggio in “scolastico”, “dogmatico” e “moralistico”. Non proibisce esplicitamente l’insegnamento dogmatico o scolastico. Tuttavia, accostare questi termini rischia di screditare forme di pensiero e di espressione attraverso le quali la Chiesa ha fedelmente spiegato e difeso la rivelazione divina.
La teologia scolastica può approfondire la comprensione. La precisione dogmatica protegge i fedeli dalla falsità. L’istruzione morale ci insegna a vivere in amicizia con Dio. Ciascuna di esse dovrebbe essere comunicata con carità, chiarezza e saggezza pastorale.
La croce deve essere proclamata come sacrificio per i nostri peccati
Il modo in cui il documento tratta della Passione nei paragrafi 18-21 enfatizza il conflitto che ha portato alla condanna di Cristo e l’amore invincibile manifestato nella sua morte.
Questi sono aspetti reali del Vangelo. L’amore di Cristo si estende persino ai suoi persecutori. La sua esecuzione fu una terribile ingiustizia.
Ma una presentazione del cuore del cristianesimo deve spiegare chiaramente che Cristo si è offerto liberamente al Padre per i nostri peccati. La sua morte ha compiuto la nostra redenzione.
Il Catechismo insegna che il sacrificio di Cristo è un’offerta di riconciliazione, riparazione, espiazione e soddisfazione. Richiama l’insegnamento del Concilio di Trento, secondo cui la sua Passione ha meritato la nostra giustificazione. Queste verità spiegano l’efficacia salvifica dell’amore rivelato sul Calvario.
Il riassunto di san Paolo della proclamazione apostolica afferma che Cristo morì per i nostri peccati, fu sepolto e risuscitò secondo le Scritture (1 Corinzi 15,3-4). Le parole “per i nostri peccati” sono indispensabili.
Senza tale spiegazione, la Croce può essere intesa principalmente come il tragico destino di un maestro il cui messaggio turbò i potenti, seguito dalla dimostrazione che l’amore sopravvive all’odio. Una simile interpretazione, tuttavia, non esprime adeguatamente l’opera di redenzione.
L’espressione “Venite ad me” fa riferimento altrove al sacrificio di Cristo e al fatto che Egli abbia dato la sua vita per salvarci. Sarebbe quindi inesatto affermare che il documento neghi semplicemente la redenzione. Il problema è che il suo racconto fondamentale della Croce non chiarisce adeguatamente il significato di quelle parole salvifiche.
Le persone meritano di sapere perché hanno bisogno di un Salvatore, cosa ha fatto Lui per loro e come possono ricevere i frutti del suo sacrificio.
L’amore incondizionato di Dio ci chiama alla conversione
Il documento proclama ripetutamente che Dio ama tutti. Questa è una verità che dovrebbe riempirci di gratitudine e speranza. La grazia di Dio precede la nostra risposta. Non ci guadagniamo la sua iniziale offerta di misericordia.
Ma l’universalità dell’amore di Dio va distinta dall’affermazione che tutti raggiungano necessariamente la salvezza. L’amore di Dio non rende irrilevante la nostra risposta.
L’affermazione del paragrafo 20, secondo cui il “sì” di Dio all’umanità non può mai trasformarsi in un “no”, va interpretata con particolare attenzione. Se intesa come conferma della fedeltà dell’amore salvifico di Dio, esprime una verità profonda. Se invece intesa come esclusione del giudizio o della possibilità di una separazione definitiva da Dio, contraddirebbe l’insegnamento cattolico.
Il documento non insegna esplicitamente che tutti siano automaticamente salvati. Tuttavia, i pastori devono impedire tale interpretazione.
La Chiesa insegna che una persona può liberamente rifiutare la misericordia di Dio e persistere nel peccato grave. Afferma sia la realtà dell’inferno sia che Dio non predestina nessuno ad esso. Questi insegnamenti rientrano nell’annuncio dell’amore divino perché prendono sul serio la libertà e il destino eterno di coloro che Dio ama.
Gesù accolse i peccatori e li chiamò al pentimento. Allo stesso modo, la proclamazione apostolica invitava coloro che l’ascoltavano a pentirsi e a farsi battezzare (Atti 2:38).
Dobbiamo dunque parlare chiaramente di peccato, contrizione, perdono, cambiamento di vita e perseveranza. Il primo slancio della grazia può raggiungere qualcuno in grande confusione o disordine morale. L’accompagnamento pastorale dovrebbe aiutare quella persona a rispondere alla grazia e a crescere nell’obbedienza a Cristo.
Un peccatore ha bisogno di sentirsi dire che Dio lo ama e che, attraverso la grazia, può allontanarsi dal peccato che ferisce il suo rapporto con Lui.
La gerarchia delle verità preserva l’intera fede
Il paragrafo 84 è particolarmente preoccupante. Nel trattare la gerarchia delle verità, mette in guardia dal perdersi nei molteplici aspetti della dottrina cattolica, perdendo di vista l’amore di Dio.
Qui si cela un legittimo principio pastorale: l’insegnamento deve rivelare l’unità della fede e la relazione dei suoi misteri con il loro fondamento in Cristo.
Ma la gerarchia delle verità non concede mai il permesso di accantonare gli insegnamenti scomodi. Riguarda il loro rapporto con il fondamento della fede; non rende facoltative le verità rivelate.
Il passo stesso della “Unitatis redintegratio” invocato dal documento insiste sul fatto che la dottrina cattolica debba essere presentata nella sua integrità e rifiuta una falsa riconciliazione che ne comprometta il significato. Il suo insegnamento sulla gerarchia delle verità deve essere letto entro tali limiti.
I fedeli devono comprendere come l’insegnamento morale della Chiesa, la disciplina sacramentale e la confessione della verità rivelata scaturiscano da Cristo e ci conducano a Lui.
Una proclamazione iniziale può essere breve. La formazione cristiana deve condurre alla pienezza della fede. La necessità di un inizio accessibile non può giustificare un’incompletezza permanente.
Cosa richiede un vero rinnovamento
Il documento riconosce giustamente una grave crisi nella trasmissione della fede. I cambiamenti culturali, le famiglie disgregate e le distrazioni digitali meritano un attento esame.
Un esame onesto deve anche chiedersi se i cattolici abbiano ricevuto un’istruzione adeguata, se la predicazione abbia affrontato chiaramente il tema del peccato e della salvezza e se il nostro culto e la nostra condotta abbiano reso una testimonianza fedele a ciò in cui crede la Chiesa.
Il paragrafo 119 chiede un’indagine sul declino del cattolicesimo nelle società un tempo cattoliche. Tale indagine dovrebbe includere i fallimenti dei pastori e delle istituzioni, oltre alle pressioni della cultura circostante.
La risposta deve unire ciò che è inscindibile: dottrina chiara, culto riverente, vita sacramentale, preghiera, carità e chiamata alla santità.
La Nota dottrinale del Dicastero del 2007 su alcuni aspetti dell’evangelizzazione fornisce un’importante garanzia. Essa afferma il dovere di annunciare Cristo e invitare alla conversione nel rispetto della libertà. Respinge l’idea che l’evangelizzazione si compia pienamente aiutando le persone a diventare più umane o più fedeli alla propria religione senza cercare la loro conversione a Cristo e alla fede cattolica.
Il nostro compito è aiutare le persone a ricevere pienamente il dono della salvezza affidato alla Chiesa.
Per questo motivo, chiedo che i passi qui identificati vengano chiariti, affinché le proposte pastorali del documento siano inequivocabilmente al servizio dell’integrità della fede cattolica. Le interpretazioni che separano l’incontro dalla verità rivelata, l’amore divino dal pentimento o la Croce dal sacrificio che ci redime devono essere respinte e corrette.
Cari fedeli, rimanete vicini a Gesù Cristo. Imparate ciò che insegna la Sua Chiesa. Esaminate la vostra coscienza, pentitevi dei peccati, fate uso del sacramento della Confessione e partecipate fedelmente al Santo Sacrificio della messa. Insegnate ai vostri figli a pregare e aiutateli a comprendere la fede che professano.
L’invito “Venite a me” è pronunciato dal Salvatore, il quale ci dice anche di prendere su di noi il suo giogo e di imparare da lui (Matteo 11:28-30). La sua misericordia ci accoglie, la sua verità ci istruisce e la sua grazia ci trasforma.
Possa la Beata Vergine Maria ottenerci il coraggio, l’umiltà e la carità per trasmettere fedelmente tutto ciò che suo Figlio ha affidato alla sua Chiesa.
Dio Onnipotente vi benedica, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Vescovo Joseph E. Strickland



