Ancora su un film discutibile in un cinema cattolico

Cari amici di Duc in altum, come forse ricorderete nella mia rubrica satirica Strano dunque vero di qualche giorno fa mi sono occupato, su segnalazione di un lettore, di un cinema dell’Acec (l’Associazione cattolica esercenti cinema)  che a Busto Arsizio ha proiettato un film, La vita invisibile di Euridice Gusmao, a proposito del quale un sito specializzato ha parlato di “scene di sesso molto brutali“, mentre in un altro sito la pellicola si è meritata la valutazione “severe” nella sezione “sex & nudity”, tanto è vero che negli Usa il film è stato vietato ai minori di diciassette anni non accompagnati a causa di “strong sexual content, graphic nudity and some drug use“. A seguito della pubblicazione della rubrica, una gentile lettrice mi ha scritto spiegando che il parroco non ha avuto alcuna colpa, ma si è trattato di uno “scivolone”, anche perché il parroco, impegnatissimo in mille attività, non riesce a seguire pure la programmazione del cinema. Pensavo che il caso fosse chiuso, ma ecco che mi è arrivata un’altra lettera, questa volta scritta dal direttore di un’altra sala parrocchiale nella quale è stato proiettato lo stesso film. Qui sotto ve la propongo. Poi in fondo troverete una mia brevissima replica.

A.M.V.

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Caro Valli, sono il direttore del cineteatro Don Bosco di Carugate (Milano), una sala parrocchiale Acec (Associazione cattolica esercenti cinema) che promuove cinema, teatro e concerti nell’hinterland milanese.

La seguo da sempre, ho letto tutti i suoi libri e ho letto nel suo blog Duc in altum la polemica innescata dalla proiezione del film La vita invisibile di Euridice Gusmao in una sala Acec. Devo dire che sono rimasto sorpreso dal modo, a mio modo di vedere un po’ troppo superficiale, con cui è stato trattato l’argomento.

Non credo che basti il fatto che un film contenga scene di sesso esplicite (che non nego) come unico criterio per valutare la sua proiettabilità in una sala cattolica. Dico questo perché anche nella nostra sala, in un contesto di cineforum, abbiamo proiettato tale film e provo a motivare tale scelta che è stata fatta in modo consapevole, non come “incidente di percorso”.

Il film, che ha vinto il premio Un certain regard a Cannes, è universalmente riconosciuto come un’opera di grande qualità e tutte le recensioni ne parlano molto bene. La storia tratta del legame affettivo “a distanza” tra due sorelle, nel Brasile degli anni Cinquanta, nel contesto di una famiglia patriarcale molto oppressiva nei confronti delle donne.

È stato un film certamente difficile da “digerire” (soprattutto nella prima parte) ma posso assicurare che tutte le scene più esplicite (ce ne sono più di una) non sono “gratuite” o in qualche modo “compiacenti”, anzi sono inserite in un contesto per mostrare tutta la loro brutalità e tutto il male che esprimono, ma nonostante tutto c’è ancora una speranza di “redenzione” nella vita di queste due donne.

Tutta la seconda parte del film mostra il valore di un legame affettivo tra sorelle separate dalla distanza ma unite da un forte legame, due donne che hanno reagito (ognuna a modo suo) alle difficilissime condizioni di vita alle quali sono state sottoposte.

Venendo poi alla questione della censura, occorre precisare che non è un elemento sempre chiaro: lei cita il rating Usa “R”  (che in America significa film vietato ai minori di 17 anni non accompagnati da un adulto), ma in Italia il film è uscito “per tutti” (forse era meglio vietarlo ai minori di quattordici anni), e su siti specializzati, come il cattolicissimo Sentieri del cinema, danno indicazioni 13+ o 14+.

Del resto, diversi film che negli Usa sono “R” in Italia sono usciti come “per tutti” (il caso più eclatante fu Kill Bill volume 2). Forse per meglio orientarsi sul rating del film è opportuno osservare le censure applicate da diversi paesi.

Chiaramente La vita invisibile di Euridice Gusmao non è un film da proporre la domenica, in un contesto normale. Come facciamo sempre nella nostra sala, è stato infatti proposto in un contesto “protetto”, all’interno di una rassegna cinematografica rivolta agli adulti.

In sala è sempre presente un critico cinematografico, che ha avvisato in anticipo della presenza di queste scene esplicite. Non nascondo che anche per me tali scene sono state un pugno nello stomaco, ma l’intento registico è proprio quello di provocare un senso di nausea di fronte a tanta violenza. Al termine della proiezione c’è stata anche l’occasione di un dibattito in sala.

Anche da noi uno spettatore si è alzato a metà film e se ne è andato insieme alla moglie, perché disgustato. Eppure, al termine della rassegna, il film è stato tra i più apprezzati, con voti di gradimento molto alti.

Abbiamo ricevuto dallo spettatore arrabbiato critiche sulla nostra scelta, però il film non lo ha visto tutto, mentre credo che, per dare un giudizio completo, l’opera andrebbe vista nella sua interezza.

Dal mio punto di vista la nostra scelta non è stata uno “scivolone”, anzi è stata una scelta precisa e ponderata, pur con le criticità che comportava. Altre volte abbiamo fatto scelte diverse, come quella di non proiettare Chiamami col tuo nome, perché in quel caso abbiamo valutato il film come portatore di messaggi negativi in riferimento ai valori cristiani. In questo caso mi sento di dire che il film non solo non è contrario a valori cristiani ma anzi propone valori positivi in un contesto famigliare negativo dove però emerge il legame positivo delle due sorelle.

Spero di aver fornito qualche elemento in più di discussione su questo delicato tema. Mi sono sentito in dovere di scrivere perché noi responsabili laici di sale Acec spesso siamo oggetto di critiche, da entrambe le parti. Quando abbiamo proposto il film Footprints, il cammino della vita, sul cammino di Santiago, in sala si sono alzati urlandoci “bigotti, vergogna!”. Dato che la maggior parte di chi lavora nelle sale Acec lo fa a titolo gratuito (compresi tanti direttori come me), posso anche capire che ogni tanto ci sia qualche scivolone o qualche scelta non troppo felice. Altro grosso problema è che siamo spesso lasciati completamente soli dai parroci, che nemmeno frequentano la sala, alla faccia della “Chiesa in uscita”, e si fanno vivi solo quando sorge qualche problema.

Cordialmente.

Carlo Barazzetta

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Ringrazio il gentile lettore Barazzetta per queste precisazioni. Non so nulla di cinema, né tanto meno di sale dell’Acec. Le sue informazioni mi hanno quindi aiutato a capire un po’ come funzionano le cose.

Personalmente resto dell’avviso che, poiché il mondo ci propone già un ricco e variegato campionario di brutalità e oscenità, non ci sia tutto questo bisogno di andarsi a cercare altri pugni nello stomaco, specie in un cinema cattolico intitolato a san Giovanni Bosco. Il fatto poi che un film abbia vinto un premio a Cannes mi sembra un’aggravante, non un’attenuante. 

A.M.V.

 

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