Il documento “Venite ad me”, la Chiesa e il mondo. Opportunità e rischi

di Vincenzo Rizza

Caro Aldo Maria,

le “Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca”, pubblicate dal Dicastero per la dottrina della fede con il titolo “Venite ad me”, offrono lo spunto per una riflessione su un rischio sempre più evidente nella pastorale contemporanea: il pericolo che l’attenzione alla dimensione personale della fede finisca per mettere in secondo piano l’annuncio della Verità.

Il documento, al punto 8, formula una doverosa premessa: “Il suo scopo … è principalmente quello di stimolare la riflessione ecclesiale e l’impegno pastorale attorno alla trasmissione della fede. Per questo, si prende in esame nel testo una pluralità di punti di vista, senza però la pretesa di chiudere la questione, la quale rimane aperta a ulteriori analisi e sviluppi. Ciò significa che queste Considerazioni non si caratterizzano, come altri testi del Dicastero per la Dottrina della Fede, per la definizione del linguaggio e la sistematicità della trattazione, ma ammettono uno stile più discorsivo, come emerge soprattutto nella citata sezione dedicata alle testimonianze”.

Non che altri documenti emanati negli ultimi anni dal Dicastero brillino per “la definizione del linguaggio e la sistematicità della trattazione”; almeno questa volta, tuttavia, gli estensori mettono le mani avanti e non pretendono di “chiudere la questione”.

Il documento insiste sulla necessità di trovare linguaggi capaci di raggiungere l’uomo di oggi. È un’esigenza legittima e condivisibile: la fede non è un’arida raccolta di formule e precetti, ma l’incontro con una Persona, Gesù Cristo.

Il problema nasce, tuttavia, quando per “risvegliare la fede in chi non la pratica più da tempo (…) o per promuovere un’esperienza di fede (fides qua) in chi non ha ancora conosciuto Cristo”, si lascia sullo sfondo il “lavoro specifico della catechesi e della formazione dei credenti, entrambe chiamate ad offrire anche un’ordinata e graduale introduzione alla dottrina della Chiesa (fides quae)” e la “trasmissione del depositum fidei” (punto 5).

La distinzione tra fides qua, l’atto con cui si crede, e fides quae, il contenuto della fede, è certamente utile. Non deve però trasformarsi in una gerarchia implicita, nella quale l’esperienza personale e la relazione occupano il centro, mentre la Verità da credere viene relegata ai margini. Non basta che il fedele si senta accolto: occorre che gli sia annunciato integralmente ciò in cui è chiamato a credere. La fede e il suo contenuto non possono essere separati.

Quando ci si preoccupa soprattutto di non ferire la sensibilità dell’interlocutore, di non apparire severi, di non suscitare resistenze, di assecondare il fedele, si rischia di attenuare proprio gli aspetti del Vangelo che maggiormente mettono in discussione l’uomo e le sue convinzioni.

Così il peccato diventa una parola da usare con cautela, la conversione un’esigenza da non sottolineare troppo, la rinuncia a sé stessi un tema poco adatto alla comunicazione contemporanea. Si preferisce parlare di accoglienza, accompagnamento e cammino, evitando di ricordare che quel cammino ha una direzione e una meta, e che seguire Cristo comporta anche cambiare vita.

Naturalmente non si tratta di contrapporre la Verità alla misericordia, come se annunciare la prima significasse rinunciare alla seconda. È esattamente il contrario: la misericordia cristiana non consiste nel tacere la Verità per risparmiare a qualcuno il disagio di ascoltarla. Consiste nell’annunciarla con carità, senza umiliare chi sbaglia, ma senza nascondere il messaggio di Cristo e senza fingere che l’errore non esista. Gesù accoglie i peccatori, ma li chiama anche alla conversione e indica una strada da percorrere.

Altrimenti il rischio è che, per compiacere il fedele, si finisca per nascondergli proprio ciò di cui avrebbe più bisogno. Il rischio è di confondere l’accoglienza con l’approvazione, la vicinanza con l’assenza di giudizio morale, la capacità di ascoltare con la rinuncia a insegnare. Sennonché una Chiesa che si preoccupa soprattutto di non disturbare e di adeguarsi allo spirito del mondo, finisce per tacere la Verità e diventa irrilevante. Non perché il mondo non abbia più bisogno del Vangelo, ma perché si ritrova davanti un messaggio che si limita a ripetere ciò in cui la cultura dominante già crede.

Forse anche qui si trova una delle ragioni per cui la fede fatica a essere trasmessa. Non basta interrogarsi sui metodi, sui linguaggi e sulla capacità di raggiungere le nuove generazioni. Bisogna chiedersi anche che cosa venga loro effettivamente consegnato. Una fede non si trasmette se si smette di annunciarne il contenuto; e non si può trasmettere un messaggio che, per paura di risultare sgradito, è stato progressivamente svuotato delle sue verità più esigenti.

Il Vangelo non ha bisogno di essere reso innocuo per essere annunciato. Ha bisogno di essere comunicato con intelligenza, pazienza e carità, ma nella sua interezza. La Chiesa deve certamente parlare all’uomo del proprio tempo; non può però assumere le sue aspettative come criterio per decidere quali verità annunciare e quali, invece, lasciare in ombra o dimenticare. Perché se per non scontentare il mondo finisce per parlare la sua stessa lingua e condividerne le stesse idee, rischia di essere accettata (se e quando viene accettata) proprio perché non ha più nulla da dire.

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