Lettera ad Aldo Maria Valli sulla vita che passa

di Aurelio Porfiri

Caro Aldo Maria,

nella tua ultima lettera parli di stanchezza. Ti capisco, la sento anch’io. Però bisogna vigilare su questa stanchezza, perché ci fa rischiare di parlare come dischi rotti. Certo, lo sappiamo che non ci sentiamo a nostro agio in questa Chiesa attuale e avvertiamo entrambi che la vita sta passando. Siamo tutti e due nella maturità e rischiamo di continuare a ripeterci fino alla fine il ritornello della Chiesa che non va. Sia chiaro, non nego che in questo ci sia del vero, ma come ci dobbiamo comportare noi? Questa in definitiva è la domanda.

Ricordo che quando mi trovavo a Macao, ed ero molto insoddisfatto per alcuni comportamenti nella Chiesa locale, una suora cinese di una certa età, molto pia e devota, mi disse di non curarmi del fatto che gli uomini di Chiesa non fossero all’altezza, perché noi avevamo sempre Cristo. Dopo vari anni, non ho mai dimenticato quelle parole che risuonano nella mia mente insieme alle parole di sant’Ambrogio musicate magnificamente dal mio venerato maestro, il cardinale Domenico Bartolucci: omnia habemus in Christo, omnia nobis est Christus.

Ti ho detto molte volte del debito intellettuale che ho per Vittorio Messori, un debito che sfocia nell’ammirazione e che recentemente si è trasformato in amicizia. Ebbene, ciò che mi è sempre piaciuto nel suo approccio è l’aver messo al primo posto quello di sondare le ragioni profonde della fede. Perché se quelle non suonano vere, allora che ci interessa se il papa è buono o cattivo? Veramente cambia tutto. Se la Chiesa rinuncia a darci ragione della speranza che è in noi, noi possiamo darci da fare e supplire a questa carenza, fino a dove ci è consentito.

Come tu sai, io seguo tutto ciò che si agita nel mondo cattolico, anche in quelle “periferie” di cui tanto parla l’attuale pontefice. Scruto quello che accade a sinistra, nelle comunità di base, fra i teologi ribelli, ma anche e soprattutto quello che accade a destra. Come rimanere nella Chiesa quando ti sembra che la Chiesa non sia più in sé? Io vedo tante persone intelligenti e preparate farsi questa domanda, con una sofferenza profonda che non tutti riescono a comprendere. Poi è inevitabile che questa sofferenza, in alcuni, in coloro che ancora non vogliono mollare, si trasformi in una sorta di ribellione che porta a volte a seguire teorie con cui cercare di dare un senso al caos. Ma a volte bisogna accettare che il senso del caos è il caos stesso. Cioè il determinismo porta all’obiettivo di confondere.

Ti ho parlato più volte della Chiesa come sistema. Questa è una protezione per la Chiesa stessa, ma in situazioni come quella in cui viviamo diviene un ostacolo, perché chi è dentro e vorrebbe in qualche modo tirarsi fuori da quel caos, per tante ragioni, non può. E forse non deve. Eppure quanti sacerdoti ci confidano la loro sofferenza! Non siamo soli nella nostra ricerca di una via d’uscita dal labirinto.

La vita passa, gli anni non ci vengono restituiti. Onestamente, non voglio passarli ad eccitarmi per una nomina episcopale o per un papa, chiunque sia, simpatico o meno. Certo, sono cose importanti, non posso negarlo, ma in definitiva non essenziali. L’unica domanda essenziale è: voi chi dite che io sia? A cui noi continuiamo a rispondere: sei tu quello che deve venire o dobbiamo attenderne un altro? Alla fine, scava scava, per noi è tutto qui.

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