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Papa Francesco, i poveri in spirito e una catechesi che solleva dubbi

Cari amici di Duc in altum, sono lieto di proporvi un contributo di Pietro De Marco circa una recente catechesi di papa Francesco dedicata ai “beati i poveri in spirito”.

Nel suo intervento il papa ha detto: “Ma c’è da ribadire una cosa fondamentale: non dobbiamo trasformarci per diventare poveri in spirito, non dobbiamo fare alcuna trasformazione perché lo siamo già!”. De Marco (filosofo e storico di formazione, è stato docente di sociologia della religione all’Università di Firenze e alla Facoltà teologica dell’Italia centrale) si pone a questo punto una domanda: davvero è la sola costituzione finita dell’uomo, la sua nullità, a renderlo povero in spirito e dunque erede del Regno dei cieli? Ma allora perché l’Incarnazione?

A.M.V.

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La recente catechesi di Francesco nell’Aula Paolo VI (5 febbraio) non comporterebbe nel suo insieme un’attenzione critica, ma solo quella sincera riconoscenza che De Lubac invitava ad avere sempre nei confronti del predicatore. “I ‘poveri in spirito’ sono coloro che sono e si sentono poveri, medicanti, nell’intimo del loro essere. Gesù li proclama beati, perché ad essi appartiene il Regno dei cieli”, dice il papa, ed è certamente così, anche se non solo così. Ma più avanti: “[…] più chiaro: siamo dei ‘poveracci’ in spirito! Abbiamo bisogno di tutto […]. È la condizione umana”.

Il richiamo alla condizione umana è efficace in sede apologetica, ma soddisfa meno in una catechesi che, in sé mistagogica, deve condurre per mano chi ascolta a fare passi verso il mistero, oltre le evidenze umane che essa non scopre (antico tema, l’umana finitezza e miseria) ma illumina e trasforma. Comunque, il riconoscimento della finitezza, anzi nullità, accompagna l’ascolto e il culto di Dio; un dato biblico fondamentale. Così accolgo dalla catechesi del papa anche che “l’orgoglioso non può chiedere scusa: ha sempre ragione”, ovvero non rinunzia a sentirsi ricco (di conoscenza, di capacità di giudizio, di onore da difendere) e la sua ricchezza lo frena, lo immobilizza, di fronte al prossimo; non necessariamente di fronte a Dio.

In realtà il cenno all’orgoglio umano è una piccola deviazione dal tema; l’esempio riguarda piuttosto l’umiltà che la povertà in spirito. Nella catechesi di cui parliamo le deviazioni del genere sono numerose.  Ma l’esegesi del brano di Matteo 5,3 è talmente ricca di interpretazioni e talmente oscillante, da secoli, che il predicatore e lo spirituale sono tentati di attingervi a mani piene e con libertà.

Quello che mi ha colpito, e non potrei accogliere, è un passo centrale: “C’è da ribadire una cosa fondamentale: non dobbiamo trasformarci per diventare poveri in spirito, non dobbiamo fare alcuna trasformazione perché lo siamo già!”.  Dunque, appena ragionando, sarebbe la sola costituzione finita dell’uomo, la sua nullità, che lo fa erede del Regno dei cieli. Questo stupisce, in un periodo in cui dai pulpiti (scusate, dagli amboni) non si parla che di “conversione”, di metánoia: convertitevi, da che e verso che? E non sono uomini della finitezza anche i ricchi? Perché mai allora deprecare la loro condizione di sazietà sulla terra, e invitarli alla povertà in spirito? Evidentemente qualcosa non va e su un nodo non proprio secondario.

“Non dobbiamo trasformarci”? Dovremmo aggiungere, per coerenza, che nemmeno l’Incarnazione, l’Annuncio, la Morte e Resurrezione ci hanno trasformato, non ce n’era bisogno. L’uomo post lapsario, i figli di Eva, erano dunque nelle condizioni ideali per il Regno. Perché allora l’Incarnazione? Si avvertono qui le eredità o le metamorfosi del cosiddetto cristianesimo anonimo di Karl Rahner, che continuano a infestare la dogmatica e la retorica cattolica. Ma evitiamo polemiche e torniamo alla beatitudine degli ptōchoì  tō pneúmati e al suo significato.

La costellazione delle interpretazioni mi pare si possa ricondurre a tre linee principali. Una prima si coglie nella traduzione “poveri di spirito”, prevalente un tempo nelle lingue moderne, che ha dato anche origine al modo di dire popolare. Una “privazione” di spirito, dunque, che può andare da “l’uomo di cuore o mente semplice” all’idiota dostoevskijano e che include, in questo privilegiare la carenza di pneũma, un’ipotesi esegetica più sofisticata. Quella dell’elezione, da parte di Gesù, del popolo (ebraico) semplice, religiosamente eclettico, semi-pagano, cui naturalmente si oppone il culto rigoroso delle élites sacerdotali postesiliche e il rigorismo delle cerchie farisaiche. I “poveri di spirito” designerebbero il “popolo della terra”, non ortodosso ma (per Gesù) aperto alla Parola, e la beatitudine rientrerebbe nella polemica anti-farisaica.

Una seconda linea, correttiva, prevalente già ai tempi della mia formazione parrocchiale, è quella espressa dalla traduzione “poveri in spirito”.  Il dativo tō pneúmati sarebbe delimitante (o anche rafforzante) e porrebbe al centro della beatitudine la povertà come tale: o la povertà nella quale alla penuria corrisponda il distacco interiore dai beni, o il solo distacco dai beni (povertà nello spirito) indipendentemente dalla condizione sociale (interpretazione dominante, che alcuni sentono come accomodatizia) o – già nella tradizione antica – la scelta volontaria (“secondo lo spirito”) della povertà materiale.

Un terzo genere di interpretazioni cerca invece il senso nella locuzione intera, non nelle sue parti (i poveri, lo spirito), a partire dal sostrato ebraico: gli ptochoí sarebbero piuttosto gli umili, verso gli altri (da ciò quel “potere dell’umiltà” di cui parla papa Francesco) ma anzitutto verso Dio, secondo la teologia dominante dei Salmi. Oppure (secondo Dupont), e un po’ diversamente, sarebbero coloro che soffrendo “si curvano” agli eventi, nell’accettazione “dolce”, riconoscente, della volontà di Dio che quegli eventi manifestano e ai quali non sono capaci (la “povertà”) di tener testa.

Ora in nessuna delle possibili, e ricche, esegesi della formula gesuana sembra essere implicito che “non dobbiamo trasformarci”, né che quegli stati “nello spirito” cui mira la beatitudine appartengano già alla condizione umana. La stessa condizione di “povertà di spirito” (dalla simplicitas alla santa follia), nelle culture che ne riconoscono la fonte divina, non è ordinaria né semplicemente data: è dono, è Grazia. Il distacco dai beni, nel povero o nel non povero o nel povero volontario, non è un dato: è un difficile risultato (il “giovane ricco” non ne fu capace, non perché orgoglioso, ma perché ricco); i materialmente poveri “secondo lo spirito” (le correnti pauperistiche, san Francesco, le tradizioni eremitiche) sono figure eccezionali, talora esemplari, di santità. Ed anche introducendo e omileticamente mescolando a tutto questo il tema della miseria dell’uomo, altro è la semplice coscienza di tale miseria, che può divenire nihilistica e suicidaria (esistenzialismo ateo), altro è la sua trasformazione in confessione di peccato, in umiltà sovrannaturale di fronte al Creatore.

Si vuole dire, semplicemente, che l’integrazione di Matteo (tō pneúmati) addita la condizione per cui gli uomini possono essere, ma non tutti sono o saranno, i “poveri” che Dio ama. Per esercitare la virtù della “povertà” (e rispondere al richiamo delle beatitudini) sarà di aiuto guardare in sé stessi, ma non basterà; andrà superata la soglia oltre la quale agiscono la nostra volontà e la Sua grazia. Lo schema apologetico di papa Francesco si ferma troppo spesso su questa soglia, quasi sempre equivocamente: anzitutto perché, come ho detto, egli fa catechesi, che è da secoli formazione cristiana a cristiani, a battezzati, che non ha senso trattenere sulla soglia, sui preambula naturali, per dire così. Ma anche perché, supponendo che egli pensi di parlare solo a uomini secolarizzati, non può illuderli che essi si trovino già salvi perché tout court “umani” (che è poi una prospettiva teologica erronea: l’uomo occidentale senza la fede in Cristo non è una sorta di “uomo naturale” da evangelizzare come un nativo, è l’esito drammatico di un collasso della Cristianità, e ancora implicato in essa).

Se tutti dobbiamo essere “poveri” tō pneumati in quasi tutti i significati visti (purché compatibili), questo comporterà o ha comportato il passaggio di soglia, verso una povertà che trova senso nell’ordine dell’antropologia biblica e della rivelazione cristiana. Una “occasione di grazia”, espressione da usare con cautela, non è ancora la Grazia. Insomma, manca in questo come in altri testi del papa ogni riferimento all’azione elevante di Dio. Le “parole magiche” dell’umiltà-povertà in spirito (grazie, permesso, scusa) possono ridursi a uno stile di relazione, a umana benevolenza, a uno “splendido vizio”, se non vi corrisponde una confessione verticale: “Come può essere giusto un uomo davanti a Dio, e come può essere puro un nato da donna?”.

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P.S.  Lo sforzo di ragionare pacatamente, nei confronti del Santo Padre, si scontra continuamente con nuove aberrazioni, non sempre “minori”. È stato anticipato che in una conversazione registrata destinata a TV 2000 il papa avrebbe detto di non amare l’idea di un Dio perfetto, da matematici, e di avversare le concezioni di un Dio-Mandrake. I due aspetti, travolti dalla consueta boutade di cattivo gusto, anni Sessanta, hanno a che fare l’uno con l’altro, ma in chiave molto più seria. In effetti riguardano la millenaria concezione di Dio, accolta e trasformata dalla filosofia cristiana (il trattato De Deo). La perfezione e la potenza di Dio sono sviluppati, in teologia naturale, con strumenti filosofici appropriati, per essere dati come preambula e sussunti in dogmatica; così la Sua onnipotenza è un articolo del Credo; onnipotenza e perfezione di Dio sono bibliche. E sono proprio i santi, che il papa evoca contro il Dio dei filosofi (cristiani), coloro che hanno l’esperienza più acuta della potentia Dei interveniente nelle cose umane. Forse per il papa, come già per tanti autori del nostro quadro di formazione post-conciliare (li conosco, non siamo lontani di età), i magnalia Dei (et terribilia) come i miracoli che Dio opera tramite i suoi profeti e santi, sono performances da Mandrake. Non avevo avuto dubbi nell’indicare in papa Francesco uno stile alla J.A.T. Robinson, il dotto vescovo anglicano che si volle divulgatore delle sindromi protestanti-liberali (semi-deistiche) contro la presenza attiva e provvidente di Dio nella storia.  Ma si guardi papa Bergoglio da irridere con argomenti squalificati l’onnipotenza di Dio per procurarsi favori tra gli “uomini empi”, e conquistarsi una leadership costruita sulla sabbia. Rilegga i libri dei Re.

Pietro De Marco

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