Noi, cristiani nella selva oscura. Rod Dreher a cuore aperto

“Credo che la mia vocazione sia aiutare gli altri ad amare Gesù Cristo e a servirlo”.

Parola di Rod Dreher, giornalista e scrittore americano, autore del best seller mondiale L’opzione Benedetto. 

Nell’intervista che Rod mi ha concesso racconta di sé, del suo lavoro, della sua vita interiore, oltre che della situazione in cui si trova la Chiesa oggi.

L’opzione Benedetto ormai è qualcosa di più di un libro, per quanto di successo: è un’idea, una proposta rivolta ai cristiani di oggi per vivere la fede in una civiltà che non è più cristiana e si avvia a diventare post-umana.

Nel quadro attuale, se la Chiesa, tutta tesa a guadagnare il consenso del mondo, tradisce la sua missione e non si occupa della salvezza delle anime, occorre fare come San Benedetto, che lasciò Roma quando vide che era troppo corrotta. “Bisogna riconoscere le rovine e prenderne le distanze”, dice Rod. Non significa uscire dalla Chiesa, ma adoperarsi per la sua purificazione. Dobbiamo vivere, suggerisce Rod, nella preghiera e con lo sguardo rivolto a Dio. Anche se certamente noi laici “non siamo chiamati ad essere monaci, dovremmo però seguire l’esempio monastico per vivere vite più ordinate, oranti e contro-culturali”.

Rod Dreher (Baton Rouge, 1967) nell’intervista racconta anche la sua doppia  conversione e la sconvolgente scoperta della corruzione morale nella Chiesa cattolica. “Fin dal 2002 – rivela – sapevo del cardinale McCarrick”.

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Perché secondo te, Rod, L’opzione Benedetto ha avuto tanto successo?

Il libro è così popolare perché legge i segni dei tempi e descrive lo spirito dell’attuale momento culturale. I cristiani che credono veramente nella nostra fede percepiscono chiaramente che viviamo in un momento di grande confusione e turbamento. Le risposte standard fornite dalla Chiesa non sembrano sufficienti per affrontare la realtà della nostra situazione.

Essere un cristiano autentico non è mai stato facile, ma oggi le sfide sono davvero grandi. Il problema non è solo che la civiltà occidentale sta diventando via via meno cristiana, ma anche che questa stessa civiltà sta diventando post-umana. In molti modi diversi stiamo perdendo la capacità di riconoscere la nostra stessa umanità e di avere fiducia nella verità. Questa crisi non è iniziata ieri e nemmeno negli anni Sessanta, ma è cresciuta nell’arco di secoli diventando sempre più forte. Ora ci troviamo in un momento decisivo nella storia del mondo e nella storia della Chiesa.

Sebbene io abbia venduto più copie de L’opzione Benedetto negli Stati Uniti che in Europa, trovo che in generale i cristiani europei – specialmente quelli al di sotto dei quarant’anni di età – capiscano il mio libro meglio degli americani. Perché? Penso per due ragioni.

La prima: gli europei sono più avanti di noi nel processo di scristianizzazione. Per noi cristiani americani è più difficile capire che cosa sta accadendo, perché non abbiamo ancora sperimentato ciò che gli europei invece hanno già sperimentato. Certo, la stessa cosa sta avvenendo ora anche da noi, ma per gli americani è più facile negare tutto ciò.

La seconda: noi americani siamo per temperamento ottimisti e orientati al futuro. Ci manca il senso del tragico. Crediamo che le cose possano solo andare meglio e preferiamo non ascoltare chi la pensa diversamente. È una pericolosa forma di autoinganno propria della cultura americana.

Ma devo dire che noto anche un divario generazionale, anche in Europa. Un anno fa il mio libro è stato pubblicato in Francia e ho passato molto tempo lì per la sua promozione. Ho notato che i cattolici della mia età e più anziani (io ho 51 anni) fanno più fatica a confrontarsi con le tesi del libro rispetto ai cattolici più giovani. Perché? Credo che ciò abbia a che fare con le speranze del Concilio Vaticano II. È difficile, per i cattolici di una certa età, ammettere che il Concilio non ha prodotto il rinnovamento che aveva promesso. Inoltre, per i cattolici delle generazioni più anziane è difficile accettare che, per vivere fedelmente il cristianesimo ora e negli anni a venire, bisognerà accettare una maggiore emarginazione sociale. Si sono convinti che, se solo facessimo qualche piccolo cambiamento nel modo in cui presentiamo il Vangelo, il mondo ci lascerebbe ancora sedere alla sua tavola, per così dire.

I cattolici più giovani, perlomeno quelli che ho incontrato, non si fanno questo genere di illusioni. Rispetto ai loro genitori e nonni, comprendono più chiaramente che il regime liberale ci vuole catechizzare, e che i tentativi della Chiesa di avvicinarsi a questo regime liberale basandosi sui suoi medesimi termini produce come unico effetto una Chiesa che è meno se stessa.  Due anni fa Andrea Tornielli ha scritto di alcune ricerche condotte dal dottor Franco Garelli, che ha esaminato le convinzioni religiose degli italiani. Dai risultati di queste ricerche, Garelli ha scoperto che tra le famiglie cattoliche che si descrivono come “credenti convinti e attivi” solo il 22 per cento ha figli che descrivono se stessi allo stesso modo.

In Italia gli atei e i credenti “deboli” non hanno problemi a trasmettere la loro visione del mondo ai propri figli. Ma per quanto riguarda le famiglie cattoliche “impegnate”, solo una su cinque riesce a passare ai propri figli la sua visione del mondo. Per le famiglie, vivere in totale simbiosi con questo mondo post-cristiano è una sorta di suicidio spirituale. Quei cattolici che sono attratti dall’Opzione Benedetto lo capiscono, e vogliono qualcosa di più resistente. Ne va della sopravvivenza del cristianesimo.

Monsignor Gäenswein presentando il tuo libro ha detto che anche Papa Benedetto vede se stesso come un vecchio monaco in preghiera. E tu, Rod, come vedi Benedetto XVI? E che idea ti sei fatto della sua rinuncia?

Io lo considero un padre spirituale. È un profeta. Un amico ebreo, che lo ammira fortemente, mi ha detto di essere convinto che Papa Ratzinger fosse l’ultima opportunità dell’Occidente per salvare se stesso, opportunità che l’Occidente ha rifiutato. La tragedia del suo pontificato è stata che lui non era abbastanza forte per combattere i suoi nemici. Ammetto di averlo giudicato severamente quando si è dimesso, e di essere stato tentato di pensare a lui duramente quando il pontificato di Francesco è degenerato in un disastro per la Chiesa cattolica.

Recentemente, però, ho iniziato a pensarla diversamente. Un amico vicino a Benedetto mi ha detto che il Papa si è dimesso nel momento in cui si è accorto che la corruzione all’interno della Curia andava ben oltre ciò che lui aveva il potere di combattere. Potrebbe essere che Papa Ratzinger abbia visto in Roma (in questo caso intesa come simbolo del Vaticano) le stesse cose che San Benedetto vide a Roma al suo tempo? Potrebbe essere che il modo migliore di combattere la corruzione sia davvero quello di ritirarsi a Subiaco (nel caso di Papa Ratzinger, in contemplazione all’interno del Vaticano)? Probabilmente al suo tempo San Benedetto sembrò pazzo agli occhi della gente per quello che fece. Avranno detto: se sei un vero cristiano, perché non resti a Roma a combattere per ripulire la Chiesa? Ad ogni modo, oggi sappiamo che l’atto di rinuncia del santo ha portato grandissimi frutti nei secoli a seguire.

Potrebbe essere che l’atto di rinuncia di Papa Benedetto sia destinato a produrre lo stesso effetto? È impossibile saperlo, ma non possiamo scartare questa possibilità. Potrei sbagliarmi. Tutto ciò che posso dirti è che lo adoro e che penso che sia un santo.

Che cosa dice Benedetto da Norcia alla Chiesa di oggi?

San Benedetto ha lasciato Roma quando ha scoperto che era troppo corrotta. Temeva che rimanendo lì, vivendo nella città, avrebbe perso la fede. Benedetto però non ha abbandonato Dio, ma ha solamente cercato un modo nuovo di vivere la fede in quelle condizioni così difficili. Allo stesso modo, è chiaro che la Chiesa oggi è diventata molto fragile e disgregata, e addirittura corrotta. Papa Giovanni XXIII voleva “aprire le finestre della Chiesa e lasciar entrare aria fresca”. Ora è chiaro che i ladri si sono lanciati dentro e, in molti modi, hanno ridotto la Chiesa contemporanea in rovina. I cattolici che vogliono restare cattolici dovranno trovare nuovi modi per vivere come cattolici. Questo non implica lasciare la Chiesa cattolica, ma richiede di scavare più profondamente alle radici della fede cattolica e di vivere una vita spiritualmente più disciplinata. La comunità dei Tipi Loschi a San Benedetto del Tronto  (http://www.tipiloschi.com/chisiamo.aspx) mostra una possibile modalità di come i laici possano riuscire in questo, ma sono sicuro che non sia l’unica. Il punto è che i cristiani fedeli che oggi vivono nella Chiesa devono essere come San Benedetto, nel senso che devono riconoscere chiaramente le rovine attorno a loro, prendendo con coscienza la decisione di allontanarsi da ciò che potrebbe costar loro la fede. Bisogna ricordare che San Benedetto non ha solamente voltato le spalle a qualcosa di cattivo, bensì è andato incontro a qualcosa di buono. E il buono che trovò a Subiaco, nella vita monastica, Benedetto riuscì a riportarlo nel mondo. I suoi figli spirituali furono capaci di ricostruire sulle rovine che portarono il loro padre San Benedetto ad andarsene. È questa la chiamata dei cattolici di oggi.

Per passare ad un’altra metafora, prendiamo in considerazione la selva oscura di Dante. Nei primi canti della Commedia, Dante sa che deve scappare dalla selva oscura oppure morirà. Il Cielo gli manda Virgilio per guidarlo. Allo stesso modo, penso che il Cielo ci abbia mandato l’esempio di San Benedetto per aiutare i cattolici intrappolati nella selva oscura della Chiesa contemporanea e guidarli verso un rinnovamento spirituale all’interno della Chiesa. Il problema che i cattolici stanno affrontando oggi è legato al fatto che troppi dei loro capi non riescono ad ammettere i fallimenti della Chiesa postconciliare, credendo che la selva oscura sia invece il Giardino dell’Eden.

Assieme a molti complimenti, il tuo libro ha ricevuto anche critiche, per esempio dalla rivista La Civiltà Cattolica. Come interpreti queste critiche?

Non posso certo leggere nel pensiero di tutti questi critici, ma è evidente che sono intimoriti dal mio libro. Per chiarezza: non mi dispiacciono i critici onesti, anzi traggo beneficio dalle loro critiche. Non pretendo certo di avere tutte le risposte per i cristiani di oggi, e accolgo con favore le critiche costruttive. L’opzione Benedetto non è un progetto per la mia autogratificazione, ma qualcosa che io stesso perseguo perché sono alla ricerca, per me e per i miei figli, di una via per vivere una vita cristiana più fedele. Un critico onesto che segnala i miei errori mi può solo essere d’aiuto.

Il problema sono le critiche disoneste, come quelle che ho ricevuto da La Civiltà Cattolica. Perché questi critici si sentono minacciati dall’idea dell’Opzione Benedetto al punto da sentirsi liberi di travisarla? Nel libro io dico molto chiaramente che non credo che i cristiani laici debbano nascondersi sulle montagne e costruire una roccaforte contro il mondo moderno. Noi non siamo chiamati ad essere monaci. Dovremmo però seguire l’esempio monastico per vivere vite più ordinate, oranti e contro-culturali. Ciò che intendo è che se vogliamo vivere come fedeli cristiani in un mondo post-cristiano, dobbiamo stabilire una certa distanza tra noi e le pratiche normali di questo mondo, per una nostra maggiore fedeltà. Dobbiamo rafforzare la nostra resilienza interiore.

Che i gesuiti progressisti, come altri cristiani progressisti, siano intimoriti dal mio libro è dovuto al fatto che io ritengo che il loro approccio al mondo non sia fedele e autentico; io credo che sia piuttosto una resa allo spiritus mundi. Ma ci sono anche cristiani non progressisti che rifiutano l’Opzione Benedetto, considerandola troppo radicale. La trovano minacciosa perché dice loro: dovete cambiare la vostra vita. La gente non vuole farlo. La gente vuol credere di poter continuare a vivere come ha sempre vissuto, aspettandosi che in questo modo tutto andrà comunque per il meglio. Ciò è semplicemente falso. Viviamo in un tempo in cui i cristiani hanno dimenticato che la fedeltà può richiedere sofferenza. Come disse una volta la scrittrice cattolica americana Flannery O’Connor, i cristiani moderni vogliono credere che il cristianesimo sia una coperta calda, ma in realtà il cristianesimo è la croce.

Ciò che dico a tutti coloro che mi criticano è: se non pensate che l’Opzione Benedetto sia la risposta, quale risposta suggerite? Perché quello che noi cristiani già stiamo facendo, evidentemente non sta funzionando. Papa Francesco esorta i cattolici ad andare nel mondo e condividere la fede, e non sbaglia a farlo. Ma non puoi dare al mondo ciò che tu non hai. Ci sono sempre meno cristiani, e molti di quelli che ancora si definiscono tali hanno una scarsa comprensione di che cosa significhi essere cristiano. La crisi è grave e pressante.

Caro Rod, che cosa trovi di più e di più buono nell’ortodossia rispetto alla Chiesa cattolica?

Questa è una domanda delicata. Di certo la Chiesa ortodossa ha molti problemi. Nessuna Chiesa è perfetta. Una cosa che la Chiesa ortodossa ha preservato nei tempi moderni, più difficile da trovare nelle chiese cattoliche, è un viscerale senso del sacro, del trascendente, soprattutto nella liturgia. Gli anni della mia vita trascorsi da cristiano ortodosso sono ormai quasi quanti quelli trascorsi da cattolico e devo dire, con rispetto, che vivere e pregare da ortodosso coincide con quello che mi aspettavo di trovare nel cattolicesimo, quando da giovane mi convertii diventando cattolico. Ora mi rendo conto che le mie idee sul cattolicesimo si erano formate leggendo libri scritti prima del Concilio Vaticano II. Inoltre, l’ortodossia è guidata da un senso della tradizione molto più forte di quello presente nel cattolicesimo moderno. L’ortodossia sembra essere più stabile e consapevole del passato.

Devo però spiegare che non ho lasciato il cattolicesimo per l’ortodossia dopo aver soppesato nella mia testa le due confessioni e aver trovato più argomenti a favore dell’ortodossia che argomenti a favore del cattolicesimo. Per me non è stato affatto così. Mi sono convertito al cattolicesimo a ventisei anni. È stata una conversione profonda. Ero cresciuto protestante, ma la mia famiglia non era molto religiosa. Da adolescente avevo perso completamente la fede. Sono arrivato a Cristo più tardi, da giovane, attraverso la Chiesa cattolica. Credevo fortemente nel cattolicesimo, e usavo la mia fede come una sorta di arma contro il mondo.

Nel 2001, come giornalista a New York, ho iniziato a scrivere sul tema degli abusi sessuali da parte dei preti. Ero un vero giornalista cattolico “crociato” e volevo ripulire la Chiesa – la mia Chiesa – anche in difesa dei miei figli. A quel tempo, un buon prete che conoscevo mi avvertì che se io avessi continuato a scrivere su questo argomento, mi sarei ritrovato in luoghi più oscuri di quanto io non potessi immaginare. Questo non mi fermò. Lui allora mi incoraggiò a continuare a scrivere, raccomandandomi però di stare attento ai pericoli spirituali che ciò poteva comportare. Io non lo presi sul serio quanto avrei dovuto. Negli anni seguenti, scoprii cose veramente diaboliche sulla Chiesa. Ad esempio, fin dal 2002 io sapevo del cardinale McCarrick, ma non potevo scrivere nulla su di lui, perché le persone che mi avevano informato su quello che aveva fatto non volevano essere citate. E c’era ben di peggio.

Avevo sempre creduto che se avessi avuto la dottrina ben chiara nella mia testa e buoni argomenti a favore del mio cattolicesimo, la mia fede avrebbe potuto resistere a qualsiasi cosa. Mi sbagliavo. Nel corso delle mie indagini vedevo vescovi mentire, e mentire costantemente. Mi resi conto che era impossibile fidarsi di loro. Erano disposti a mentire per proteggere il sistema e se stessi. Ciò che infine distrusse me e mia moglie fu la vicinanza con un prete cattolico in Texas, dove ci eravamo trasferiti nel 2003, che ci convinse di essere un conservatore che era stato vittima di progressisti. Noi, che eravamo cattolici conservatori, gli credemmo. Solo per caso scoprii la verità, cioè che lui era accusato di molestie su un ragazzo ed era stato sospeso dal suo vescovo nello stato della Pennsylvania. Poi era venuto in Texas e aveva convinto un parroco a farlo tornare al ministero, ma impedendo al vescovo del luogo di saperlo. Ne ho scritto in questo mio articolo sul Dallas Morning News:

http://www.bishop-accountability.org/news2004_07_12/2004_07_01_Dreher_BlowingThe.htm

Mia moglie ed io stavamo permettendo a questo prete di entrare nelle nostre vite. Dopo questa scoperta, qualcosa in noi si ruppe. Non potevamo più fidarci di nessuno di loro. Continuammo ad essere cattolici ancora per un anno, ma spiritualmente eravamo come degli zombie. La nostra intera esperienza di fede non era altro che paura, ansia e rabbia.

Come cattolici, sapevamo che la Chiesa ortodossa ha sacramenti validi. Con il cuore pesante, iniziammo a pregare in una chiesa ortodossa. Non avevamo intenzione di convertirci. Volevamo solo poter stare alla Presenza Reale di Nostro Signore nell’Eucaristia, pur non potendo riceverla, e partecipare ad una liturgia che fosse bella, dove per noi fosse possibile uscire da quella nube scura di rabbia. Alla fine ci rendemmo conto di non poter più tornare indietro: diventammo ortodossi.

Non fraintendetemi: sono grato per la mia fede ortodossa, sono felice di essere ortodosso. Ma perdere la mia fede cattolica è stata la cosa più dolorosa che mi sia mai capitata. Non avevo mai immaginato che sarebbe potuto accadere. Ora vedo che la mia fede era troppo intellettuale e che riponevo troppa fiducia nell’istituzione cattolica. Devo confessare, tuttavia, che Dio mi ha umiliato in modo tale da salvare la mia anima. Non sono diventato ortodosso perché pensavo che la Chiesa ortodossa avesse meno peccati, nonostante io creda che, perlomeno negli Stati Uniti, non abbiamo lo stesso livello di problemi con preti omosessuali e abusi sessuali rispetto alla Chiesa cattolica. Ma non c’è chiesa senza peccato e senza corruzione. Sono diventato ortodosso per salvare la mia fede in Gesù Cristo e la fede della mia famiglia. Mia moglie ed io semplicemente non potevamo più continuare a credere come cattolici. Io raccomando a tutti i cristiani con cui parlo – cattolici, protestanti ed ortodossi – di non dare mai per garantita la propria fede, e di non pensare di poter resistere a qualsiasi prova di fede. Io ero sicuro di farcela, ma non sono sopravvissuto.

Questo ha drasticamente influenzato il tipo di cristiano ortodosso che sono ora. Non ho lo stesso tipo di fiducia nell’istituzione della Chiesa che io avevo da cattolico. Passo molto meno tempo a pensare alla dottrina e molto più tempo a pregare. E cerco fortemente di essere fedele a ciò che credo essere vero senza essere arrogante com’ero una volta. Dopo alcuni anni vissuti come cristiano ortodosso, ho recuperato l’amore per tutto ciò che c’è di buono, vero e bello nella fede cattolica. Spero che i lettori de L’opzione Benedetto se ne accorgano, specialmente nel mio rispetto e amore per i monaci di Norcia e per i Tipi Loschi. Credo che la mia vocazione sia aiutare gli altri ad amare Gesù Cristo e a servirlo. Sebbene io non sia più un cattolico romano, resto sempre un uomo dell’Occidente e credo che la mia civiltà abbia bisogno che la Chiesa cattolica sia forte e pura. Spero che L’opzione Benedetto contribuisca a questa causa.

Stai lavorando a un nuovo libro?

No, non sto ancora lavorando ad un nuovo libro, ma ho qualche idea. Penso continuamente ad una conversazione avuta un anno fa a Parigi con un famoso filosofo francese. Concordavamo sul fatto che l’Occidente sia in rapido declino. Gli chiesi allora dove lui trovasse speranza. Mi disse: “Io non ho speranza”. Gli dissi che la mia speranza è in Gesù Cristo, che io non sono ottimista per quanto riguarda il breve termine, ma sono fiducioso, perché la speranza cristiana ci dà la certezza che Dio mantiene il controllo, e che anche le nostre sofferenze hanno significato se le uniamo a quelle di Cristo. Il professore mi ascoltò rispettosamente, poi disse: “Questo è un bene per voi americani, ma qui in Francia crediamo che questa vita sia l’unica cosa che esiste. Quando tu muori, sei morto.”

Non seppi più che cosa dirgli dopo questa sua affermazione. Ma non riesco a smettere di pensare a quella conversazione. Sto pensando di scrivere un libro per far vedere come possiamo scoprire Dio in questo mondo post-cristiano. Avrà qualcosa a che fare con l’osservazione di Benedetto XVI secondo cui i migliori “argomenti” per la fede sono l’arte prodotta dalla Chiesa e i suoi santi: in altre parole, la bellezza e la bontà rese visibili.

a cura di Aldo Maria Valli

(hanno collaborato: Giovanni, Alessandra, Giuseppe)

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Dear Rod, why do you think that The Benedict Option is having such a big success?

The book is so popular because it reads the signs of the times and captures the spirit of our cultural moment. Christians who really believe in our faith can see clearly that we are living in a time of great confusion and anxiety. The standard answers provided by the Church do not seem sufficient to deal with the reality of our situation.

It has never been easy to be a true Christian, but today, the challenges are very great. The problem is not only that Western civilization is becoming less Christian, but also that Western civilization is becoming post-human. In so many different ways, we are losing our ability to recognize our own humanity, and to have confidence in truth. This is not a crisis that began only yesterday, or even in the 1960s, but it has been growing stronger and stronger for centuries. Now we are at a decisive moment in the history of the world, and in the history of the Church.

Though I have sold more copies of The Benedict Option in the US than in Europe, I find that European Christians — especially those under 40 years old — understand my book better than Americans do, generally speaking. Why is this? Two reasons, I think.

First, Europeans are farther ahead of us in dechristianization. It is more difficult for American Christians to understand what is happening because we have not experienced this as Europeans have. Of course it is happening to us at this moment, but it’s easier for Americans to sustain their denial.

Second, Americans are by temperament optimistic and future-oriented. We lack a tragic sense. We believe that things can only get better, and prefer not to listen to people who say otherwise. It is a dangerous form of self-deception, and one that is particular to American culture.

But I must say that there is also a generational divide, even in Europe. One year ago, The Benedict Option was published in France, and I spent a lot of time there promoting the book. I noticed that Catholics my age (I’m 51 years old) and older have more difficulty with the book’s thesis than younger Catholics do. Why? I believe that it has to do with the hopes of the Second Vatican Council. It is hard for Catholics of a certain age to recognize that the Council has not produced the renewal it promised. Plus, it is difficult for Catholics of these older generations to accept that to live Christianity faithfully now and in the years to come will require accepting greater social marginalization. They want to believe that if only we make a few small changes in the way we present the Gospel, then the world will make room for us at the table, so to speak.

Younger Catholics, at least the ones I have met, do not have this illusion. They understand more clearly than their parents and grandparents that the liberal order catechizes — and that the Church’s attempts to reach the liberal order on liberalism’s own terms only results in the Church being less itself. Two years ago, Andrea Tornielli wrote about some research by Dr. Franco Garelli, who examined the religious beliefs of Italians. Among his findings, he learned that among Italian Catholic families who describe themselves as “convinced and active believers,” only 22 percent of them have children who describe themselves in the same way.

Atheists and weak believers in Italy have no trouble passing their worldview on to their children. But only one in five strong, committed Catholic families can pass on their worldview to their children. To stay engaged with this post-Christian world on familiar terms is spiritual suicide. The kind of Catholics who are drawn to The Benedict Option understand this, and want something stronger. This is a matter of Christian survival.

While presenting your book a few days ago, Msgr Gäenswein said that also Pope Benedict sees himself as an old praying monk. And you, Rod, how do you see Pope Benedict? What’s your opinion about his resignation?

I regard him as a spiritual father. He is a prophet. A Jewish friend who admires Benedict greatly told me that he believes Pope Ratzinger was the West’s last chance to save itself — and it refused him. The tragedy of his papacy is that he was not strong enough to fight his enemies. I admit that I judged him harshly when he resigned, and have been tempted to think hard thoughts about him as the Francis papacy has degenerated into a disaster for the Catholic Church.

But recently, I have thought about it in another way. A friend who is close to Benedict told me that Benedict resigned when he realized that the corruption in the Curia was beyond his power to fight. What if Papa Ratzinger regarded Rome — in this case, “Rome” as symbolic of the Vatican — in the same way that St. Benedict regarded the city of Rome in his day? What if the best way to battle the corruption is to withdraw to Subiaco — in Papa Ratzinger’s case, to contemplation within the walls of the Vatican? It must have been the case that in his time, what St. Benedict did seemed crazy to people. If you are a real Christian, people must have said, why not stay in Rome and fight to clean up the Church? We know now, though, that the saint’s act of renunciation bore tremendous fruit in the centuries that followed.

Could it be that Pope Benedict’s act of renunciation will accomplish the same? It’s impossible to know. But we cannot dismiss the possibility.

I could be wrong. All I can tell you is that I love him and think he’s a saint.

What does St. Benedict of Nursia says about today’s Church?

St. Benedict left the city of Rome when he found it too corrupt. He was afraid that if he remained there, living in the city, that he would lose his faith. Benedict did not abandon God, however. He only searched for a new way to live out the faith under those difficult conditions. In the same way, it is obvious that the Church today has become very weak and disintegrated — and even corrupt. Pope John XXIII wished to “open the windows of the Church and let in the fresh air.” It is now clear that thieves rushed in, and have in many ways made the modern Church a ruin. Catholics who wish to remain Catholic will need to find a new way to live as Catholics. This does not require leaving the Catholic Church, but it does require going much deeper into the roots of the Catholic faith, and living a much more spiritually disciplined life. The Tipi Loschi community in San Benedetto del Tronto show one way of how lay people can do this, but I’m sure theirs is not the only way. The point is that faithful Christians living in the Church today must be like St. Benedict in the sense of recognizing clearly the ruins around them, and making a conscious decision to turn away from the things that could cost them their faith. Remember, St. Benedict did not only walk away from something bad; he walked towards something good. And because he found it in Subiaco, and in monastic life, Benedict was able to return good to the world, and his spiritual sons were able to rebuild the ruins that caused their father Benedict to flee. This must be the calling of Catholics today.

To change the metaphor, let’s consider Dante, in the dark wood. In the first cantos of the Commedia, Dante knows that he must escape the dark wood, or he will die. Heaven sends Virgil to guide him to safety. In the same way, I think heaven may be sending the example of St. Benedict to help Catholics caught in the dark wood of the modern Church, and lead them to spiritual renewal within the Church. The problem Catholics face today is that far too many of their leaders can’t admit the failures of the postconciliar Church, and believe that the dark wood is in fact the Garden of Eden.

Together with many compliments, your book received many criticisms, for example from La Civiltà Cattolica magazine. How do you explain these criticisms?

Well, I can’t know the mind of all these critics, but it’s clear that they feel threatened by it. To be clear, I do not mind honest critics. In fact, I benefit from their criticism. I do not claim to have all the answers for Christians, and I welcome constructive criticism. The Benedict Option is not a vanity project for me, but rather something that I pursue because I am searching for a way to live a more faithful Christian life for myself and my children. An honest critic who points out my errors can only help me.

The problem is dishonest criticism, like the one I received from La Civiltà Cattolica. Why are they so threatened by the Benedict Option idea that they feel at liberty to lie about it? I say very plainly in the book that I don’t believe we lay Christians should run hide in the mountains, and build a fortress against the modern world. We are not called to be monks. Instead, we should follow the monastic example and live lives that are more well-ordered, prayerful, and countercultural. That is, if we are going to live in the post-Christian world as faithful Christians, we must establish a certain distance from the normal practices of that world, for the sake of being faithful. We need to strengthen our internal resilience.

The problem that liberal Jesuits and other liberal Christians have with my project is that I deny that their way is faithful and authentic. Rather, I believe it means surrender to the spiritus mundi. But there are Christians who are not liberal, and who reject the Benedict Option as too radical. They find it threatening because it tells them: You must change your life. People don’t want to do that. They want to believe that they can continue to live as they always have lived, and expect the best. That simply is not true. We live in a time in which Christians have forgotten that fidelity may require suffering. As an American Catholic novelist, Flannery O’Connor, once said, modern Christians want to believe that Christianity is a warm blanket, but in fact it is the cross.

What I say to all my critics is this: If you don’t think the Benedict Option is not the answer, then what do you suggest? Because what we Christians are doing is plainly not working. Pope Francis urges Catholics to go into the world to share the faith, and he’s not wrong to do so. But you cannot give to the world what you do not have. There are fewer and fewer Christians, and many of those who still call themselves Christians have little understanding of what it means to be Christian. The crisis is severe, and urgent.

Dear Rod, what’s more and better in the Orthodox Church than in the Catholic Church?

That’s a delicate question. The Orthodox Church has lots of problems, for sure. No Church is perfect. One thing the Orthodox Church has preserved in modern times — something that is more difficult to find in Catholic churches — is a visceral sense of the sacred, of the transcendent. Especially in the liturgy. I have been an Orthodox Christian for almost as long as I was a Catholic Christian, and I must say, with respect, that living and worshiping as an Orthodox is what I expected Catholicism to be when I converted to Catholicism as a young man. I realize now that my ideals of Catholicism were formed by reading books written before the Second Vatican Council. Plus, Orthodoxy is guided by a far stronger sense of tradition than what you find in modern Catholicism. It feels more stable, and conscious of the past.

But I must explain that I did not leave Catholicism for Orthodoxy because I weighed the two in my mind, and found the argument for Orthodoxy better than the argument for Catholicism. It wasn’t like that at all with me. I converted to Catholicism at the age of 26. It was a profound conversion. I had been raised Protestant, but my family was not very religious. I lost faith entirely as a teenager. I came to Christ later, as a young man, through the Catholic Church. I strongly believed in Catholicism, and used my faith as a kind of weapon against the world.

I began to write about the priest sex abuse topic as a New York journalist in 2001. I was a real crusading Catholic journalist, and wanted to clean up the Church — my Church — in part to defend my own children. At the time, a good priest I knew warned me that if I continued writing about this issue, I would go to places darker than I could imagine. That did not stop me. He encouraged me to keep writing about it, but to be aware of the spiritual dangers. I did not take him as seriously as I should have done. Over the years that followed, I discovered truly evil things about the Church. I knew about Cardinal McCarrick in 2002, for example, but I could not write about him because the people who told me what he had done would not go on the record. There were many worse things than that.

I always believed that if I had doctrine clear in my head, and the arguments for Catholicism straight, that my faith could withstand anything. I was wrong. From my investigations, I saw bishops lie — and lie constantly. I learned that it was impossible to trust them. They were willing to lie to protect the system, and to protect themselves. What finally broke my wife and me was growing close to a Catholic priest in Texas, where we moved in 2003, who convinced us that he was a conservative who had been the victim of liberals. We were conservative Catholics, and we believed him. I discovered the truth by accident: that he was an accused molester of a boy — a priest who had been suspended by his bishop in the state of Pennsylvania, and who had come to Texas. He convinced a parish pastor there to put him into ministry, but to keep the local bishop from knowing it. I wrote about this in my Dallas Morning News column:

http://www.bishop- accountability.org/news2004_07_12/2004_07_01_Dreher_BlowingThe.htm

My wife and I were allowing this priest to come into our lives. After that, something broke within us. We could not trust any of them again. Though we continued as Catholics for one more year, we were like spiritual zombies. Our entire experience of the faith was nothing but fear, anxiety, and anger.

As Catholics, we knew that the Orthodox church has valid sacraments. With heavy hearts, we started worshiping at an Orthodox church. We did not intend to convert. We only wanted to be in the Real Presence of Our Lord in the Eucharist — though we could not receive it — and in a liturgy that was beautiful, where we were not under that dark cloud of anger. Eventually we realized that we could not return. We became Orthodox.

Don’t misunderstand: I am grateful for my Orthodox faith, and am happy to be Orthodox. But losing my Catholic faith was the most painful thing that ever happened to me. I never imagined that it could happen. I see now that my faith was too intellectual, and that I placed far too much trust in the Catholic institution. I must confess, though, that God humbled me in a way that saved my soul. I did not become Orthodox because I thought the Orthodox church had less sin, though I do believe that in the US, at least, we don’t have the same degree of problems with homosexual priests and sex abuse. There is no church without sin and corruption. I became Orthodox to save my faith in Jesus Christ, and my family’s faith. My wife and I simply could not believe as Catholics any longer. I warn all Christians to whom I speak — Catholics, Protestants, and Orthodox — never to take their faith for granted, and to think that they could withstand a test of faith. I was sure that I could, but I didn’t survive it.

This has dramatically affected the kind of Orthodox Christian I am. I do not have the same kind of trust in the Church institution that I did as a Catholic. I spend far less time thinking about doctrine, and far more time praying. And I try hard to be faithful to what I believe to be true without being arrogant about it, as I once was. After a few years as an Orthodox Christian, I regained the love of all that is good, true, and beautiful in the Catholic faith. I hope that readers of The Benedict Option can see that, especially in my respect and love for the monks of Norcia, and the Tipi Loschi. I believe my vocation is to help others to love Jesus Christ and to serve him. Though I am no longer a Roman Catholic, I remain a man of the West — and that means that I believe my civilization needs the Roman Catholic Church to be strong and pure. I hope The Benedict Option contributes to that cause.

Are you working on a new book?

No, I’m not working on a new book yet, but I have some ideas. I am haunted by a conversation I had a year ago in Paris with a famous French philosopher. We agreed that the West is in rapid decline. I asked him where he found hope. He said, “I have no hope.” I told him that my hope was in Jesus Christ. I am not optimistic about the short term, but I am hopeful, because Christian hope gives us confidence that God is in control, and that even our suffering has meaning if we join it to Christ’s. The professor listened to me with respect, and then said, “That is good for you Americans, but here in France, we believe that this life is the only thing that exists. When you die, you are dead.”

I did not know what to say to him after that. But I can’t stop thinking about that conversation. I am thinking about writing a book to show how we can discover God in the post-Christian world. It will have something to do with Benedict XVI’s observation that the best “arguments” for the faith are the art the Church produces, and her saints — in other words, beauty and goodness made visible.

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