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Disobbedienza civile. Quando dire no a Cesare è non solo possibile, ma doveroso (specie per il cristiano)

Cari amici di Duc in altum, è stato di recente ripubblicato il classico del pensiero libertario Disobbedienza civile di Henry Thureau (Ivo Forza Edizioni, 88 pagine, 9 euro). Per gentile concessione dell’editore propongo la prefazione di Paolo Gulisano.

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di Paolo Gulisano

Correva l’anno 1848, l’anno terribile che vide la vecchia Europa sconvolta da rivolte e rivoluzioni, quando in America un giovane filosofo poco più che trentenne, ma già una delle menti più brillanti degli Stati Uniti, scriveva un saggio intitolato Resistance to Civil Government, che diventò Civil disobedience solo dopo la morte dell’autore.

Questo testo diventò una sorta di manifesto del pensiero libertario, una visione quasi utopica che non si concretizzò mai in un preciso movimento politico, ma che rimase un punto di riferimento per correnti di pensiero anticonformiste, ispirando chi si batteva per la libertà di coscienza e i diritti dell’uomo attraverso forme di protesta e resistenza nonviolenta, e il cui esponente più celebre fu sicuramente Gandhi.

Due anni prima lo studioso del Massachussets era stato arrestato per essersi rifiutato di pagare la tassa (poll-tax) che il governo statunitense aveva imposto ai suoi cittadini per finanziare la guerra d’aggressione al Messico, fatta per strappare grandi territori allo Stato centramericano, un conflitto mosso dall’avidità economica, ma caratterizzato anche da elementi razzisti e di odio religioso verso il Messico ispanico e cattolico. Questa guerra, che serviva a incrementare i privilegi di pochi, venne fatta pagare a tutti i cittadini statunitensi. Thoreau giudicò questo conflitto (che la retorica americana celebrò facendo della Battaglia di Alamo una delle prime “epopee” e del politicante massone e razzista come Davy Crockett un eroe popolare) assolutamente immorale e la tassa contraria ai princìpi di libertà, dignità e uguaglianza sui quali avrebbero dovuto fondarsi gli Stati Uniti d’America. Per questo fu incarcerato. Quando uscì, aveva maturato un nuovo giudizio sullo Stato, che vide come “un idiota incapace di distinguere i suoi amici dai suoi nemici, e così finii col perdere del tutto il rispetto che mi era rimasto nei suoi confronti”. Nasce così l’idea di una contrapposizione, di una “resistenza”, come dice il titolo originale del libro. Una ribellione in nome del primato della persona umana nei confronti dello Stato, di questo Moloch, di questo idolo che chiede agli uomini di essere servito come da macchine, da una massa amorfa, anonima e impaurita.

In questo saggio Thoreau chiede apertamente di esercitare la virtù del coraggio, di rigettare qualunque assoggettamento da servi al potere dello Stato. Una delle idee principali del saggio è che qualsiasi forma di governo limita drasticamente la singolarità di ogni individuo, perché significa far decidere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato unicamente a coloro che sono al potere, non tenendo conto del parere e delle esigenze del popolo; la legge non rende perciò l’uomo giusto, lo rende anzi ingiusto quando egli, fedele ai suoi valori ed alla sua libertà, non la rispetta. Più che “il governo migliore è quello che governa meno”, Thoreau sostiene quindi l’idea che “il governo migliore è quello che non governa affatto”.

Qualcuno ha visto in Thoreau un profeta dell’anarchismo. In realtà il filosofo del New England non intende affatto rifiutare le leggi. Scrive infatti che è necessario disubbidire a leggi ingiuste, e quindi resistere ad esse, senza arrivare a una rivolta violenta, a una rivoluzione armata, ma semplicemente attuando una non collaborazione col governo che le ha imposte.

Questa visione è profondamente etica: significa rifiutarsi di collaborare al male. A diverse forme di male. Nel caso di Thoreau, il suo rifiuto di finanziare con le tasse la guerra di aggressione al Messico significava rifiutarsi di collaborare all’uccisione di migliaia di persone, messicani ma anche cittadini americani, mandati a morire per gli interessi dei politici, dei grandi latifondisti texani, di coloro che avrebbero poi tratto profitti enormi dal conflitto. In seguito, altri avrebbero avuto il coraggio di dire no a leggi ingiuste emanate dagli Stati. E non importa che tale ingiustizia sia avallata o condivisa dalla maggioranza degli stessi cittadini di uno Stato. Questa ribellione morale è alle origini del concetto di obiezione di coscienza, un principio che ha sempre dato estremamente fastidio alla cultura del conformismo di turno. Dall’obiezione nei confronti del servizio militare da parte di chi riteneva che amare il proprio Paese non significasse necessariamente uccidere persone di un’altra nazione, o semplicemente essere addestrati a farlo, fino all’obiezione di coscienza nei confronti dell’aborto da parte di personale sanitario che ritiene che il proprio compito, il proprio mandato, sia proteggere e salvare le vite umane e non sopprimerle nella loro fase di vita embrionale e intrauterina.

Queste forme di disobbedienza civile nei confronti di leggi dello Stato non hanno nulla di illecito, anzi: sono un’espressione alta e nobile dell’amore per la vita umana. L’uomo ha dunque il dovere di opporsi al male, nella condizione in cui si trova, senza se e senza ma. E questo non solo per dare testimonianza del proprio attaccamento alla giustizia, per la difesa di valori umani sacri, ma anche, concretamente, per far sì che le leggi sbagliate e ingiuste lascino il posto a regole migliori.

Se è consentito fare un esempio di stretta attualità, le persone che oggi si oppongono alle misure coercitive prese in occasione dell’epidemia del Covid-19 non sono “collaborazionisti” del virus, o “disertori”, come ha affermato qualche virologo da palcoscenico o qualche politico da regime dispotico, ma sono persone che chiedono un diverso approccio al problema sanitario. Anche le persone che non hanno voluto sottostare all’obbligo coercitivo vaccinale, etichettate con l’infamante epiteto di “no-vax”, non sono certo contrarie alle scienze, ai farmaci o ai vaccini: semplicemente vorrebbero essere rassicurate circa l’efficacia e la sicurezza di tali prodotti farmaceutici introdotti in via eccezionale e sperimentale. Il termine esatto che dovrebbe essere utilizzato per queste persone dovrebbe essere “eu-vax”, ovvero fautori di una buona pratica vaccinale.

La pandemia ha portato alla ribalta, un secolo e mezzo dopo il saggio di Thoreau, la necessità della libertà per gli individui e le comunità, libertà ora in molte circostanze sacrificata al concetto di “sicurezza collettiva”. Thoreau sarebbe inorridito di fronte a tante misure liberticide, alla privazione del diritto di lavorare, muoversi, partecipare a eventi sociali, davanti ai lasciapassare di Stato. E non a caso sono nate spontaneamente, nel corso del periodo pandemico, piccole realtà di autodifesa, solidali, pacifiche. Ovviamente demonizzate dai media mainstream e dalle forze politiche quasi totalmente omologate al Nuovo Ordine Pandemico.

La disobbedienza civile proposta da Thoreau nel suo saggio, e oggi tutta da riscoprire nella post modernità liquida, che tuttavia quando vuole sa essere dura e dispoticamente intransigente, ha un fondamento morale, e direi religioso, anche se per lungo tempo l’eredità di Thoreau è sembrata essere appannaggio di correnti di pensiero laiche e secolari. In realtà, almeno per chi scrive, la disobbedienza civile ha un fondamento nel Vangelo. Sappiamo bene che per secoli la Chiesa ha trovato un modus convivendi con i Poteri del mondo (dall’Impero medievale agli Stati moderni) facendo riferimento alla nota espressione di Gesù: date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio. Ma c’è un’altra espressione della Scrittura che dovrebbe essere riscoperta in questi tempi di totalitarismi soft, ed è quella che troviamo negli Atti degli apostoli (Atti 5,17-31) “Si alzò allora il sommo sacerdote e quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducei, pieni di livore, e fatti arrestare gli apostoli li fecero gettare nella prigione pubblica. Ma durante la notte un angelo del Signore aprì le porte della prigione, li condusse fuori e disse: andate, e mettetevi a predicare al popolo nel tempio tutte queste parole di vita. Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare”. Gli apostoli quindi vengono nuovamente arrestati e condotti davanti al sommo sacerdote che cominciò a interrogarli dicendo: “Vi avevamo espressamente ordinato di non insegnare più nel nome di costui, ed ecco voi avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina e volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo”. Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati”.

Ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini. Queste parole mettono in chiaro quale sia il comportamento che va tenuto da una persona dalla coscienza retta, che segue la Legge di Dio, una legge perfetta, a differenza delle leggi umane, imperfette, fallibili, sbagliate.

Gli Apostoli avevano ricevuto da Dio l’ordine espresso di predicare Gesù Cristo, e gli uomini volevano impedirglielo. Dovendo scegliere tra l’obbedienza a Cristo e l’obbedienza agli uomini, non ebbero alcun dubbio.

Alla luce di queste parole degli Apostoli, diventa chiaro che il dare a Cesare quel che è di Cesare significa dargli il proprio, il giusto. E se Cesare si mette contro Dio, cosa gli può ancora essere dovuto? Semmai il compito del cristiano sarà quello di aiutare Cesare a fare leggi più giuste, più conformi al disegno divino. Dio deve essere ubbidito in preferenza di qualunque uomo, persino se quest’uomo fosse a sua volta un successore degli Apostoli, un successore – potrebbe succedere – che antepone altro a Dio, cedendo alla tentazione dell’idolatria o del compromesso col mondo. Quel “mondo” in cui i cristiani sono immersi, ma senza appartenervi, come aveva ammonito Gesù.

Il Vangelo ci dice che l’uomo è fatto per la verità, per incontrarla, per aderirvi. E per farlo deve rimuovere gli ostacoli che possono impedirlo. Per questo l’uomo religioso deve amare la giustizia e la libertà. Ne diedero prova i grandi martiri che si opposero agli Imperi malvagi, dalle vittime del Colosseo fino ai Cristeros messicani, da Andreas Hofer a Franz Jägerstätter. Coloro che dissero di no a Cesare per obbedire a Cristo.

Un compito doveroso e concreto, quello della disobbedienza al potere, raccontato mirabilmente nel Signore degli Anelli di Tolkien. La saggezza cristiana dello scrittore inglese è espressa nelle parole di Gandalf, alla conclusione del libro: “Altri mali potranno sopraggiungere, perché Sauron stesso non è che un servo o un emissario. Ma non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare. Ma il tempo che avranno non dipende da noi”. È questo il manifesto dell’umano realismo, profondamente cristiano, opposto agli incubi di tutte le utopie, con le loro promesse ingannatrici e illusorie.

 

Aldo Maria Valli:
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