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Verso l’anno nuovo con gli hobbit / Tornare umani per salvare l’umanità

di Julian Kwasniewski*

La maggior parte di noi non sarà mai un Aragorn, né un Gandalf, né un Frodo, né tantomeno un Sam Gamgee. La stragrande maggioranza di noi rimarrà simile a quegli hobbit che non hanno mai capito bene che cosa stesse succedendo, forse persino ignari della minaccia da cui li aveva salvati l’eroismo di alcuni avventurieri sconosciuti che avevano combattuto molto, molto lontano da casa. Ma la tentazione di essere distratti dai nostri preziosi appezzamenti di terra è terribile, poiché ogni uomo, guardando nel suo palantír tascabile, vede le forze del male schierate per distruggere il mondo che ama.

Che cosa possiamo fare? Come rimanere fedeli alla chiamata di salvare un mondo che non è propriamente nostro? Possiamo farlo riscoprendo come le piccole realtà materiali – grazie all’incarnazione di nostro Signore – possano «diventare parte di un giro di affari di larga scala che ti può portare alla Beatitudine»[1]; come le cose deboli e fragili siano in realtà più forti e durature delle macchinazioni di coloro che in questo mondo sembrano potenti.

In un saggio intitolato A Remaining Christmas, Hilaire Belloc (1870-1953) – storico, teorico della politica e apologeta cattolico – ha scritto del modo in cui le care e venerabili tradizioni natalizie possono dare continuità e conforto agli eventi transitori e dolorosi della vita mortale. Belloc elenca una moltitudine di perdite che affliggono la vita dell’uomo: «Le minacce della disperazione, il rimorso, la necessaria espiazione, la stanchezza quasi insopportabile, la noiosa ripetizione di cose apparentemente infruttuose, inutili e senza significato, l’estraniamento, l’incomprensione di un intelletto da parte di un altro intelletto»[2].

Sapere che Belloc ha perso due dei suoi figli nelle guerre mondiali aggiunge pregnanza alle sue parole con cui prosegue il suo climax,  quando afferma che, nonostante il dolore per «[…] i giovani uomini periti in battaglia prima che i loro genitori avessero perso il vigore dell’età, l’essere esposti a malattie nel corpo e persino nella mente, l’ansia, l’onorabilità messa in discussione, tutte le amarezze del vivere, tutto diventa parte di un giro di affari di larga scala che ti può portare alla Beatitudine»[3].

Questa citazione di Belloc esprime in modo eccellente e poetico la realtà incarnazionale della nostra religione: la santità si acquisisce e Dio viene glorificato attraverso le cose ordinarie e difficili della vita; e non solo quelle, ma anche gli aspetti belli e gioiosi.

Ai nostri giorni, in cui un’oscurità e una confusione incredibile permeano la società a ogni livello, è facile dimenticare questa verità. Incalzati dal dilagare della corruzione politica, la spinta per un reset globale da parte di chissà chi e il Sinodo universale voluto da Papa Francesco, è facile perdere di vista il fatto che le cose piccole e deboli di questo mondo sono state rese potenti dall’incarnazione di nostro Signore. San Paolo scrive: «Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor., 1,27-29).

Questa verità è meravigliosamente rappresentata nella trilogia epica di [John Ronald Reuel] Tolkien (1892-1973), Il Signore degli Anelli.

Gli hobbit di Tolkien sono per antonomasia domestici e poco avventurosi. Tuttavia, come osserva ripetutamente Gandalf, negli hobbit vi è più di quanto non colpisca la vista. Nonostante la loro vita tranquilla e rustica, gli hobbit hanno forze nascoste, sconosciute persino a loro stessi. Quando l’Anello finisce nelle mani di Frodo, vediamo un simbolo del male concentrato e subdolo cadere nelle mani della gente più semplice della Terra di Mezzo. Ma anche se Frodo e i suoi tre compagni hobbit alla fine salvano il loro mondo da Sauron, il resto degli abitanti della Contea ha poca o nessuna parte nell’epopea. Rimangono a curare i loro campi e le loro famiglie, ignari del disastro incombente.

Li biasimiamo per questo? No. Stavano facendo il loro dovere, seguendo la loro vocazione. Frodo avrebbe fatto lo stesso se non fosse stato avvicinato da Gandalf. Non ha scelto di essere il Portatore dell’Anello. Pochi di noi saranno portatori dell’Anello. E quando lo saremo, non sarà perché abbiamo scelto quel ruolo. Piuttosto, la maggior parte di noi è chiamata a essere padri e madri, fratelli e amici. Dobbiamo lavorare nel nostro piccolo per nutrire il futuro del mondo amando le nostre famiglie e la nostra eredità cattolica, insegnando la verità e creando bellezza e ordine come meglio possiamo. Sebbene il libro si concentri sulla fellowship, Il Signore degli Anelli di Tolkien offre alcuni passaggi toccanti e belli che possono aiutarci e incoraggiarci nella nostra vita di hobbit casalinghi.

Terminata la battaglia del Fosso di Helm, re Théoden si meraviglia degli Ent abbiano dato il proprio contributo alla battaglia, avendoli fino ad allora ritenuti solo creature leggendarie, e Gandalf gli dice: «Dovresti essere contento, re Théoden, poiché non è solo la vita breve degli Uomini che corre seri pericoli, bensì anche la vita di ciò che reputavi soggetto di leggende. Hai degli alleati, pur non conoscendoli»[4]. La replica di re Théoden può essere annoverata tra i passaggi più veri e dolenti del testo tolkieniano: «“Eppure dovrei anche esser triste […] poiché, qualunque sia l’esito della guerra, non è forse probabile che molte cose belle e meravigliose scompaiano per sempre dalla Terra di Mezzo?”. “È probabile”, disse Gandalf. “Il male provocato da Sauron non potrà mai essere del tutto sanato, né distrutto come se non fosse esistito. È il destino che vuole così. Proseguiamo il viaggio intrapreso”»[5].

Credo sia vero che il mondo moderno ha visto la distruzione di cose che non potranno tornare a essere come erano un tempo. E ogni giorno ne vengono distrutte altre. Ma questo non significa che ci sia consentito di disperare, come fa Denethor: «Credevi forse che gli occhi della Torre Bianca sono ciechi? No, ho veduto più di quanto tu non sappia, Grigio stolto. La tua speranza non è che ignoranza. Va’ dunque, datti da fare per sanare gli altri! Va’ a combattere! Vanità. Per breve tempo forse trionferai sul campo, per un giorno. Ma contro il Potere che sta sorgendo non esiste speranza di vittoria. Quello ch’egli ha teso verso questa Città non è che un solo dito. Tutto l’Oriente è in movimento. E proprio in questo momento il vento in cui hai tanto sperato ti tradisce, e sospinge sull’Anduin una flotta dalle vele nere. L’Occidente soccombe. È ora che tutti coloro che non vogliono divenire schiavi se ne vadano per sempre»[6].

A questa intemerata, che culmina con «L’Occidente soccombe», Gandalf replica: «Simili decisioni non potranno che rendere certa la vittoria del Nemico»[7].

Che cosa trarre da tutto questo? Dobbiamo essere consapevoli di avere alleati che non conosciamo; dobbiamo renderci conto che da questo mondo stanno traslocando molte cose di cui potremmo essere gli ultimi a conservare la memoria; e dobbiamo riconoscere che dubitare della forza della nostra cultura occidentale fondata sulla cristianità, fino al punto di abbandonarla, renderà ancora più probabile la vittoria del nemico.

Questa diffidenza circa la bontà di ciò che l’Occidente ha prodotto nei secoli è, a mio avviso, alla base dei fallimenti e dei mezzi insuccessi di tante tecniche apologetiche e catechetiche moderne adottate dai cattolici a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. È anche il motivo per cui molto del nostro patrimonio è stato  abbandonato con leggerezza ed è ancora insufficientemente valorizzato. Se credessimo davvero nella grandezza del canto gregoriano e della polifonia rinascimentale, se credessimo davvero nella grande arte sacra, se credessimo davvero nell’insegnamento tradizionale della Chiesa sulla fede e sulla morale, non saremmo orgogliosi ed entusiasti di condividerli? Non ci aspetteremmo che queste cose attirino le persone grazie alla loro verità e attrattiva intrinseche?

Invece, sosteniamo di dover «incontrare le persone dove si trovano», «parlare la loro stessa lingua» o «diventare empatici». Non lo faremmo mai con un gelato gourmet, la marca di birra preferita o un condimento insolito per la pizza. Diremmo invece: «Questo devi assolutamente provarlo» e poi obbligheremmo il nostro amico a dare un morso per vedere cosa ne pensa. E probabilmente, ove non fosse entusiasta, arriveremmo a dirgli: «Cos’hai che non va?».

Eppure, pur riponendo nelle papille gustative della nostra lingua una fiducia bastante a consigliare un gelato, una birra o una pizza a un amico, non ne riponiamo abbastanza in una tradizione bimillenaria di arti, credenze e liturgie da offrirla all’uomo moderno come qualcosa che potrebbe piacergli. Infatti, nonostante l’ammonimento di Giovanni Paolo II (1978-2005) «Non abbiate paura»[8], abbiamo avuto paura di quel bel po’ di cose che abbiamo da offrire.

Questo ci porta all’ultimo punto che intendo trattare: il compito che ci tocca svolgere rientra nei campi che conosciamo. Riferendosi all’Anello, Gandalf afferma quanto segue: se distrutto, Sauron soccomberà e «in tal modo un grande male di questo mondo potrebbe essere distrutto. Altri mali potranno sopraggiungere, perché Sauron stesso non è che un servo o un emissario»[9]. Poi il mago continua, formulando un grido di battaglia che sembra pensato apposta per noi hobbit amanti dello stare a casa: «Ma non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare. Ma il tempo che avranno non dipende da noi»[10].

Ognuno di noi ha un campo, ognuno di noi ha degli anni a disposizione, ognuno di noi avrà successori, studenti e dei figli, in un modo o nell’altro. Per alcuni – e  forse questo è il modo migliore per la maggior parte – si tratterà di campi da coltivare nel senso letterale del termine, di anni di duro lavoro e di molti figli, tutti frutto della dedizione alla terra e alla famiglia sul modello della fattoria cattolica. Per altri, ci saranno campi d’azione e di lavoro, anche se in senso più metaforico, altrettanto veri, forse un numero minore di anni, e altre persone influenzate in un modo non dissimile dall’educazione parentale attraverso l’insegnamento, la formazione individuale o la direzione spirituale.

Su un altro piano, dobbiamo cercare dentro di noi i mali da sradicare. Come scrisse Paul McGuire (1903-1978) nel 1946, «Una soluzione al dilemma moderno c’è. Stranamente è nelle mani, nel cuore, nella mente e nella volontà di ogni cristiano»[11]. Perché ci sono i campi del nostro cuore e se c’è un male contro il quale possiamo sempre fare sicuramente qualcosa, è quello che alberga in noi stessi.

Quando ci distaccheremo dai palantír degli smartphone e dei social media? Quando semineremo il terreno della nostra anima con la preghiera quotidiana? Quando rinnegheremo noi stessi e ci dedicheremo ai lavori manuali quotidiani per pulire e ordinare gli spazi in cui viviamo? «Siamo i mediocri, siamo coloro che donano a metà, che amano a metà, siamo il sale senza sapore»[12], ha scritto Caryll Houselander (1901-1954) nella sua poesia Afternoon in Westminster Cathedral. Riacquistiamo il nostro sapore. Proviamo a diventare persone che donano e che amano senza riserve.

Ma a chi donare e chi amare innanzitutto? Siamo obbligati soprattutto nei confronti della nostra famiglia. L’obbligo di amare il prossimo come se stessi trova la sua massima espressione verso il coniuge e verso i figli, nei confronti dei quali il modo di donarsi e di amare è tanto unico quanto frequente. Riconoscere la vocazione universale all’essere hobbit dovrebbe darci un apprezzamento ancora più pieno di questo aspetto, mentre ci ricordiamo di come l’incarnazione abbia trasformato le cose ordinarie di questa vita. In un articolo sui principi del movimento Catholic Worker, padre Donald Hessler (1912-1995) scriveva: «“È una gran legge di natura e di grazia” scrive Pio XII “che la somiglianza apra le porte al raccostamento e all’affetto”. Dio si è fatto uomo per salvare l’uomo. Cristo si è fatto lavoratore per salvare i lavoratori. San Francesco [d’Assisi, 1182 ca.-1226] e Peter Maurin [1877-1949] si sono fatti poveri per salvare il povero. E così l’incarnazione si è prolungata nel tempo»[13].

Ai nostri giorni, ad aver bisogno di essere salvata è spesso l’umanità nei suoi aspetti più basilari, cioè la famiglia e la natura stessa dell’uomo e della donna. Torniamo umani per salvare l’umanità. Amiamo e rispettiamo la nostra natura di uomini e donne. Come dice Dorothy Day (1897-1980), dobbiamo essere tra coloro che sono disponibili a lasciarsi ispirare in modo da «alzare i propri standard di pensiero e di amore anche a costo di abbassare quelli di vita»[14]. Non sarà necessariamente spiacevole: se i dolori per Belloc diventano «parte di un giro di affari di larga scala che ti può portare alla Beatitudine», Dorothy Day sostiene di credere fermamente, come santa Caterina da Siena (1347-1380) che «tutte le strade verso il paradiso sono il paradiso, perché Lui ha detto “Io sono la Via”»[15].

Per questi motivi, riscopriamo le nostre famiglie, i nostri focolari, i nostri campi e noi stessi, non avendo paura né delle realtà sublimi della nostra fede, né delle cose più elementari della nostra umanità. La già citata poesia di Houselander lamenta: «Abbiamo avuto paura \ del raggio scrutatore \ della verità. \ Delle semplici leggi \ della nostra stessa vita.\ Abbiamo temuto \ la primitiva bellezza \ delle cose umane, \ dell’amore \ e della nascita \ e della morte»[16].

Queste «cose umane» di «primitiva bellezza» possono sembrare così fragili di fronte allo zeitgeist globale. Ma queste cose fragili del mondo sono state rese forti. Abbiamo, infatti, armi potentissime contro i Sauron globalizzati dei nostri giorni: i baci al mattino, le uova strapazzate, le canzoni da cantare attorno a un falò, le verdure coltivate in casa e il pianto dei bambini sono più potenti dei piani meglio congegnati dell’Unione Europea o delle Nazioni Unite, dei piani più segreti di un Bill Gates o di un cardinale Roche[17].

Queste piccole cose sono piene di grazia perché Maria è diventata piena di grazia. Il Signore era con lei. E il Signore è con noi; con noi che proviamo amore e affetto verso l’inespugnabile Messa Immemorabile; con noi nella nostra devozione all’anno liturgico e alle devozioni tradizionali come l’Ufficio Divino. Avendo iniziato il cammino di Avvento temendo l’avvento di molteplici eventi grotteschi e spaventosi, forse possiamo fare nostra la preghiera di Houselander: «Lasciaci soffrire la fame e la sete; \ lascia che bruciamo nella fiamma; \ fa’ che si rompa la dura crosta \ della compiacenza; \ accendi in noi \ la grazia tagliente del desiderio. \ Risplendi in noi, \ Emmanuele, \ Luce senza ombre: \ fiamma in noi, \ Emmanuele, \ Fuoco d’amore: \ brucia in noi, \ Emmanuele, \ Stella del mattino: \ Emmanuele! \ Dio-con-noi[18].

Fonte: crisismagazine.com

Titolo originale: The Universal Call to Hobbitness (pubblicato il 19-12-2022)

Traduzione e note di Maurizio Brunetti

* L’autore è un musicista specializzando in musica vocale e per liuto rinascimentale. Svolge anche l’attività di incisore, pittore e di grafico. Suoi scritti sono apparsi su portali e periodici online tra cui il National Catholic Register, Latin Mass Magazine, OnePeterFive, e New Liturgical Movement. Nel titolo originale, l’allusione alla locuzione familiare – quantomeno in ambiente cattolico – «vocazione universale alla santità» è ancora più evidente, data l’assonanza tra holiness e Hobbitness.

[1] Hilaire Belloc, A Remaining Christmas, (1928) in Idem, A Conversation with an Angel and Other Essays, Jonathan Cape, Londra e Toronto, 1931,  pp. 274-285 (p. 284).

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] John R. R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, trad. it., 13a ed., Rusconi 1984, libro III, cap. 8, p. 668.

[5] Ibidem.

[6] Ibid., libro V, cap. 7, p. 1023.

[7] Ibidem.

[8] Giovanni Paolo II, Omelia per l’apertura del pontificato, del 22-10-1978.

[9] J. R. R. Tolkien, op. cit., libro V, cap. 9, p. 1054.

[10] Ibidem.

[11] Paul McGuire, There is a solution, in Edward F. Willock e Carol Jackson (a cura di), Integrity, vol. 1, The First Year (October-December 1946), Arouca Press, Waterloo (Canada) 2019, pp. 77-82 (p. 77).

[12] Caryll Houselander, Afternoon in Westminster Cathedral, in Idem, The Flowering Tree, Sheed & Ward, New York 1945, 78-100 (p. 99).

[13] La citazione interna di Pio XII è tratta dal Discorso ai dirigenti diocesani dell’Azione Cattolica Italiana del 4-9-1940.

[14] Dorothy Day, The Catholic Worker (1946), cit. in Mark e Louise Zwick, Dorothy Day and the Catholic Worker Movement, introduzione a D. Day, On Pilgrimage, Eerdmans Publishing, Grand Rapids (Michigan) 1999, p. 24.

[15] Idem, On Pilgrimage, cit., p. 84.

[16] C. Houselander, op. cit., p. 98.

[17] Il cardinale britannico Arthur Roche, nominato prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti nel maggio del 2021, due mesi prima della promulgazione del motu proprio «Traditionis Custodes», è noto per la sua strenua opposizione alla celebrazione di messe secondo il rito tridentino. In una lettera indirizzata al cardinale Vincent Nichols il 4-8-2021 ha del resto sostenuto, contraddicendo quanto espresso nel motu proprio «Summorum Pontificum» di Papa Benedetto XVI (2005-2013), che questo rito sarebbe stato abrogato da papa Paolo VI (1963-1978) (Cfr. Vatican liturgy chief: Traditional Latin Mass ‘abrogated by Pope St. Paul VI’, Catholic News Agency, dell’ 8-11-2021, < https://www.catholicnewsagency.com/news/249526/vatican-liturgy-chief-traditional-latin-mass-was-abrogated-by-pope-st-paul-vi>).

[18] C. Houselander, op. cit., p. 99.

Aldo Maria Valli:
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