Silvia – Aisha: modello per chi?

Cari amici di Duc in altum, dopo un periodo di silenzio è tornato a scrivermi il Giovane prete che già in passato è intervenuto nel blog. Questa volta affronta la vicenda di Silvia (Aisha) Romano, ma non tanto per giudicare la scelta della giovane, ovvero la conversione all’Islam, quanto per riflettere sul modo in cui pastori e commentatori cattolici si sono espressi a proposito della scelta della giovane.

Da parte mia, non aggiungo altro a ciò che scrive il Giovane prete. Anche in quanto padre di cinque figlie, mi sento solo di ringraziare il Signore per aver restituito ai suoi cari Silvia. Ci sarà tempo, eventualmente, per ulteriori riflessioni.

A.M.V.

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Caro Aldo Maria, ti scrivo perché l’occasione della vicenda legata a Silvia Romano, così come è stata commentata da Famiglia cristiana ma soprattutto da Avvenire, ha portato nuovamente alla luce i punti più importanti che avevo già denunciato in un precedente post che tu avevi gentilmente pubblicato in Duc in altum. Mi riferisco a Chiesa e missione: stiamo entrando nel tempo della prova finale?

Mi permetto di invitare i lettori ad andare a rileggerlo tenendo a mente la storia della ragazza ritornata in Italia.

In questi mesi sto ricevendo davvero tante telefonate di persone indignate, desolate e rassegnate (il mix di sentimenti che ormai accompagna i nostri giorni) per come l’intellighenzia cattolica sta affrontando le varie questioni di attualità, ultima delle quali la liberazione della giovane volontaria italiana Silvia (Aisha) Romano. Le persone che si rivolgono a me non riescono a capacitarsi di come i pastori siano lontanissimi dalla fede e dal comune sentire della gente, la cui rabbia avverto in crescita nella misura in cui queste persone percepiscono di essere sempre, in un modo o nell’altro, sul banco degli accusati.

Nel caso specifico di Silvia (o Aisha), per i cattolici accreditati come “professionisti dell’informazione” il vero problema non sembra essere il terrorismo islamico né l’apostasia pubblica della fede cattolica, ma la rabbia di quegli italiani “propagatori del niente che prima o poi si troveranno uno specchio davanti al quale vergognarsi”.

Ora, caro Aldo Maria, pur non essendo io sui social, che ritengo effettivamente essere recipienti di odio, non ho difficoltà a immaginare che ci possano essere stati commenti molto offensivi nei confronti della giovane e dai quali è giusto prendere le distanze, ma trovo altrettanto risibile pensare che gli italiani siano arrabbiati “perché la ragazza è tornata viva, perché ha lottato per non morire, perché è partita per l’Africa e per essere una donna”, come sostiene il direttore di Avvenire. Non spendo neanche una riga per commentare questa lisciata di pelo al femminismo, al politicamente corretto e all’islamofilia di sinistra che, tra l’altro, è esattamente ciò che alimenta quella rabbia che si vorrebbe evitare.

Personalmente, pur condividendo i sentimenti della mia gente, ormai non sono più sorpreso di nulla. Pastori che non credono più al mandato affidato da Cristo alla sua Chiesa di annunciare il Vangelo al mondo intero, di ammaestrare le nazioni, battezzandole nel nome della Santissima Trinità; pastori che non credono più che la Chiesa cattolica sia la Chiesa di Cristo; pastori che hanno come modello di missione la “testimonianza silenziosa” e non l’evangelizzazione anche a costo del martirio; pastori che ritengono che in fondo la Chiesa sia destinata a perire, insieme al Credo (vedi “profezia” di padre Lombardi) non possono non interpretare la realtà con i nuovi occhiali da vista che solo loro hanno in dotazione ma che, come le mascherine, non arrivano alle persone comuni.

Perciò non mi stupisco più che Famiglia cristiana indichi Silvia Romano come “modello” per i nostri ragazzi, ignorando la differenza tra missione cristiana e, al massimo, filantropia.

Faccio semplicemente osservare che Silvia non era partita per portare l’amore di Dio nel mondo e in prigionia si è convertita al radicalismo islamico dei suoi stessi persecutori; arrivata in Italia, ha mostrato con orgoglio la sua nuova divisa di donna sottomessa, e proclamato il suo nuovo nome. Dunque, dal punto di vista cattolico, mi chiedo: è un “modello” per chi?

Tengo a precisare una cosa: il problema non è Silvia Romano, verso la quale nutro davvero tutta la mia compassione e alla quale auguro di ritornare presto in sé stessa (come accadde al figliol prodigo). Il problema è la cultura di fede che arriva a elaborare quell’interpretazione che riesce ad additare Silvia come un “modello”. Addirittura, si è arrivati a esaltarla come una “donna forte”, perché ha preso la decisione di convertirsi, mentre, se fossimo davvero cristiani, dovremmo parlare di apostasia, perché la conversione è solo al vero Dio.

Fatemi capire bene: possibile che da gente che ha sempre sulla bocca il Concilio Vaticano II sentiamo parlare di “libera conversione in libero Stato” (don Dino Pirri dixit), lodando così un gesto compiuto in prigionia e con il mitra puntato? Alla faccia della grande scoperta conciliare che un vero atto di fede presuppone la libertà di poterlo compiere!

Non mi stupisco neppure del commento da “padre” del cardinale Bassetti, secondo il quale Silvia “è nostra figlia”. È troppo facile e troppo incompleto, perché nasconde il problema della scelta, che la ragazza ha fatto, di ripudiare la fede, ovvero ciò che per noi credenti è il nostro tesoro più prezioso. Mi limito a dire al cardinale: eminenza, questa nostra figlia si chiamava Silvia e oggi si chiama Aisha. Capisce?

Ripeto: non sto discutendo della scelta della ragazza, ma dei commenti dei nostri pastori e dei giornalisti “cattolici”.

A malincuore devo registrare anche l’affermazione del parroco che dice che sarà “solo contento se a mente fredda [Aisha] reputerà l’islam la risposta corretta per la sua esistenza”. Cascano le braccia. Come si fa, reverendo parroco, a essere contenti se una tua pecorella se ne va dal gregge che ti è stato affidato da Cristo, l’unico Salvatore? Ma ci crediamo o no alla salvezza? La fede non è un gioco per cui “scelgo quella che mi fa stare meglio”. Qui in ballo c’è la vita eterna!

Ma, anche qui, non mi stupisco. Ormai cresciamo convinti che non esista più la Rivelazione cristiana, ma solo “tradizioni religiose”, come d’altronde affermato dallo stesso papa Francesco quando ha aderito alla giornata di preghiera universale del 14 maggio. Forse chi non è del settore non riesce a capire il peso di certe parole, ma fare del cristianesimo una religione tra le altre significa relativizzare il suo contenuto di verità che la rende unica. Il cristianesimo non è una “tradizione religiosa”, ma è la Rivelazione di Dio all’umanità!

Non mi stupisco neppure di come certe testate cattoliche considerino l’apostasia “inevitabile” in determinate condizioni. Premesso che nessuno di noi sa come reagirebbe nella situazione che la giovane ha dovuto affrontare, non possiamo però nasconderci che tradire la fede non può essere dato per scontato; anzi, la gloriosa storia del cristianesimo ci mostra esattamente il contrario. Solo recentemente ci siamo accorti che questa Chiesa ha assegnato il primato alla vita biologica sulla salvezza eterna. Non era mai stato così e, per fortuna, oggi non è così ancora in moltissime zone, come l’Iraq, la Siria, il Pakistan, dove coraggiosissimi cristiani non si piegano alle violenze islamiche e sono disposti a offrire la loro vita a imitazione di Gesù pur di non tradirlo. E i modelli non ci mancano: penso ad Asia Bibi, a Shahbaz Bhatti.

Se siamo arrivati a essere indifferenti davanti all’apostasia vuol dire che stiamo perdendo pezzi fondamentali del motore cristiano.

Dovremmo riflettere su quanto siano importanti le verità di fede per la vita reale delle persone, conditio sine qua non per continuare a vivere da cristiani in un mondo sempre più complesso e allo stesso tempo più vuoto.  È infatti sotto gli occhi di tutti come in questi ultimi anni, in nome del primato della pastorale sulla dottrina, abbiamo assistito alla messa tra parentesi delle verità della fede, ridotta a puro sentimentalismo. Ma nella complessità e nel vuoto i sentimenti naufragano e la vita perde la direzione e la meta. Ci siamo dimenticati che la fede è anche una conoscenza e che la carità ha una propria intelligenza e un proprio ordine, pena deformarsi se lasciate in balia delle pure emozioni.

A noi riscoprire come l’intelligenza della fede e una carità intelligente possano di nuovo diventare le due ali che ci permetteranno di maturare e affrontare con coraggio le sfide della vita, restando l’antidoto più potente contro questo conformismo ecclesiale dilagante che non sa distinguere neppure più tra una vera liberazione e una esibizione di schiavitù.

Il Giovane prete

 

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